Sono le nove di sera. Fuori dalle OGR Torino una lunghissima fila si snoda ordinata davanti alle ex officine. Non c’è ressa, nessuno prova a superare o a tagliare la strada. Non è la solita fila all’italiana, quell’ammasso di corpi e urla diventato un marchio di fabbrica del nostro Paese, ma la coda composta ed educata da festival europeo. Qualcosa in città è cambiato. O meglio, qualcosa a C2C Festival è cambiato davvero (e questi nostri scatti lo dimostrano).
In 25 anni, raccontando prima Club to Club e poi C2C Festival, abbiamo sempre messo l’accento su musica, artisti e location del festival piemontese. Raramente ci siamo fermati a raccontarne il pubblico. Probabilmente perché, fino alla ventiquattresima edizione, quel pubblico arrivava soprattutto da un mondo preciso: la parte di Italia che ama(va) andare a scoprire, e spesso ballare, musica nuova. Un mondo che conoscevamo bene e che chi frequenta certe realtà riconosce al primo sguardo (sì, basta cercare degli outfit total black).
Quest’anno, invece, qualcosa è cambiato: per la prima volta nella storia del festival il pubblico internazionale ha superato quello locale. Non servono comunicati stampa, non accorgersene era impossibile. Un’audience in gran parte under 35 (il 78%, secondo i dati diffusi dall’organizzazione), che si traduce in una generazione di new kids anglofoni che si è presa il weekend torinese portando nuova energia dentro OGR Torino, Lingotto Fiere, Teatro Carignano e tutti gli spazi in cui oggi il festival si distribuisce.
Un’energia libera, plurale, queer, che racconta meglio di qualsiasi artista il cambiamento intercettato da C2C Festival, che si è lasciato alle spalle l’anima più club per abbracciare quella avant pop. Un approccio più fluido tra ballo e canto, tra corpo e sentimento. Lo dimostra uno dei momenti destinati a restare nella storia del festival, e che più di ogni altro fotografa questa trasformazione: migliaia di persone davanti al main stage che intonano a cappella il ritornello di Dancing On My Own di Robyn.
Per trasformarsi ci vuole tempo. E ci vuole tempo perché le persone accettino il cambiamento. Nell’ultimo decennio C2C Festival ha lavorato proprio in questa direzione, non senza che il suo pubblico storico storcesse il naso davanti a scelte che puntavano a internazionalizzare la proposta culturale. Era la visione del compianto Sergio Ricciardone, co-fondatore del festival: fare di Torino una capitale culturale europea. Perché in un Paese che fatica a considerare la musica parte fondamentale della cultura, questa è l’urgenza più grande. Oggi, alla seconda edizione senza di lui, quell’obiettivo sembra raggiunto.
Questo nuovo pubblico è qui per ricordarci che noi habitué del festival non siamo il futuro. Siamo il presente, la storia, la legacy. Il futuro è in altre mani e passa dal set di Yung Lean e Bladee, che da tempo stanno plasmando il rap contemporaneo, all’eleganza di un progetto come quello di Oklou, forse la voce più attesa del lungo weekend piemontese. Segno che, se un tempo a C2C Festival si cercava soprattutto il ritmo strumentale, oggi a legare artisti e pubblico è la connessione emotiva con la parola cantata. Un’audience post-pandemica che nel mondo, nella cultura e nella musica, cerca qualcosa di diverso, e che qui oggi sembra averlo trovato.

Foto: Filippo Moscati
In questa transizione, però, c’è un rischio a cui C2C Festival deve prestare particolare attenzione. In un Paese come l’Italia, sempre più incline all’autarchia culturale, potrebbe aprirsi uno scollamento tra il festival e il pubblico nazionale più giovane, di stagione in stagione sempre meno abituato a confrontarsi con quella che oltre le Alpi e il Mediterraneo è la nuova musica (pop) alternativa. Se per la generazione precedente il linguaggio del festival era quello del ritmo, un terreno di dialogo comune tra Italia ed estero, ora bisogna trovare il modo di coinvolgere i nostri kids in questo splendido gioco mentre attorno il quotidiano diventa per loro sempre più ostile.
Da un lato, avere in città un’ondata di freschezza internazionale aiuta: dove non è la nostra cultura a generare nuove possibilità, poterle osservare da vicino è sempre fonte d’ispirazione. Dall’altro, cosa succede quando è proprio la line up del festival a non dare agli artisti italiani, esclusi i soliti due o tre nomi, la possibilità di parlare a questo nuovo pubblico straniero?
La cultura è scambio. Per questo Torino non può e non deve restare soltanto un hub di passaggio per artisti e pubblico stranieri, ma deve aprire un dialogo, una conversazione in cui locale e globale si confrontino alla pari, che si tratti di pubblico, di artisti o di addetti ai lavori. L’errore sarebbe pensare che il futuro sia solo fuori di qui. L’Italia parte certamente in svantaggio, ma proprio luoghi come C2C Festival possono diventare acceleratori di futuro, cultura, dialogo. Ma la luce è semplice da seguire: basta ricordarsi che talento, futuro e cultura non hanno geografia.














