Art Basel Paris chiude in anticipo: la settimana | Rolling Stone Italia
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Una settimana che Parigi non dimenticherà facilmente

Art Basel Paris ha chiuso con due giorni di anticipo per timore di manifestazioni: tra fiere, appartamenti trasformati in gallerie e un ristorante effimero in un parcheggio, il racconto di una Art Week che ha cambiato ritmo

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Sarah Brahim, 'In the Search of an honest Map' (2025)

Foto: Courtesy the artist and Albion Jeune

Tutto si è fermato, o meglio, incendiato in una delle settimane più calde di Parigi.
La settimana dell’arte di ottobre.

Avrei voluto raccontare con occhio trasversale la bulimia di questo momento in cui tutto sembra non si possa afferrare o fermare, e bam!, ecco che la voce del popolo, e non solo, si fa così forte da far paura a una delle istituzioni fieristiche più importante al mondo!

Art Basel ha chiuso i battenti con due giorni di anticipo. La paura della rappresaglia contro un sistema ricco, e evidentemente non così facile da proteggere, ha fatto temere che le opere contenute nel Grand Palais potessero essere alla mercé di tutte (e che sarà mai!).

Forse questa situazione di grande allarme, di chiusure, di corse ai ripari, che anche in tante parti della città ho potuto documentare io stessa, sono il risultato di una dicotomia sociale non più sostenibile. Non parlo solo delle motivazioni che stanno portando molte città europee a grandi manifestazioni. Ma proprio di un sistema che forse è divenuto disfunzionale a sé stesso.

Questa settimana Parigi mi ha spinto a riflettere, ancor prima dell’annuncio di Art Basel e Fondation Louis Vuitton della chiusura preventiva per le manifestazioni cittadine, alla follia numerica degli eventi che avrebbero inaugurato contemporaneamente in città. Quando mi sono apprestata a preparare il calendario della settimana e dei vari appuntamenti da seguire, ho stilato più di dieci fiere, saloni, aperture straordinarie di infinite gallerie e musei, con in aggiunta premi, e sedi ibride che accolgono importanti mostre.

Potrei stilarvi una piccola lista (alla Salvini) per darvi un’idea, ma certe cose sono inimitabili e le lascio a lui! Quindi mi attengo alla narrazione, e paleso solo che questa moltitudine di appuntamenti ha generato una FOMO in me a cui sinceramente di solito non sono esposta.

Come poter documentare questo flusso di informazioni, eventi, talk… volendo dare il giusto peso e valore alle cose che si osservano? Neanche programmando al millimetro sarei riuscita a partecipare a cocktail e aperture varie, seguendo per bene tutto.

Presenziare a una mostra vale più della pena della visita?
Per le fiere è tutto un altro discorso. Li si vende, si fanno i contatti, si intesse e costruisce il valore intrinseco dell’opera d’arte. Sono loro che ne determinano il valore, e un tempo essere dentro o fuori la fiera più rinomata a livello internazionale poteva valere tutta la fama, o fame, di contatti di cui la galleria necessitava… ma è ancora così? Come le fiere possono sostenersi e restare attrattive?

Guardando ben a fondo di questa situazione fieristica a Parigi: Art Basel, Design Miami Paris, Post-faire, Paris Internationale, Akaa, Asia Now, Modern Art Fair, OffScreen, Parallel Wien-Paris, Private Choice, OffPrint… (e niente, la lista mi è partita!) ho visto uno spostamento interessante, e l’affermarsi di nuova formula che al momento sembra abbia attenuato l’emorragia di affaticamento dei collezionisti: creare luoghi ibridi dove attirare clienti e visitatori, facendoli sentire a loro agio, quasi come se stessero facendo altro, o non fossero lì per trattare autori e opere da Champions League! È così che ho visto Chez Sotheby’s, dove un appartamento lussuoso su Rue de Rivoli ha accolto opere da capogiro allestite in un salotto (Valerio Polimeno) con ristorante, dove la cucina curata da “Atelier Renata” ha deliziato chiacchiere milionarie.

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Chez Sotheby’s. Foto: Amaranta Pedrani

O come Luca Pronzato, che installa una delle sue esperienze culinarie con la cheffe Dalad Kambhu e le designer Rirkrit Tiravanija in un parcheggio parigino. Con We Are Ona ha creato un ristorante éphémère, DALAD’S, allestito per l’occasione con 6 barche, 6 cheffes, e ospitato così 1500 persone durante la settima dell’arte. Venti persone per barca, sconosciute tra loro, che interagiscono e creano sinergie.

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‘We Are Ona’. Foto: Amaranta Pedrani

Un format lussuoso, sicuramente, ma che nasce anche dalla necessità di cambiare ritmo e modalità rispetto al mercato puro e duro. Non si tratta necessariamente di un’alternativa al mercato, ma di un mercato che cambia linguaggio, si fa esperienza, convivialità, intrattenimento.

Ed è stato lì che mi sono resa conto di quanto questo momento avesse raggiunto il colmo del vaso. Continuare a inseguire quel grande flusso di appuntamenti avrebbe significato, paradossalmente, perdere l’occasione di arricchirmi davvero, in termini di conoscenza e visione.

