Si incontrano come tutti vorremmo: una tenerezza al termine di una giornata storta, una notte che diventa una vita. Rischiano anche di perdersi, Simone e Lucia, con il coraggio di ricominciare da zero e di restare in silenzio, in un’attesa molto simile alla fede. Non tifare per loro sarà impossibile, perché sono davvero come Noi, un po’ meglio. Per Maria Chiara Giannetta il più grande talento di Daniele Luchetti è quello di non giudicare mai i suoi personaggi, di offrirci uno spettro umano così vasto da poterci rispecchiare tutti, a partire dalle contraddizioni. L’altro suo talento è quello di essere sempre Daniele Luchetti, anche di fronte a una commedia romantica realizzata su commissione per Netflix e prodotta da Lucky Red – di cui firma la sceneggiatura insieme a Enrico Audenino, Davide Lantieri e Serena Patrignanelli. A 66 anni, Luchetti gira la rom-com italiana che mancava al cinema italiano: una coccola in cui la speranza torna protagonista, un ritratto attualissimo delle relazioni, scomodo al punto da lasciarci con più domande che risposte, ma con un’insidiosa voglia di imparare ad amarci meglio.
Lui, lei e il mondo contro. Quello che c’è fuori ma soprattutto quello che scalpita dentro. Giannetta è radicale, ostinata, indomabile. Germano è saldo, paziente, duttile. Lucia vive d’istinto, Simone scappa delle emozioni. Il loro è un amore fatto di compromessi e trattative, ma mai inteso come sacrificio: Luchetti ci ricorda che scegliersi tutti i giorni, significa anche mettere in conto di perdersi. Simone e Lucia iniziano un percorso di adozione che riporta a galla quattro anni di differenze abissali: siamo incompatibili? Siamo all’ultimo capitolo della nostra storia? Ma soprattutto, perché vogliamo un figlio?
Dalla casa romana in cui abita da qualche mese, al secondo piano di un palazzo storico, la Giannetta è sempre lei, ma forse un po’ meglio. L’uscita di questo film si allinea a un periodo di profonda trasformazione personale: ha creduto d’essere Simone e si è scoperta Lucia. E adesso? «La vera epifania per me è stata il lavoro sul set con Daniele – racconta lei – C’è un prima e un dopo Luchetti, una qualità di lavoro che non conoscevo». Il suo primo ruolo da protagonista femminile al cinema disattende ogni pronostico: il volto di Blanca, Follemente e Rosa Elettrica – nazionalpopolare, sì, ma sempre elevato a eroina pop – qui diventa una di noi, in un film d’autore che intercetta tutti e che indovina il valore di una coppia imprevista: Giannetta e Germano, insieme, sono una scoperta incendiaria. Due belve dal temperamento goffo e primitivo, l’incontro romantico tra ironia foggiana e romana. Entrambi instancabili, in una jam session che scatena il pianto e il riso, che lacera e ricuce a colpi di “lucchettate”: «Quando a Daniele non funzionavano delle scene, diceva: “Ok, qui non parlate. Solo intenzioni”».
Con una treccia da amazzone, lei si è data in pasto al pubblico e alla stampa della Festa del Cinema di Roma, dove Noi, un po’ meglio è stato presentato in anteprima nella sezione Grand Public, per poi sbarcare in esclusiva su Netflix dal 29 ottobre. La risposta ha sorpreso perfino cast e regista: già si parla di uno dei migliori titoli di Luchetti, con Germano in stato di grazia e Giannetta come la vera rivelazione del film… Ma va’?
Durante le riprese mi scrivevi: “Luchetti mi sta ribaltando. Non capisco più chi sono”.
È quello che ha fatto. Come ha raccontato anche lui nei junket: «Maria Chiara mi è arrivata come un soldatino che ho dovuto smontare». Daniele mi ha tolto il terreno sotto i piedi. Mi ha messo in una profonda crisi e mi ha chiesto, tra le righe: “Fidati di me, non resistere a questa cosa che ti sto chiedendo di fare”.
Come si smonta un soldatino?
Tu ti approcci a una scena con un’idea, ma Daniele comincia a chiederti delle cose che non avevi manco previsto, anche estreme. “Ma questa roba io dove cazzo la vado a prendere? Perché mi sta chiedendo di farla?”. Però è Daniele Luchetti a chiedertela, e certo che la fai. Ci provi con tutti i tuoi strumenti.
