«È sui tavoli da disegno degli architetti che hanno preso forma i peggiori crimini della colonizzazione», scrive nel suo ultimo libro, Ungrounding (Rizzoli, traduzione di Gioia Guerzoni), Eyal Weizman, architetto e direttore dell’agenzia di ricerca Forensic Architecture e professore presso la Goldsmiths di Londra di culture spaziali e visive.
L’architettura è infatti probabilmente l’elemento più efficace e utile per dare una chiara identità al fare politico all’infuori di ogni premessa e dichiarazione e al di là di ogni orientamento politico sbandierato retoricamente. Se la frase che guida ogni investigazione rispetto al potere è “follow the money”, che fu anche il mantra di un magistrato come Giovanni Falcone, per la politica la massima si potrebbe facilmente traslare con: segui l’architettura con le sue forme e con le sue funzioni.

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Oggi più ancora che in passato l’architettura appare come lo strumento ideale scelto da autocrati e tiranni per mettersi in lustro davanti al mondo. Il modo migliore per esibire ed esprimere la loro forza, la loro sempre infinita vanità e la loro voglia di potenza.
Le cosiddette archistar vengono contese dalle dittature e dalle democrature di tutto il mondo più ancora che dalle democrazie, che anzi tendono a limitare l’ingegno dei migliori architetti con cavilli burocratici e complessità procedurali spesso mostrandosi così più come apparati grigi e insolenti e non come un insieme virtuoso di pratiche atte a garantire il più possibile spazi e libertà comuni. In alcuni casi poi le dittature si prendono la libertà di cancellare la memoria e lo fanno con la violenza di cui sono capaci ed è proprio su questo punto che insiste il seducente e appassionato saggio di Eyal Weizman. Il caso forse più eclatante di questi mesi coinvolge un architetto italiano che vede un suo importante progetto ripudiato dalla nuova amministrazione georgiana ormai affine a Vladimir Putin.
Il nuovo governo infatti, sodale di Mosca, ha intenzione di demolire la Rike Concert Hall progettata da Massimiliano Fuksas e oggi considerata un simbolo da rinnegare perché frutto dell’epoca del leader filo-Ue Saakashvili. L’architettura non è infatti mai apolitica, ma anzi proprio perché interviene sullo spazio e lo modifica e in molti casi ne limita l’accesso rendendolo uno spazio esclusivo, definisce un’idea di società e quindi si fa strumento di una pratica politica. Si va dalle scelte di carattere speculativo celebrate come rigenerazioni urbane virtuose a vere e proprie esplosioni di massa da territori. Un movimento che oltre che generare disagi e nei casi più drammatici vera disperazione, con vite che si trovano dall’oggi al domani frantumate e prive di quel naturale diritto alla casa che dovrebbe afferire a ogni essere umano, va a elidere la memoria di un luogo. Strappare il tessuto che compone la comunità originaria significa togliere ogni valore al luogo, al senso che vi si è stratificato con lentezza per generazioni.
Un lungo lavorio fatto di scambi e relazioni umane. Nelle grandi città americane ed europee viene definito gentrificazione: interi quartieri un tempo popolari che divengono rapidamente luoghi esclusivi, hub alla moda non più frequentabili dai vecchi abitanti, luoghi che si spacciano in sostanza per quello che non sono più. La gentrificazione non è altro che una parola gentile per definire un movimento che in altre parti del mondo assume i connotati più violenti ed evidenti di una colonizzazione, che è quella che sta venendo da anni sotto gli occhi di tutti in Palestina, e che Eyal Weizman denuncia partendo dagli strumenti dell’architettura; analizzando il movimento che il governo israeliano autorizza e favorisce demolendo e sostituendo sistematicamente villaggi e abitati originari in zone un tempo abitate dal popolo palestinese.
Perché costruire contiene spesso la sua opposta dinamica, ovvero un movimento distruttore e demolitore che accelera una crescita virtuosa sul breve periodo, ma illude sulla reale presa di possesso di un luogo. Uno spazio conquistato con la violenza e con l’esproprio resta un luogo violato, in cui la memoria viene cancellata e la storia falsificata. Si tratta di costruire su fondamenta illusorie, si tratta di dare forma a luoghi estremamente pericolosi e pericolanti perché dalle basi fragilissime. Ungrounding è il termine con cui Weizman definisce il processo di sradicamento totale e deliberato, un fare tabula rasa che sta alla base delle operazioni colonizzatrici di Israele verso i territori palestinesi, un’operazione che mira a rimuovere una società e a cancellarne la sua presenza nel tempo.
Per ottenere questa totale rimozione si parte e si arriva fino alle pietre che compensano i villaggi originari. Le pietre vengono mischiate e sminuzzate fino alla loro radicale cancellazione. Il governo israeliano non si limita a far demolire e occupare interi villaggi, ma ne demolisce letteralmente ogni pietra fino a elidere anche la più radicata presenza visibile di un passato oggi non più contemplabile. Weizman punta il dito contro progettisti e architetti che dai loro tavoli da disegno hanno immaginato una distruzione scientificamente coordinata. Eyal Weizman analizza la situazione della striscia di Gaza, il massacro in atto e la distruzione di ogni centro abitato compiuta con efferata precisione che si palesa nella creazione di dune mobili di macerie, un paesaggio artificiale pensato per confondere e togliere ai vecchi abitanti ogni riferimento passato. Un disorientamento utile per cancellare a chi vi ha vissuto ogni motivo di attaccamento a un luogo ora per lui totalmente irriconoscibile. Una distruzione che non riguarda le case e le strade ma coinvolge anche l’ecosistema, sia la parte edificata che la parte naturale vengono totalmente stravolte all’interno di un progetto che non è banalmente figlio di un conflitto armato, ma che ha la forma di un atto predatorio di deliberata conquista del territorio.
O meglio: l’obiettivo finale delle operazioni non è solo la sconfitta militare o la demolizione di infrastrutture (definibili come urbanicidio), ma la produzione deliberata di un ambiente in cui la vita umana sia biologicamente e socialmente risulti impossibile da sostenere nel lungo periodo. Si è così di fronte nel nuovo secolo alla totale smentita di una possibile e a lungo celebrata – dalla fine degli anni Novanta del Novecento – guerra di precisione su cui si sono basate per anni le assurde operazioni di pace in forma militare nel mondo. Israele apre uno squarcio sulla retorica – tutta occidentale – della guerra come forma di salvaguardia e ne mostra invece la faccia più feroce.
Ricostruire in futuro Gaza così come ogni altro territorio occupato non può che essere parte di un ritorno, di un recupero, come indica Weizman, che parta da chi quelle terre e quei quartieri li ha abitati per anni e secoli. Un compito che spetta all’architettura e alla libera scelta dei suoi esponenti, consci che costruire può significare sì dare spazio ma anche toglierlo rimuovendo memoria e vita.










