Non so se l’algoritmo di Netflix vi consiglierà Mis muertos tristes. Temo di no, e allora ci provo io. È uscita sulla piattaforma il 24 settembre (!), con più di un mese di anticipo su Halloween, ed è un gioiellino che rischia di affogare malamente tra roba (e qui generalizzo) piuttosto mediocre. Vi basti sapere che, se stasera cercate un titolo d’auteur (ma Auteur vero) che non sia il solito rewatch dei classiconi, la miniserie di Pablo Larraín è la cosa più bella e disturbante che troverete in catalogo. L’ha scritto pure Stephen King su X: “Che idea geniale!”. Poi ha riassunto la trama in un modo che non vi dico, perché se esistesse una polizia degli spoiler, il re del terrore l’avrebbero già arrestato.
La miniserie (quattro episodi, viva) nasce da tre racconti di Mariana Enríquez, la scrittrice argentina che ha fatto dell’horror una forma di cronaca politica: I miei tristi morti, Julie e Un luogo soleggiato per gente ombrosa, che dà il titolo alla raccolta pubblicata in Italia da Marsilio. L’hanno adattata la stessa Enríquez, Guillermo Calderón (lo sceneggiatore di Neruda e Il club), Anastasia Ayazi e Larraín. Al centro c’è Ema, gastroenterologa appena andata in pensione che i morti li vede da sempre. La interpreta una Mercedes Morán favolosa, già Delia del Carril in Neruda. La prima dei suoi morti tristi è sua madre. A cena si siede a tavola con lei come se niente fosse, e la sera, distesa sul letto, si lamenta dei dolori esattamente come faceva da viva. Ema la lascia fare, con la pazienza che si ha per i genitori anziani, perché per lei i morti sono solo “gente normale, però morta”, pazienti da confortare e calmare. Morán dice che il suo personaggio “si trova meglio con i morti che con i vivi, visto il grado di disumanizzazione che c’è tra i vivi”, e dopo dieci minuti le darete ragione.
Intorno a Morán si muove un folto gruppetto di ottimi attori argentini. Dolores Fonzi (Truman) è Carolina, la figlia che sogna di fare la fotografa e punta la macchina sull’invisibile. Alejandra Flechner (Argentina, 1985) è la sorella Lidia. Ci sono poi Carlos Portaluppi, Germán de Silva, Sergio Prina e la cilena Luz Jiménez. E soprattutto Carolina Álvarez, la vera rivelazione, nei panni di Julie: la nipote appena tornata dagli Stati Uniti e chiusa in una clinica psichiatrica, una ragazza che sembra sempre sul punto di evaporare. È lei la protagonista di una delle scene più geniali della serie e, di nuovo, non vi dico altro. Quando Julie scappa, la polizia non la cerca. Poi l’acqua del quartiere comincia ad avere un sapore strano, e a Piedrabuena i morti si moltiplicano.
Ecco, Piedrabuena, l’enorme complesso di case popolari a Villa Lugano, periferia sud di Buenos Aires, una distesa di monoblocchi che al tramonto sembrano lapidi. Lo scenografo Rodrigo Bazaes l’ha scelto perché è “lo scenario perfetto per questo scontro tra due quartieri, tra due classi diverse”. La paura qui si riunisce in assemblea di condominio, spia dallo spioncino chi sale le scale e fa presto a cercarsi un colpevole. Ema lo sa bene: “prima viene la paura, poi l’odio, poi il fascismo”. Larraín dice che “in fondo il terrore sta nel quotidiano”. Ed Enríquez spiega che nei suoi racconti i fantasmi sono “la memoria, quello che ritorna di continuo”. In un Paese dove la parola “desaparecidos” pesa come sappiamo, i morti tornano soprattutto perché qualcuno si ricordi di loro forever (chi vedrà, capirà), e bussano come l’acqua nei tubi di notte.
Qui Mis muertos tristes si incastra perfettamente nella ricerca di Larraín, che racconta spesso cadaveri, fantasmi e corpi che non vogliono andarsene. In Post Mortem (2010) c’era un impiegato dell’obitorio che trascriveva autopsie nei giorni del golpe del 1973. Nella trilogia delle icone femminili, Jackie, Spencer e Maria, le protagoniste erano infestate dai fantasmi dei mariti, delle famiglie reali, delle voci perdute. Persino il nome della protagonista strizza l’occhio al suo Ema. Con Enríquez ha trovato qualcuno che parla la sua stessa lingua, quella di chi sa che a Buenos Aires come a Santiago i morti hanno sempre qualcosa da ridire. Il risultato ricorda più il Nuovo cinema argentino dei primi Duemila che i suoi biopic patinati con la fotografia di Sergio Armstrong che ha il colore dell’acqua stagnante, e i piani lunghi lasciano ai fantasmi tutto il tempo di entrare in campo. Per una sequenza subacquea hanno costruito apposta, a Santiago, una vasca di otto metri di diametro e quattro e mezzo di profondità. Sott’acqua i suoni arrivano ovattati, come da un’altra stanza, e la colonna sonora sembra pensata per lo stesso effetto. Firmata tra gli altri dai fratelli Francisco e Mauricio Durán dei Los Bunkers, lascia il pianoforte a vagare tra i rumori del quartiere. Poi, nel primo e nell’ultimo episodio, parte Shakira, #tuttovero.
È la Shakira di No, la ballata del 2005 con la chitarra di Gustavo Cerati che chiunque sia stato adolescente in quegli anni sa a memoria. Quando arriva il verso “no se puede vivir con tanto veneno”, viene istintivo guardare il bicchiere sul tavolo, visto che a Piedrabuena il veleno esce dal rubinetto. Larraín, del resto, ha già diretto un film intitolato No, bellissimo anche quello: era il 2012, c’era Gael García Bernal e si raccontava il plebiscito del 1988 che disse no a Pinochet. Lo stesso Pinochet che in El Conde (2023) il regista cileno ha trasformato in un vampiro di 250 anni, che trovate sempre su Netflix. Ma cominciate dai morti tristi. Sono poco più di tre ore e venti, quattro episodi che si guardano in una sera sola. Stasera spegnete la luce, mettete Mis muertos tristes e, per sicurezza, con i dolcetti bevete acqua in bottiglia.
















