Mario Moroni: «La bolla dell’intelligenza artificiale esploderà» | Rolling Stone Italia
Il mugnaio digitale

Mario Moroni: «La bolla dell’intelligenza artificiale esploderà»

Dal mulino di famiglia, il podcaster del Caffettino ci parla del declino dell'Europa, della Cina che avanza, del giornalismo «copia e incolla» e della politica senza idee: «Il futuro sarà la gestione del nostro tramonto»

Mario Moroni. Foto: Press

Mario Moroni

Foto: Press

Per capire chi è davvero Mario Moroni bisogna uscire da Milano e arrivare ad Arluno, al mulino Al Murìn costruito nel 1892 da Ercole Moroni, lungo un canale del Villoresi, e da allora passato di padre in figlio. È qui che ogni mattina, dal 2017, registra Il Caffettino, il podcast quotidiano sull’innovazione che si avvia a festeggiare il decennale. Lui che nel 1999, a 15 anni, fondava OkMusik, uno dei primi portali musicali italiani, e ha pubblicato i volumi Startup di merda e La fine dei social. Ora passa al fumetto con Achille & KiPI – I Disconnessi di m1RC_, scritto da Salvatore Vivenzio e disegnato da Silvia Buganza, in crowdfunding su Kickstarter, presentato oggi al Lucca Comics & Games.

Mentre passeggiamo tra la ruota del mulino e il suo studio ci ha spiegato perché, quando torna a casa, è ancora «Mario il figlio del mugnaio» e non «quello del Caffettino». Ma anche tanto altro. Sostiene che «non esiste più l’innovazione americana», che di fronte alla Cina «siamo over 60 con la pancia piena ma senza idee», che per l’Europa «il futuro sarà la gestione del nostro tramonto». Avverte che sull’intelligenza artificiale esploderà una nuova bolla, ritiene necessario un ministero dell’Innovazione e accusa il giornalismo di fare «copia e incolla», rivendica che la sua graphic novel è fatta «al 100% da esseri umani» e ricorda che anche sul podcast gli dicevano: «Non funzionerà mai».

Il mulino Al Murìn ad Arluno della famiglia Moroni. Foto: Press

Il mulino Al Murìn ad Arluno della famiglia Moroni. Foto: Press

Che bambino era Mario Moroni, qui nel mulino?
Un bambino molto introverso. E credo di esserlo anche oggi. Figlio unico di questa famiglia artigiana, mi piaceva inventarmi le storie, giocare da solo. La fortuna è stata che mio padre e mio zio comprarono un Intel 486, che all’epoca era un computer straordinario. Nella mia famiglia di artigiani c’è sempre stata un po’ di tecnologia. E poi ho avuto la fortuna dell’inconsapevolezza: alla fine degli anni Novanta la tecnologia entrava ovunque, ma in realtà non ne capiva niente nessuno. Era un momento pionieristico. Andavo male a scuola e quel computer mi permetteva di conoscere altri mondi. Mi ha consentito di scappare dalla realtà.

Il rapporto difficile con la scuola torna in tante biografie del mondo tech.
Alle medie mi impegnavo tanto, ma non funzionavo. C’era sempre qualcosa che non capivo, e anche oggi, vedendo mio figlio quando studia, ripenso a quella difficoltà. Funzionavano i compagni che imparavano a memoria, ed era quello che ti chiedeva la scuola. Io non ce la facevo, ho una pessima memoria ancora oggi. Non ho fatto nessun corso digitale, all’epoca la scuola non capiva granché di questo settore. Ma a un certo punto ho capito che quella roba lì non mi avrebbe aiutato nella vita: dovevo finirla, ma non mi sarebbe servita. Ne parlo spesso con i miei ex compagni di scuola e abbiamo capito che dovevamo cavarcela da soli.

Rimpianti?
Rimpiango di non aver fatto l’università, quello sì. Mi sarebbe piaciuto. Però mi è andata bene così, perché altrimenti non sarei riuscito a fare nulla. Quando ho aperto Ok Punk, che poi è diventato OkMusik, anche in Germania e in Inghilterra, a fine anni Novanta, avevo quindici anni e un sacco di tempo.