Un esempio?
La scena in cui il mio capo mi licenzia e vuole denunciarmi, è stata molto complessa. A un certo punto Daniele è andato a dire all’altro attore di parlarmi personalmente, come se fossi Maria Chiara anziché Lucia. Aveva fatto in modo di cambiare il testo, per avere delle mie reazioni su alcune mie rigidità che conosceva. Lì o resisti ancora, oppure ti lasci andare.

Maria Chiara Giannetta, Daniele Luchetti ed Elio Germano in ‘Noi, un po’ meglio’. Foto: Antonio Faccilongo/Netflix
Rischi e voci di corridoio: entrare nella coppia Luchetti-Germano è impossibile.
Ho sempre avuto la coscienza e la spudoratezza di buttarmi in questa cosa. Come quando dovevo presentare Sanremo e tutto il mondo mi diceva: «Se toppi qua, ti salta la carriera». Ma io i rischi me li vado proprio a mangiare. Nella vita non giocherei mai un all in, nel lavoro vivo il tutto per tutto come un’opportunità. Che voglio fare, tornare a casa pentendomi di non aver giocato un all in?
Giannetta, Germano, Luchetti: il trittico è sorprendente.
A un certo punto ti rendi conto che Elio e Daniele non devono dirsi un cazzo, si conoscono talmente bene che sanno già. Quindi osservavo questa coppia da fuori, come comunicava senza parole, e con enorme rispetto ho detto: “Prima entro in quella dialettica, prima capisco cosa vuole Daniele e come relazionarmi con Elio”. Dopo le prime due settimane di osservazione, è come se mi avessero inconsciamente accolto in quella loro sfera.
Rischi e voci di corridoio: Germano è un gigante, come te la dividi la scena con lui?
Io credo si divida come con tutti gli attori. Per me Elio era un collega di scena, e tratto i miei colleghi tutti uguali. Nella vita gioco molto spesso da sola, in scena zero. Quindi mi sono approcciata cercando di ascoltare Elio, e dall’altro lato ho trovato un collega che mi ascoltava davvero.
Quello è il set, poi ci sono le aspettative esterne: “Vediamo se Giannetta regge quel livello”.
Infatti sai quando l’ho accusato? Dopo. Avevo già visto il film, in saletta di montaggio con Daniele, ma era stato talmente forte che non ci avevo capito niente. Gli avevo solo detto: «In alcune scene non mi riconosco, quindi grazie». Invece quando hanno rilasciato la prima clip a tutti, è stato diverso: “Cazzo, ma quello è Elio Germano? Ma questo è il film di Luchetti? Ma quella so’ io? E se me se magna?”.
Rischi e voci di corridoio: Luchetti, commedia romantica su commissione, piattaforma anziché cinema.
All’inizio ho temuto non fosse il solito Daniele, ma Daniele approccia a tutte le cose in modo uguale, e questa ne è la dimostrazione. L’altro giorno eravamo a presentare il film al carcere di Regina Coeli e gli ho detto: «Io non mi aspettavo questa roba qua. Questa affezione, questo pianto insieme alla risata. Ma posso dire che, secondo me, non te l’aspettavi manco tu?».
Quando capisci che Luchetti ti ha scelto?
Daniele un po’ te lo dice, da come ti dirige durante i provini. Mai darlo per scontato, però, infatti poi è sparito. Finché non mi ha richiamato per fare un provino con Elio. Sentivo che stava cercando conferme, ma l’ho capito subito.
E quando capisci che è orgoglioso di averti scelto?
Questo non so se l’ho capito, Daniele non è uno che si sbottona. Sento che quel momento di orgoglio glielo posso ancora dare. Tie’.

Elio Germano (Simone) e Maria Chiara Giannetta (Lucia) in ‘Noi, un po’ meglio’. Foto: Antonio Faccilongo/Netflix
Essere Lucia e Simone: come lo spieghiamo?
La relazione perfetta, nell’imperfezione dell’essere umano. Perché Lucia e Simone si permettono di essere imperfetti. Questo film ti dice che va bene così, che è uno scontro nel quale una coppia si può riavvicinare, anche dopo del tempo. Tutte vogliono essere come Lucia, tutti vogliono essere come Simone. Tutti fanno il tifo per Lucia e Simone.