Non che ciò che avevo visto fosse di minore impatto, tutt’altro. Ma è stato proprio in quel momento che ho deciso di cambiare ritmo e prospettiva.

Così mi sono dedicata a girare per tutto ciò che di contenuto e piccolo potesse esserci, per cercare quell’autenticità e rapporto con le cose (e persone) che è fondamentale! Quindi mi sono imbattuta in: Coucou, edizione parigina, una piattaforma dedicata all’arte contemporanea ideata da Studiolo nel 2025 per rendersi ancora più indipendenti e imprevedibili nella partecipazione in punti nevralgici di alcuni momenti dell’anno dove sbucare con proposte che accolgono, come quest’anno, quattro mostre collettive proposte oltre che da Studiolo stesso, anche da Luca Castiglioni, Alice Amati e Domenico Positano. Interdisciplinarità messe a confronto nella gentilezza della convivenza.

Coralla Maiuri, vulcanica e creativa donna dalla narrativa trasbordante, con una capacità dedita al gioco pari a quella di un bambino, ha presentato, con la curatela di Carolina Pasti, una nuova collezione di porcellane piena di racconti e figure a lei care. La cornice, un bellissimo appartamento su l’île de la Cité, dove i suoi lavori e sperimentazioni hanno trovato braccia accoglienti e ottima compagnia nella casa – e collezione – di Claudia Carnagel. Tornando in quella dimensione intima e domestica per la quale sono state originariamente concepite.

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Le opere di Coralla Maiuri. Foto: Amaranta Pedrani

Continuando in questo viaggio, fatto di incontri e luoghi speciali, ho incontrato la prima opera olfattiva di COMMENTARY, una nuova iniziativa culturale fondata da Ludvig Goliath, che commissiona ad artisti contemporanei la realizzazione di opere in collaborazione con maestri profumieri. Un nuovo modo di sperimentare memoria, luoghi e viaggi attraverso la commistione dei sensi, bisogni umani e presenze. Nasce così la prima fragranza nell’opera di C.B.Evans che ha costruito passo dopo passo, come il montaggio di una delle sue opere, in collaborazione con il naso profumiere di Mark Buxton (creatore della prima fragranza Comme des Garçons). La prima essenza è The Reckoner, e dentro c’è tutto un viaggio, provarla per credere!

Poi mi è capitato di approdare da Boon Monceau, progetto di Kristofer Kongshaug, dove in un esuberante e maestoso building che da su Parc Monceau è stata presentata, tra i cinque piani di meraviglie, la poetica e impattante installazione di RiveRoshan The Garden of Hope. Tre colonne di luce vibrante ti accolgono come giganti buoni come a indicare una via da seguire, un faro che possa illuminare un cammino. Una dimensione alternativa nella quale luce, materia e suono si incontrano. Le vibrazione delle frequenze che i ritmi dell’inno persiano di resistenza e speranza, di rinascita e memoria, in sottofondo, si tramutano in un’esperienza visiva immersiva dal quale dolcemente farsi cullare.

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Foto: Amaranta Pedrani

Invece l’esperienza trasversale di vedere le 108 Venus create da Prune Nourry nel suo atelier ancora prima di essere installate nella nuova stazione di St. Denis, disegnata da Kengo Kuma, è stata davvero qualcosa di singolare.

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L’opera di Prune Nourry. Foto: Amaranta Pedrani

Questo progetto, queste veneri, che sono il ritratto di 8 donne di St. Denis morfologicamente somiglianti alle veneri paleolitiche, verrà installato nell’estate del 2027 e rappresenterà le donne, ma anche la Terra di provenienza, radicamento, memoria, infantile o di radice che questa comunità è stata chiamata a donare. Un pugno di terra e un racconto.

Un progetto collaborativo legato al territorio intitolato La Terre qui m’est Chair: “La Terra che è la mia Carne”, letteralmente, ma chair, nel suono della pronuncia, può significare anche Caro, come Oh mio caro, qualcosa che mi è caro e appartiene, e in questa doppia valenza c’è tutta la sua poesia…

ArtDrunk invece, anche se piattaforma web, ha regalato una serata al Cravan rue Saint-Germain per addetti ai lavori e similari dove, comodamente coccolati come se si fosse in un salotto, ascoltando un super quartetto di musica jazz, si è potuto interscambiare vere conoscenze sorseggiando ottimi drink. E qui, con il solo scopo di attivare e far scintillare una comunità, il modus operandi si ripete: far accomodare un gruppo di persone in un differente contesto.

Ma cercare una dimensione più autentica non significa necessariamente allontanarsi dai grandi appuntamenti, né tantomeno rinunciare alla loro ricchezza. Piuttosto cambiare il modo di attraversarli, soffermarsi su ciò che davvero riesce a catturare l’attenzione, a generare curiosità, a lasciare qualcosa.

E così, anche tornando tra fiere, fondazioni e grandi spazi espositivi, ho ritrovato quella stessa capacità di sorprendere e coinvolgere che ero andata cercando altrove.