All’epoca quelli che smanettavano col computer venivano chiamati nerd. Venticinque anni dopo è la loro rivincita?
È un racconto molto americano di come viviamo la tecnologia. Credo che abbiamo mitizzato un po’ troppo l’America, lo vediamo anche ora con l’intelligenza artificiale. E continuiamo a raccontare così la Silicon Valley, che ho vissuto in parte nel 2006. Però sì, forse è la rivincita di chi credeva nel futuro, cosa che oggi è molto complicata da dire. Eravamo una generazione che si trovava negli scantinati, negli uffici, nelle camerette a parlare di programmazione. Abbiamo creato delle comunità: sono ancora in contatto con persone conosciute su mIRC, su IRC, ci sentiamo ancora. Per questo mi sento meno nerd, meno smanettone, e un po’ più comunicatore: uno che mette in contatto le comunità.

Paolo Mieli disse che Internet era come il borsello: una moda passeggera. Al di là di questo, per anni il giornalismo ha sottovalutato il digitale e poi ne è stato travolto.
Lo sottovaluta ancora. Lo vedo con il Caffettino: si pensa, nel 2026, dopo vent’anni di social media, che le persone vadano a cercare un posto dove trovare le notizie. Il giornalismo ci serve, oggi ancora di più, ma il problema è che spesso quelli che scrivono gli articoli non fanno i giornalisti: fanno il copia e incolla degli uffici stampa, oppure adesso dell’AI. Quando leggo su un quotidiano importante un modo di dire che ho appena usato in una puntata, mi chiedo se qualcuno l’abbia ascoltata, oppure se c’è un’AI che ascolta i podcast e riscrive le puntate per i giornali. Siamo arrivati esattamente al contrario del ruolo del giornalista.

Qual è il problema di fondo?
Sottovalutiamo la persona sul campo, quello che stai facendo tu adesso: andare nei luoghi a raccontare le cose. Forse dovremmo smettere di chiamare giornalisti quelli che leggono le notizie e le riscrivono. Oggi anche noi podcaster siamo spazzati via dall’AI. Chi ascolta il Caffettino non ascolta la notizia, che spesso conosce già: ascolta la mia opinione da essere umano sulla notizia. Per questo rimpiango gli editorialisti come Giovanni Sartori, che mettevano insieme i pezzi e ci davano un’opinione. Basta guardare le pagine dei giornali online: tutto clickbait, il gattino sull’albero, oppure sostengono che è sempre una rivoluzione. Ma sono titoli che non raccontano più una storia. E guarda caso chi lo fa ancora, soprattutto le testate internazionali, crea abbonamenti. Io sono disposto a spendere 20 o 30 euro al mese per leggere il racconto di un vero giornalista, ma non 6 euro per un’accozzaglia di notizie copiate da altri.

Mario Moroni durante Il Caffettino. Foto: Marco Nodari

Mario Moroni durante Il Caffettino. Foto: Marco Nodari

Torniamo alle origini. Qui in provincia, dove arrivano sempre un po’ dopo le novità, come reagivano a un ragazzino così interessato alla tecnologia?
Con la presa in giro. Quello che mi ha salvato da quel giudizio un po’ infantile è che ho cominciato a guadagnare. Quando sono arrivati a casa gli assegni dal player americano, quando cercavo di vendere la pubblicità, all’inizio addirittura delle suonerie, abbiamo scoperto che poteva diventare un lavoro. Andavo in giro in motorino a vendere siti web per qualche centinaio di migliaia di lire a persone che non sapevano niente di web. E ci riuscivo. Ma c’era uno stupore generale, anche se la gente che non mi conosceva mi ascoltava.

