L’unica opzione per Dylan è suonare fino a consumarsi: la recensione del concerto all’Unipol Dome di Milano | Rolling Stone Italia
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L’unica opzione per Dylan è suonare fino a consumarsi

La recensione del concerto all’Unipol Dome di Milano, non il posto migliore dove vedere lo spettacolo ben poco spettacolare di un artista di 85 anni che smette di ignorarti solo negli ultimi 15 secondi prima di scendere dal palco

L’unica opzione per Dylan è suonare fino a consumarsi

Bob Dylan in concerto nel 2023

Foto: Gary Miller/GettyImages

Potrebbe essere Darth Vader o un pipistrello gigante, potrebbe essere un senzatetto, la morte senza falce, un maranza in felpa scura e cappuccio. Vista dalla tribuna di fronte al palco quella sagoma nera laggiù trincerata dietro la tastiera elettrica potrebbe appartenere a chiunque. È evidente che a Bob Dylan non preme farsi vedere e nemmeno dare spettacolo. Alle spalle sue e dei musicisti che lo accompagnano ci sono quattro lampade e una grande tenda. Niente schermi per vedere la faccia del cantante, le mani dei musicisti, qualcosa. E quasi non si muovono, i cinque. Sei tu che ti protendi verso il palco per cercare di capire meglio cosa stanno suonando, se si tratta veramente di Not Dark Yet oppure ti stai sbagliando anche se quella canzone l’hai ascoltata cento volte. La voce è senile e bassa, la massa sonora insufficiente per arrivare in modo vivido ovunque nel grande Unipol Dome e così dopo una manciata di canzoni mentre Dylan canta del misterioso cavaliere nero, forse la morte o forse no, la gente chiede a gran voce volume.

A fine anni ’80 Dylan si è imbarcato nell’impresa lunga e per certi versi sfibrante di ringiovanire la platea evitando di riempire la scaletta dei suoi grandi successi e tornando più volte nella stessa città. È l’inizio del cosiddetto Neverending Tour, decine, poi centinaia e infine migliaia di concerti organizzati per liberarsi dalle solite facce che vedeva in prima fila e «trovare il pubblico giusto o perché il pubblico giusto trovasse me». Non so se oggi Dylan abbia il pubblico giusto, di sicuro quello di Milano è garbato e applaude anche quando lo spettacolo è ben poco spettacolare. So che non ha smesso di fare concerti a un ritmo che non ci si aspetterebbe da un artista col suo status e della sua età, 85 anni. Lo fa con una testardaggine che ha qualcosa di epico e nulla di appariscente e anzi sembra quasi consumarsi anno dopo anno sul palco, come se al centro del concerto non ci fosse la storia che ha dietro di sé, ma la sua lenta dissoluzione. È una leggenda vivente che non si comporta come tale. Sembra quasi intenzionato a dissipare il suo mito una canzone alla volta, andando in giro come facevano i vecchi bluesman finché sarà in grado di farlo, consumando fisico e voce. Suonare, suonare, suonare, senza enfasi, fuori da ogni rituale.

L’ultima volta che è passato da Milano è stato tre anni fa agli Arcimboldi e durante certi pezzi il silenzio in sala era irreale. Da allora ha tolto dalla scaletta molti pezzi di Rough and Rowdy Ways. Ovviamente non li ha sostituti con Like a Rolling Stone, Blowin’ in the Wind o Knockin’ on Heaven’s Door, ma con canzoni in sintonia con la sua età e con le cose che vuole dire. Inizia come fa ultimamente con una Watching the River Flow quasi jazzata che sembra assumere un significato diverso. La si interpretava nel 1971 come l’espressione del desiderio di Dylan di sfilarsi dalla lotta politica con la quale era stato identificato nel decennio precedente. Ora il tizio seduto sulla riva del fiume che osserva il mondo, anzi il tempo che scorre mi pare più vecchio, incerto e ricurvo. Molte sono canzoni sulla finitezza, il tempo, gli addii (o l’impossibilità di dire addio) e così è anche la cover di I Can’t Seem to Say Goodbye dal repertorio di Jerry Lee Lewis, non quello scatenato e rock’n’roll: “Posso dirti che va tutto bene cara, fino al giorno in cui morirò, ma non riesco proprio a dirti addio”.