Tra queste due fiere che ho particolarmente amato: Akaa e Offscreen.

Akaa che dona sempre un interessante sguardo su tutto ciò che è produzione dell’arte africana, radunando gallerie e artisti internazionali di grande interesse, dove ogni anno si possono scoprire realtà e artisti davvero importanti, che con le loro narrazioni, hanno segnato e segnano la storia dell’arte moderna e contemporanea. Akaa è una delle più colorate e concentrate fiere che io conosca, e quest’anno, passando attraverso un bianco e nero delle fotografie di Paul Kodjo alla galleria “in camera galerie”, mi sono portata a casa un pezzo importante di storia.

Nel cuore del Marais, Lafayette Anticipations ha inaugurato tre nuove esposizioni dedicate a Yu Nishimura, Hélène Fauquet e Mungo Thomson. Tre linguaggi distinti, tra pittura, fotografia e arte concettuale, che esplorano il rapporto tra immagini, memoria e percezione. Un percorso attraverso differenti sensibilità contemporanee, ospitato negli spazi della fondazione progettati da Rem Koolhaas, sempre bene da monitorare.

Tra gli appuntamenti più effervescenti della settimana anche Reiffers Initiatives, capace di attirare un pubblico numeroso e di trasformare la serata inaugurale in una vera festa, arrivando a privatizzare un tratto di strada. Per l’occasione ha inaugurato il nuovo capitolo del suo programma di mentorship, riunendo Thomas Houseago e Théo Mercier in un’esposizione che trasforma gli spazi del Reiffers Art Center in due atelier aperti al pubblico. Un incontro tra generazioni e linguaggi artistici, che porta lo spettatore nel cuore del processo creativo.

Per ultima l’amatissima Offscreen, dove, all’interno della Chapelle Saint-Louis de la Salpêtrière, sotto la direzione di Jean-Daniel Compain, una trentina di gallerie provenienti da tutto il mondo presentano i propri artisti in un contesto assolutamente unico.

Fondata nel 2022 da Julien Frydman e Jean-Daniel Compain, Offscreen è dedicata alla sperimentazione artistica attraverso l’immagine fissa e in movimento, dalla fotografia al video, fino alle installazioni e alle pratiche multimediali. Particolarmente interessante, in questa edizione, il dialogo tra l’architettura monumentale seicentesca della cappella e i linguaggi sperimentali dell’arte contemporanea.

Molti i progetti di grande impatto, alcuni davvero toccanti, anche se un grande «Bravo», alla francese, va detto a tutti.

La galleria Albion (UK) presenta Sarah Brahim (Arabia Saudita), artista legata alla performance, con In Search of an Honest Map (2025), un lavoro in cui torna nel deserto saudita per tracciare una mappa attraverso il movimento del proprio corpo. Shiraz Bayjoo (Mauritius), presentato da Copperfield (Londra), affronta il tema della colonizzazione, mentre La Patinoire Royale propone un progetto monumentale di Ken Ohara.

Daria Koltsova (Ucraina), con la galleria SUPRAINFINIT (Romania), presenta una cabane di memorie postali in vetro, che evoca tempi e paesaggi precedenti alla guerra.

Marisa González, presentata dalla galleria Isabel Hurley (Spagna), propone una monumentale installazione dedicata alla Fax Art, pratica artistica sperimentale sviluppata tra gli anni Settanta e Novanta, in cui il fax diventa molto più di un mezzo di comunicazione: le immagini vengono inviate, ricevute, rielaborate e rispedite, viaggiando da un luogo all’altro e trasformandosi progressivamente in un’opera collettiva.

La galleria Bigagnon (Francia) presenta una meridiana fotografica di Thomas Paquet, dedicata ai dodici mesi dell’anno. Un lavoro poetico sul trascorrere del tempo, in cui la luce naturale diventa materia artistica e il movimento del sole scandisce il ritmo delle immagini, invitando a osservare ciò che normalmente ci sfugge: il passaggio delle ore, delle stagioni e la continua trasformazione della luce.

Ibrahim Mahama (Ghana), presentato da APALAZZOGALLERY (Italia) e protagonista anche di una mostra personale alla Fondation Cartier, è qui con Voli-ni (2022), un collage monumentale di quasi otto metri che intreccia immagini di architetture brutaliste e pipistrelli, evocando la memoria industriale e coloniale del Ghana.

Ana Mendieta, artista cubano-americana e figura pionieristica della Body Art, è l’ospite d’onore di questa edizione, presentata da Marian Goodman Gallery con sei film in Super 8 proiettati nel coro della cappella. Opere intense in cui il corpo, la terra, il fuoco e l’acqua si incontrano, esplorando il rapporto tra identità, natura, memoria e appartenenza.

E, nei magazzini, l’installazione di Andrea Geyer per Galerie Zander crea un’atmosfera di dubbi, parole e assenze davvero suggestiva.

Una settimana, questa, che Parigi ricorderà a lungo. Tra manifestazioni dalle nature più disparate, fino alla rivolta e quasi la presa della Bastiglia… ma credo che la storia non si fermi qui!