La provincia, almeno all’inizio, è un posto dal quale fuggire?
Ha una caratteristica bellissima, che mi ha formato: quando vai bene ti dicono tutti che era normale, che si vedeva che ce l’avresti fatta. Quando vai male, e non vedono l’ora che tu vada male, ti dicono: che cosa potevi aspettarti da quella roba lì? La provincia è spesso terribilmente triste, livorosa, difficile da frequentare. Perché ancora oggi facciamo l’errore che vedevo da ragazzino: pensare che le cose non possano cambiare, che le persone debbano vivere una vita standard e che chi esce dal coro si sia montato la testa. Io ho sempre scelto di fare la cosa più difficile, quella che pensavo potesse funzionare in futuro.

Tu però hai deciso di tornare.
Mi piace ricordarmi da dove sono partito. Avere il mio studio, la mia base nel mulino, mi permette, quando torno a casa, di essere soltanto Mario il figlio del mugnaio. Non sono quello del Caffettino, non sono quello dei libri. Ed è molto utile per non montarmi la testa, perché non sto facendo niente di straordinario. Ma soprattutto per ricordarmi qual è il mio ruolo: spiegare anche alla persona comune il momento che stiamo vivendo. Se frequentassi un’altra bolla perderei questa condizione. E oggi incontro tanti ragazzi di provincia, anche molto giovani, che sono un po’ come me. La provincia ti può dare una grossa opportunità, perché Internet e l’AI sono in grado di creare un cambiamento radicale, soprattutto nelle piccole città e nei paesi. Questa è l’Italia, l’Italia delle province, non quella delle grandi città.

Sull’AI arrivano ogni giorno notizie roboanti: chi annuncia rischi enormi, chi se ne infischia, chi dice che è tutto un gioco delle big tech che non riescono a mantenere gli investimenti. Che idea ti sei fatto in mezzo a questo caos?
C’è un livello finanziario, quello della bolla dell’AI generativa. Io di bolle nell’innovazione ne ho già vissute tre. Quando ho cominciato, negli anni Novanta, appena la cosa iniziava a funzionare è arrivata la bolla delle dot-com: il giorno dopo aver venduto un sito dovevo scappare dal piccolo imprenditore che diceva che era tutta una truffa. Quindi dovremmo ricordarci che prima o poi la bolla dell’intelligenza artificiale esploderà. Poi c’è il livello dell’innovazione: nelle aziende, non solo italiane ed europee, facciamo fatica a inserire l’intelligenza artificiale, perché le aziende sono state costruite sugli umani, per dirla in estrema sintesi. Oggi alcune attività devono essere costruite sui flussi di lavoro, e bisogna chiedere alle persone di fare un lavoro migliore da esseri umani. Sarà un processo molto lungo, ma dobbiamo affrontarlo.

A livello politico?
È il più interessante. Nel 2026 abbiamo scoperto il ruolo secondario degli Stati Uniti: non esiste più l’innovazione americana e basta, ma esistono anche quella cinese e quella indiana. Abbiamo scoperto che questa tecnologia è un’arma politica importante, persino militare, un’arma nuova che in questa globalizzazione possono avere tutti. Addirittura l’Iran sta usando l’AI. I titoli roboanti servono ad abbassare le responsabilità delle aziende americane, che ci dicono questo dopo che fino a due giorni fa le stesse persone ci dicevano che dovevamo usare l’AI, altrimenti saremmo rimasti fuori dal mondo del lavoro.

E noi europei?
Da una parte dobbiamo usare necessariamente l’intelligenza artificiale, perché la usano i nostri concorrenti. Dall’altra dobbiamo smettere di ascoltare solo il racconto americano della tecnologia e assumere un ruolo strategico. Ogni tanto l’Europa mi sembra che ragioni. Altre volte, quando vedo l’AI Act, con le sue modalità pretestuose, regolamentatorie, mi sembra che rimaniamo ancorati a qualcosa che non si può più gestire. E servono persone competenti. Nel Caffettino lo dico spesso: ci servirebbe un ministero dell’Innovazione. Nel 2026 mi sembra assurdo che un Paese importante come l’Italia non abbia una persona con quel ruolo. Se domani subissimo un cyberattacco che blocca tutti gli ospedali, anche se speriamo non accada mai, chi avrebbe la responsabilità di dirci come uscirne?