Il percorso di adozione ci racconta che la chiave non è cosa pensiamo di volere o non volere, ma trovare qualcuno da amare e da cui essere amati «a modo nostro».
Sì, e ho riflettuto molto sulla trattativa. Lucia non vuole sposarsi perché glielo dice la ASL: “Non andiamo in Chiesa, non lo diciamo a tua madre, io ti sposo perché me lo chiedi. Però siamo noi, in questo matrimonio”. Il modo nostro è che insieme si trovi l’identità di entrambi nel fare le cose. E questo è inevitabile che porti a una trattativa, a un compromesso. È la cosa più difficile all’interno delle coppie, perché se tu non conosci la tua identità, non la puoi comunicare all’altro. E l’altro non sa chi sei.
Oggi sapresti dire qual è “il tuo modo”?
(Ride sfacciatamente, nda). Puoi scrivere: è in lavorazione. Senti, sicuramente ci sto lavorando bene. Sto cercando ancora la mia identità, che però penso sia sempre più cristallina. Quindi si tratta di riconoscere subito se con l’altro potrebbe essere “a modo nostro”, o se sarà sempre “a modo mio” o “a modo suo”.
Una domanda continua a perseguitarmi: “Perché vuoi un figlio?”.
Ti è rimasto ’sto film, eh?
Non infierire. È che siamo molto impegnate, come donne, a difendere il nostro diritto a non volerne. Ma il film restituisce dignità a entrambe le domande: perché vuoi un figlio e perché non lo vuoi?
E ti ricordi qual è la risposta del film, che ha folgorato pure me? “Non lo so”. So solo che voglio fare una cosa con te. E che, per cercare la motivazione, ti ho perso. Questa è l’ostinazione che conduce moltissime coppie a rompersi, dopo tanti anni che hanno avuto figli. Perché diventano il fulcro principale e ci si scorda dell’altra persona. Poi, quando i ragazzini a 16 anni cominciano a uscire, ti ritrovi in casa con un estraneo. Ora passiamo all’altra domanda: perché non vuoi figli? Mi sono trovata a dover rispondere proprio nelle interviste, e dovevo capirlo prima io.
Premesso che trovo assurdo che tu, o chiunque altro, debba rispondere a questa domanda.
Appunto, dipende come te la fanno: questo è un dibattito che serve a noi. Io resto aperta, ma da vent’anni dico che no, non voglio un figlio. A questa domanda rispondo come risponde Simone: io non lo so. Ma come Lucia, sento che non lo voglio.
È una conquista difficilissima, in termini di libertà, arrivare a dire: “Non so perché, ma sento di non volerlo”.
È sempre una questione di pressione sociale. Capire fino a che punto si vuole quella cosa, senza perdere il contatto con quello che siamo. Chiara, io sono fatalista. Preferisco vedere che cosa succede naturalmente nella mia vita. Al massimo, sarà andata così.

Maria Chiara Giannetta (Lucia) ed Elio Germano (Simone) in ‘Noi, un po’ meglio’. Foto: Antonio Faccilongo/Netflix
Di Lucia mi piace che consideri l’adozione più inevitabile della procreazione.
Penso che se vuoi un figlio, significa che vuoi dare amore e cura a qualcun altro. Per quanto riguarda i figli naturali, a volte capitano, altre non sono nemmeno voluti. Mentre per fare un percorso di adozione, indossare un’armatura e sconfiggere le intemperie, lo devi proprio volere.
Cosa invidi a Lucia e cosa ti spaventa di lei?
Credo abbia risvegliato delle cose che da qualche parte mi appartenevano, e che forse sono rimaste a galla da quando l’ho interpretata. Invidio la sua capacità di mettere a rischio e in discussione tutto. Allo stesso tempo, invidio e mi spaventa la sua capacità di doverlo fare tutti i giorni, per continuare a scegliere la coppia. L’adozione e il matrimonio sono pretesti: Lucia testa la coppia, e Simone non è uno che la pressa.
Ma alla fine, Lucia fa tutto quello in cui non credeva.
E questo ti spaventa?