È un’ora e mezza di musica senza pause, gli attacchi sono quasi uniti ai finali delle canzoni precedenti, ma al di là del volume insoddisfacente c’è un problema di distanza e specie all’inizio molta freddezza, visto che questo spettacolo teatrale non è adatto a un palazzetto da 16 mila persone, che con le sedie nel parterre diventano meno, ma è pur sempre un posto enorme da riempire. Per apprezzarlo devi amare Dylan. Anzi, devi amare il Dylan senile, mettere il telefono in un sacca che non puoi aprire, accettare l’idea di vedere un performer che smette di ignorarti solo negli ultimi 15 secondi prima di scendere dal palco.

Difficile riconoscere i musicisti visti da lontano. L’ingresso dei chitarristi Mike Seal (novità di questo ultimissimo tour europeo) e di Joel Paterson (entrato a giugno) al fianco del batterista Anton Fig e del bassista/contrabbassista Tony Garnier dà alle canzoni un sapore rilassato, rétro, tra il blues, il jazz e il country, con suoni fluidi di chitarre e note staccate. I quattro suonano, eccome, è un piacere sentire l’intreccio dei chitarristi, i brevi assoli, i contrappunti. Il risultato è una mescolanza di cose che non si pensa debbano stare assieme, da una parte il carattere sostanzialmente amabile di questi arrangiamenti, dall’altra l’atmosfera crepuscolare di certi testi, la serenità e l’inquietudine. L’uomo che attaccando la spina ha contributo alla nascita del rock come lo abbiamo conosciuto negli ultimi 60 anni ora suona una musica priva di dramma, ma non di mistero, una musica che fa molto anni ’50, primi ’60 e che rimanda all’epoca che precede la nascita del rock, come se dovesse disfarsi di un’eredità troppo ingombrante e di una musica troppo giovanile per raccontare le sue storie.

Non dice una parola. Quando, raramente, soffia nell’armonica a bocca la gente s’infiamma e per poche battute anche se sgraziate pare di risentire un vecchio amico. Sui pezzi ritmati qualcuno sulle gradinate tenta timidi battimani. A volte è come se Dylan volesse succhiare via ogni emozione dalle canzoni, con l’effetto di appiattire pezzi un tempo drammatici. E comunque tutti restano col fiato sospeso quando canta la nuova versione scarna e struggente di Tangled Up in Blue, che è diventata il centro emotivo del concerto, con nuovi versi che sembrerebbero (con Dylan non si può che usare il condizionale) mettere in connessione la canzone con l’età dell’uomo e il tema del passare del tempo. La canzone stessa, lenta e fantasmatica, sembra l’eco di quella che è stata. Al contrario When I Paint My Masterpiece è quasi swingata, a me ha ricordato a tratti il brio di Puttin’ On the Ritz di Irvin Berlin, suona ironica o forse autoironica, demitizzante. Quando dopo circa un’ora e mezza Dylan tira fuori I Shall Be Released al posto di Every Grain of Sand viene voglia di riconciliarsi con lui.

L’unica opzione che Dylan sembra contemplare è andare avanti. Proprio come il personaggio di quella canzone, sembra incapace di dire addio. Suonare è la sua vita, è il suo mestiere. Il passato c’è, ma per citare quel che lui stesso ha scritto di una canzone non sua, «trova il modo di apparire davanti a te e di entrare nella tua vita senza essere chiamato». Alla fine di I Shall Be Released fa pochi passi avanti e riceve l’applauso del pubblico reggendosi con una mano alla tastiera. I suoi coetanei che sono ancora in grado di farlo e anche quelli molto più giovani evocano il passato a gran voce, seducono il pubblico con una storia condivisa e, se sono sufficientemente famosi, chiamano a raccolta una comunità. Ieri sera molte canzoni di Dylan mi sono sembrate interpretate da un uomo impegnato in un cammino solitario.

Set list

Watching the River Flow
Love Sick
It Ain’t Me Babe
Tryin’ to Get to Heaven
High Water (For Charley Patton)
I Can Tell
Black Rider
Tangled Up in Blue
When I Paint My Masterpiece
Not Dark Yet
I Can’t Seem to Say Goodbye
False Prophet
Soon After Midnight
Million Miles
Under the Red Sky
I’ve Made Up My Mind to Give Myself to You
Goodbye Jimmy Reed
I Shall Be Released