Si dice che la Cina abbia ormai superato gli Stati Uniti sia dal punto di vista tecnologico che economico. Dobbiamo prepararci a imparare il cinese?
La Cina non è più un partner secondario. Per assurdo, fino a un po’ di tempo fa speravo che noi europei facessimo un accordo con la Cina e non con gli Stati Uniti. Ma c’è di mezzo Trump, che se ci lascia soli restiamo degli over 60 con la pancia piena ma con le idee vuote. Dobbiamo decidere che mondo vogliamo. Xi Jinping, con il piano AI Plus, ha deciso da dittatore, in autonomia, ma noi non possiamo permetterci quella velocità. Quindi dobbiamo scegliere. Vogliamo rimanere fuori dai giochi? Dobbiamo eleggere un nostro Trump e andare verso il presidenzialismo? O essere solo i clienti di queste tecnologie?

In fondo non siamo già clienti?
Sì, pensa a TikTok, che è uno dei social più usati. Pensa all’invasione di Shein, di Temu, della fast fashion. La maggior parte della tecnologia che le persone installano in casa è cinese. Qualche mese fa iRobot, l’azienda del Roomba, è fallita ed è stata acquistata da un’azienda cinese che ha le mappe di tutte le case occidentali. Non so cosa debba accadere perché diventi una priorità. Non credo che dovremo parlare cinese, l’intelligenza artificiale ci permetterà di capirci, ma dobbiamo capire che l’Europa ha un peso limitato. L’India annuncia 100 milioni di utenti settimanali su ChatGPT, noi per fare 100 milioni di iscritti in Europa dobbiamo andare a cercarli con il lumicino. Siamo in un periodo di passaggio e dobbiamo renderci conto che il futuro sarà soprattutto la gestione del nostro tramonto, il che ci rende consapevoli e ci permette di fare scelte non dettate dalla follia, dall’impazienza o dalla paura.

Chi se ne sta occupando a livello politico?
Ho letto il programma di AfD ed è uno dei pochi partiti in Europa che dice in maniera molto chiara dove devono essere costruiti i data center, come devono essere fatti, che energia dobbiamo usare. Sembra una provocazione, e non dico di votare AfD, ma se i partiti, dal più piccolo in Italia al più importante d’Europa, non hanno chiaro che cosa faremo con l’innovazione, non vuol dire che non la faremo. Vuol dire che la faranno gli altri su di noi.

Jürgen Klopp, ct della Germania, ha detto di non lasciare l’orgoglio nazionale alle persone sbagliate. Il nazionalismo, in questo senso, è stato strumentalizzato dagli estremisti?
Il punto è che i nazionalismi hanno bisogno dei giovani, ma noi perdiamo 200mila ragazzi l’anno. E bisogna avere dei sogni. Per quanto folli, i nazionalismi vivono di sogni. A noi manca tutto questo. Noi cerchiamo un nazionalismo temperato e un nazionalismo dell’innovazione protezionista, che è complicatissimo in un’epoca in cui non abbiamo energia, perché non abbiamo il nucleare, e non abbiamo gli ingegneri, perché i più bravi lavorano nelle big tech all’estero. Dovremmo far tornare i cervelli in fuga, ma non ci sono le aziende per assumerli.

Dall’altra parte i progressisti, che dovrebbero essere avanti su questi temi, ma l’innovazione non è nella loro agenda.
Il mio modo di agire sull’innovazione è sicuramente progressista, ma apartitico. Mi piacerebbe un partito che inserisse nel programma questi temi: dove facciamo i data center, come trattiamo l’innovazione, ci stacchiamo o meno dagli Stati Uniti, ci leghiamo o meno alla Cina. Ma, probabilmente, spiegare queste cose non porta voti. Nel 2026 dovremmo cominciare a ragionare solo dal punto di vista europeo. Quando si parla di innovazione si dice sempre che ogni Paese deve farsela da solo, ed è un po’ la fine del sogno che mi aveva animato da ragazzo, da imprenditore: il mondo sarà più grande. Oggi il mondo si sta rimpicciolendo. La politica dovrebbe fare sintesi, trovare soluzioni e lanciare dei sogni. Altrimenti è normale che le persone continuino a non andare a votare. In azienda è semplice: se le persone non partecipano è perché non gli hai raccontato un sogno.