Mi spaventa l’idea che la coppia possa snaturarci. Come si sveglierà Lucia fra vent’anni?
Secondo me si sveglierà sempre così. Lucia è, come a volte mi piace definire me stessa, un cane che abbaia ma non morde. Lei ha deciso, da sola, che non voleva nessuno e che non voleva figli. Quando poi incontri una persona che matcha con te, cominciano a salire i dubbi: perché tu, con quella persona, pensi di poter fare tutto.
Quindi ha ragione chi liquida le nostre argomentazioni con la solita retorica: “Se arriva la persona giusta, cambierai idea”?
Il problema è darlo per scontato, ma Lucia mette dei paletti e dei confini. Una persona al tuo fianco dovrebbe farti scoprire delle parti di te che non conoscevi, in estrema purezza, anche rimuginando per mesi. Lucia e Simone mi hanno insegnato che dev’esserci sempre un fattore di rischio: parlare all’altro dei tuoi bisogni, essere te stesso appieno, e viceversa. Accettare l’altro o rischiare di perderlo.
Il coraggio di restare, per amore, ma anche di capire quando è tempo di andarsene.
Quando ci si lascia è molto chiaro quello che sta succedendo. Poi che uno non lo voglia vedere, mentre l’altro lo pone in campo, è un’altra storia. A un certo punto qualcuno si deve prendere la responsabilità della realtà dei fatti.
Com’è stato riscoprirti da sola, a trent’anni?
Ogni volta che finisce una relazione, c’è una forma di trauma. Poi parte l’analisi di quello che sei stata e che vorresti essere. Anche se arrivano nuovi incontri, bisogna ricordarsi chi siamo. Per me anche una persona sola che sta bene, una donna con un cane, una comunità di amici, sono forme familiari.
Uscirà un’altra commedia romantica, con te e Maurizio Lastrico, La sindrome degli amori passati di Chiara Malta. Un’altra coppia, un altro desiderio di genitorialità.
È una coppia che non riesce ad avere figli neanche con la PMA. E di nuovo la genitorialità diventa il pretesto per raccontare la relazione, perché una ricercatrice gli suggerisce, per ritrovarsi e non perdersi, di ritornare a letto con tutti i loro ex. Lui ne ha tre, lei ne ha venti. E ho detto tutto.
Mi piace che tutti questi personaggi rispecchino diversi aspetti della tua personalità. Forse è iniziata con Blanca per arrivare a Lucia, che somiglia molto alla Maria Chiara di oggi.
Sì, con Blanca è iniziata davvero. Io parto sempre dai difetti, scelgo le zone d’ombra e poi le infilo in tutte le scene, ne faccio un tratto del carattere. Se le togliamo la simpatia e la cecità, Blanca è una spaccacazzi arrogante che si impone. Rosa (Elettrica, nda) ostenta una sicurezza compatta, ma quando deve accedere alla realtà delle cose è goffa, e crolla tutto il castello di carta. Lucia, quando arriva Simone, che la guarda e la accarezza in un certo modo, che non si incazza ma le chiede: “Amore, che è successo?”, si scioglie. Se io resto da sola due giorni, posso dimenticare tutte le cose belle che ho vissuto, perché ho deciso che non esistono. Ma quando entro in contatto con un’anima che mi dice: “Guarda che puoi mollare la presa, ciccia, a modo tuo”, non c’è bisogno di respingere con le mani, con i denti e con la forza, se sai che quella cosa ti fa bene.
E adesso che succede?
Non lo so, ma sicuramente vorrei lavorare ancora con Daniele, se puoi scriverlo, grazie. Anche con Elio, ma magari. Ho bisogno di rischiare, perché ho capito che mi annoio se faccio quello che mi viene bene.
Cosa faranno questi due, oltre i titoli di coda?
Cazzeggiando con Luchetti, in lettura, immaginavamo una scena: Simone e Lucia che vanno a prendere la figlia fuori da scuola, il primo giorno delle elementari. Vedi tutti questi ragazzini, poi inquadratura su loro due, Lucia che dice: “Eccola, amore di mamma!”. E Simone: “Guarda che non è lei”. “Oh, cazzo”. Questi sono Simone e Lucia oltre i titoli di coda.













