Lucca ha ben poco di tenebroso, specie sotto il sole dell’ottobrata che qui ha assunto ormai l’aspetto di una consuetudine. Ma le temperature toscane non portano via a Frank Miller il suo Borsalino d’ordinanza: se il sole batte sulle mura e buca i vicoli, tutto il dark ce lo mette lui, calzato come un’aura. Lo incontriamo al grande stand della Panini Comics, circondato dai suoi albi, a cominciare dal suo Cavaliere Oscuro: l’edizione dei sessant’anni del Comics & Games che celebra a dovere anche i quaranta tondi tondi da quella sua clamorosa stagione del 1986.
In quell’annus mirabilis uscirono Batman – Il ritorno del Cavaliere Oscuro e Daredevil – Rinascita (che tornano entrambi in un’edizione speciale in grande formato con mezza tela e incisione metallizzata a caldo, entrambi con copertine inedite realizzate da Frank Miller appositamente per Lucca Comics & Games 2026). Fu una rinascita anche per il fumetto mondiale, dopo quei titoli niente fu come prima.
Frank Miller ci parla nel primo giorno della rassegna, anzi nelle prime ore. E ha l’aspetto di una conversazione che non potesse davvero aspettare: tra i lunghi respiri profondi quando ci pensa su affiora il ritratto dell’artista, l’amore profondo per il suo mondo e per la sua arte, l’ossessione per il lavoro fatto in un unico modo possibile. Farlo come si deve.

‘Il ritorno del Cavaliere Oscuro’. Foto: Panini Comics
A quarant’anni da quel rivoluzionario 1986 la domanda è quasi banale ma obbligata: qual è lo stato di salute del fumetto?
Per i comics è un momento molto entusiasmante, ma anche molto pericoloso. Molti di quelli che lavorano in altri media vorrebbero quello che c’è nei fumetti, e intendo quello che c’è nella mente di chi fa i fumetti. Però allo stesso tempo vogliono avere poco a che fare con i fumetti. Sicuramente non vogliono che il denaro, facendo il suo giro, finisca nei fumetti.
E come contrattaccare?
La cosa più importante in questo momento per chi fa comics è fare semplicemente il miglior lavoro che può. Esplorare, scoprire cos’ha da dire questo medium fantastico. E poi proteggere le proprie storie e questo medium come si farebbe con i propri figli, per non vederli corrotti, avvelenati. Allo stesso modo, fare di tutto per non vedere queste storie diventare nei film, nei games, in tutte le altre cose in cui possano essere trasposte, qualcosa che non dovrebbero essere.
Una competenza di controllo che sembra un upgrade importante per chi cercava solo di inventare storie e universi…
È così. Il fumetto è passato da essere un medium in cui si fantasticava a una forma d’arte che ha assunto tutta la responsabilità dell’essere genitore.
Pensi a quarant’anni fa e pensi alla Guerra fredda e alla sua coda finale, a Chernobyl, alle inquietudini di fine secolo, a un eroismo che sembrava avere regole più chiare, e nemici più manifesti. La grammatica del male è cambiata?
Il male è umano, non è mai una forza soprannaturale. È piuttosto una forza che fa fare alle persone cose brutte. E le cose brutte sono sempre declinate al presente, questo non cambia di anno in anno, o di epoca in epoca. Le forme però, quelle sì che cambiano.
Quelle di oggi che forma hanno?
Quelle che vediamo in questo momento sono ad esempio nella forma di malattie create in laboratorio che uccidono persone, moltissime. Vediamo nel mondo uomini di potere che mettono in pericolo e uccidono persone, moltissime. Vediamo la legge internazionale sempre sotto la minaccia di alcuni Paesi e della loro potenza militare, l’influenza di poteri internazionali e potentati economici. E buona parte di tutte queste cose in gioco fa sembrare i supereroi dell’inizio, quelli figli della Seconda guerra mondiale, come qualcosa di simile ma allo stesso tempo di più semplice, più elementare.

‘Daredevil – Rinascita’. Foto: Panini Comics
Come si esce da questo scarto?
Quello che dobbiamo fare in momenti come questo è interrogarci e comprendere questa complessità. E cercare modi nuovi e attuali di rendere queste storie altrettanto intense.
La sua quote nell’annuario scolastico era: “Get the hell out of my way“. È una rabbia giovanile che ha tenuto stretta nel suo lavoro?
Se era rabbia non lo so (ride). In realtà allora parlavo della scuola superiore, volevo soltanto andarmene alla svelta.
Sant’Agostino diceva, e non era un annuario: il peccato allontana dalla dalla bellezza di Dio. Il suo caso però sembra l’eccezione: una sensibilità per peccato capace di produrre autentica bellezza. Qual è il rapporto di Frank Miller con il peccato?
Il mio lavoro è sempre stato sui supereroi, e quindi sul bene. Sin City era pensato per essere un posto per definire il bene. Uno stress test per mettere il bene il più possibile alla prova, nel modo più assoluto. Sin City sembra un posto orribile e forse lo è. Ma è lo scenario di storie che parlano fondamentalmente di virtù e di amore.
Dalla città del peccato a quelle dell’epica: l’hai cercata ovunque, nel Giappone feudale, nella cultura ellenistica. In cosa la contemporaneità ti sembra difettare di epica?
Credo che in realtà l’epica, nel cinema come nell’arte, non sia mai stata così bella come in questo momento. Quello che probabilmente le manca è il suo senso più profondo. Il suo significato.

‘Il ritorno del Cavaliere Oscuro’. Foto: Panini Comics
Dieci anni fa qui a Lucca hai detto che con la generazione di Alan Moore e tua, il fumetto è diventato adulto. Oggi qual è la cura anti-age perché non corra il rischio opposto: diventare troppo adulto, invecchiare persino?
Raccontare buone storie, direi. È l’unica risposta possibile, e in fondo l’unica salvezza possibile. Nella prosa, nel cinema, in ogni tipo di fiction, trovare le storie che vogliamo raccontare, e cercare di raccontarle nel modo migliore. E poi trovare l’audience giusta.
In qualche caso si è rischiata confusione?
Ti racconto questo. C’è un disegnatore e scrittore per ragazzi americano che conosco, Tony DiTerlizzi. Fa dei libri meravigliosi, creati chiaramente per i giovani. Apparivano chiaramente e dal primo momento per i giovani, non c’era alcuna necessità di preoccuparsi che qualcuno potesse interpretarli in maniera sbagliata. Allo stesso modo, quando io ho fatto un fumetto come Sin City, con quella cover, dentro quei bianchi e neri terrificanti, era abbastanza chiaro che non fosse per giovanissimi. È quello che in America chiamiamo truth in advertising, è tutto molto chiaro sulla base di cosa si sceglie. In questo modo nessuno dovrebbe trovare il modo di lamentarsi.
C’è una frase di Mario Monicelli che noi italiani citiamo spesso: il cinema non morirà mai, ormai è nato e non può morire. Come si applica anche al fumetto?
In un solo modo, ed è sempre quello: hai un’idea, e cerchi di raccontarla meglio che puoi.