Tu intanto ogni giorno, da quasi dieci anni, proponi il Caffettino su questi temi. Ora anche il Caffettino per 2 con ospiti. Come si mantiene una costanza del genere?
Il Caffettino è un po’ un unicum: è tra i primi tre podcast in Europa per longevità e numero di puntate. Ho seguito il modello anglosassone del flash briefing (un notiziario rapido, ndr) e il daily mi permette di farlo sulle notizie aggiornate. La domanda che mi fanno più spesso è come faccio a trovare le notizie tutti i giorni, ma le notizie sono una valanga, ho agenti AI che me le propongono ogni giorno. La difficoltà, in realtà, è avere opinioni: decidere qual è la notizia giusta su cui formarmi un’opinione con la competenza per darla.

E il Caffettino per 2?
Non volevo fare interviste, c’è stata la richiesta della community: ci mancano gli approfondimenti con le persone che hai la fortuna di incontrare. Io dicevo che non c’era bisogno dell’ennesimo podcast di videointerviste. Poi ho scoperto che c’era proprio una richiesta di approfondimento, di un contenuto più lungo che surfasse tra l’innovazione e il mondo pop. Ed è una cosa che mi riempie d’orgoglio. Oggi la maggior parte delle persone guarda e ascolta il Caffettino per 2 sul divano, con la propria compagna o il proprio compagno, sulla televisione di casa. Il mondo del podcast si sta prendendo anche in Italia un pezzo di quello che la televisione non sa più fare: il racconto e l’approfondimento.

Qui ad Arluno è passato Silvio Pellico e viene da pensare, con un parallelismo ardito, che quelli che ancora oggi dicono ciò che pensano contro “l’aristocrazia del tempo” siano i nuovi carbonari, in questo caso della tecnologia. Ti ci rivedi?
Sicuramente stiamo tornando a un approccio di fiducia, ed è molto positivo: abbiamo perso la fiducia nei grandi editori, negli editorialisti tradizionali della televisione e della radio, e noi podcaster li stiamo sostituendo. Però mi manca un pezzo: i mediatori di informazione competenti. Oggi è facile prendere un’informazione online e raccontarla se sei bravo e un po’ sgamato, ma non hai una redazione che compie il fact-checking. Quindi mi auguro di essere un carbonaro, o il mugnaio, però mi piacerebbe che persone competenti tornassero a fare la verifica delle fonti. Non è un ruolo che può appartenere alla granularità dei podcaster e degli opinionisti. Lo vediamo negli Stati Uniti con Joe Rogan: sposta voti, sposta campagne elettorali, ma bisogna fare attenzione alle informazioni che diffonde.

I politici oggi, ancor di più mentre si avvicina la campagna elettorale, sono diventati maestri nell’uso dei social e dei meme.
Andiamo verso un periodo in cui ci sarà tantissima politica di questo tipo sulle piattaforme. E io mi prendo il mio pezzo: raccontare l’innovazione nella politica. Ho paura che parliamo ancora di nicchia, ma la fascia tra i 35 e i 55 anni, che ha vissuto il mondo analogico e quello digitale, che lavora e si preoccupa di che cosa succederà domani, si preoccupa anche dell’energia. Ricordiamoci che senza energia non c’è innovazione. Come sta già accadendo in giro per l’Italia e per l’Europa, le proteste contro i data center saranno una nuova arma in mano alla retorica della politica.

Achille & KiPI – I Disconnessi di m1RC_. Foto: La cover della graphic novel

Achille & KiPI – I Disconnessi di m1RC_. Foto: La cover della graphic novel

Tra dieci anni ti vedi ancora a condurre il Caffettino?
Il primo obiettivo è arrivare ai dieci anni del Caffettino, nel 2027: è una milestone, come dicono quelli bravi. Dieci anni di podcast tutti i giorni, 365 puntate l’anno più i Caffettini per 2, sono un grandissimo risultato. Poi credo che il daily, quello delle notizie, avrà ancora più importanza. Oggi siamo pieni di podcast fatti dall’AI, gli agenti già sostituiscono buona parte di questi podcast, ma le persone non vogliono sapere la notizia. Vogliono l’opinione umana con esperienza. Il Caffettino, come stiamo già vedendo, potrebbe uscire dalla logica del podcast e diventare un media: con la parte scritta, la parte video, la community, il club.

E poi ora hai lanciato la graphic novel Achille & KiPI.
Abbiamo lanciato la campagna. È il primo progetto che realizzo partendo dall’estero: già nel pre-lancio tante persone dagli Stati Uniti ci chiedevano informazioni. È il racconto del nostro mondo dell’innovazione con un altro tipo di media, fatto da esseri umani: Achille & KiPI è realizzato al 100% da esseri umani. In sei mesi abbiamo scelto la disegnatrice, lo sceneggiatore e il project manager. Nel 2017, quando raccontavo il podcast in Italia, mi dicevano: «Non funzionerà mai ». Le stesse critiche le sento adesso per la graphic novel. In Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti è un media usato anche dalle aziende, qui invece viene visto come il fumetto che leggevi da piccolo. La storia di questo ragazzo e di questo gatto, che vanno nel prossimo futuro a vivere i problemi che viviamo oggi, potrebbe diventare una serie tv, un romanzo, un film. Mancano storie che ci permettano di sognare.

Hai avuto la fortuna di essere un pioniere. Un giovane non può esserlo, almeno nella tecnologia. Cosa gli consiglieresti?
Oggi ci sono più opportunità rispetto a quando ho cominciato, quindi più concorrenza. Se avessi quindici anni farei il mix delle mie esperienze. Da una parte viaggiare: per me è stato utilissimo girare tra Berlino, Londra e San Francisco. Oggi vuol dire Cina, India, Sudafrica, Sudamerica, le nuove capitali dell’innovazione, più il Texas per gli Stati Uniti. Dall’altra fare quello che fanno tutti gli innovatori, ed è una cosa non troppo bella da dire: lavorare in solitudine, sperimentare e continuare a sognare.

Si può ancora sognare con l’AI che sembra sognare al posto nostro?
Quando parliamo di AI parliamo quasi sempre dei modelli generalisti in abbonamento. In realtà oggi la ricerca più importante di nuovi servizi è sugli small language model, piccoli modelli molto verticali. Se avessi quindici anni mi metterei a cercare la soluzione a un problema, cioè un prodotto, e guardando che cosa fanno nel resto del mondo. Quando creai OkMusik c’erano già portali musicali, ma non in Italia, e in Europa non come community social. Quando ho aperto il Caffettino c’erano già podcast di news, ma non in Italia. Fare l’imprenditore vuol dire sapere che certe cose esistono e provarle e portarle in mercati nuovi.

Siamo su Rolling Stone e hai cominciato anche con la musica. Quale ti ha ispirato?
Qualche settimana fa ho scritto a Fat Mike, il cantante dei NOFX, perché una delle prime interviste che feci per OkMusik, in inglese, fu proprio a lui, il cantante della band punk rock americana per eccellenza. Gli ho scritto perché vorrei inserire un piccolo cameo in Achille & KiPI, ci stiamo lavorando. Da ragazzo ascoltavo il punk e il rock: un qualsiasi pezzo veloce dei NOFX potrebbe essere la mia colonna sonora. Non era più il punk londinese degli anni Settanta e Ottanta, ma un adattamento pop rock americano che raccontava i cortocircuiti della società di allora. È il legame da cui sono partito e che porto nel cuore.

E oggi qual è la tua musica per prepararti al futuro?
Ultimamente in Orbit Orbit di Caparezza. È un disco che mi trafigge: adulto, maturo, problematico. Mi ritrovo nel rap italiano più adulto, da Fabri Fibra al nuovo Neffa. E forse proprio Neffa è il punto di collegamento: è partito come batterista dei Negazione, una band hardcore punk dell’epoca, e poi ha continuato a mutare. Siamo tutti una mutazione continua.