La nuova generazione che racconta il Trento DOC | Rolling Stone Italia
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Il Trento DOC ha una nuova generazione, e non ha fretta

Ereditare una tradizione forte non significa ripeterla: tra comunicazione, cooperazione e nuovi modi di bere, i giovani cambiano il racconto del Trento DOC senza snaturarlo

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Maso Salim

Foto cortesia

Diciamoci la verità: ereditare una tradizione da un lato ti spiana la strada, dall’altro ti mette continuamente a confronto con chi è venuto prima di te, e se per un attimo hai una caduta di autostima, ritrovare il centro non è sempre immediato. Vale nella vita, vale ancora di più quando hai sulle spalle un DNA, solido e molto riconoscibile, con cui devi fare i conti prima ancora di trovare la tua strada. Che cosa succede, quindi, quando una nuova generazione eredita una tradizione, ma non necessariamente il modo di viverla?

Soprattutto quando questa tradizione ha un nome preciso: Trento DOC. Una delle grandi espressioni del vino italiano, un metodo classico con una storia forte, un’identità popolare e radici profonde nella montagna. Avere alle spalle uno storytelling così è una fortuna, sicuramente, ma può diventare anche un peso. Perché quando tutto sembra già scritto, la sfida è capire che cosa conservare e che cosa cambiare. Ed è proprio qui che entrano in gioco le nuove generazioni del Trento DOC: stanno modificando la narrazione senza snaturare il contenuto. Anche perché, qui, di sostanza ce n’è parecchia.

Il ricambio generazionale passa dalle vigne alle cantine, dai social ai nuovi modi di stare insieme. C’è chi prende in mano l’azienda di famiglia, chi sceglie la cooperazione e chi trasforma la cantina in un luogo d’incontro. Non è necessariamente una rivoluzione del vino, ma un riallineamento nel modo di raccontarlo e berlo. «Il cambio generazionale porta con sé un’evoluzione del progetto» – racconta Pietro Bortolotti, 24 anni, di Cantina Salim, a Drena immersa nell’Alto Garda, «quando siamo arrivati noi, abbiamo arricchito il progetto creando la cantina ipogea e investendo sulla comunicazione, con una forte attenzione alla condivisione e alla costruzione di una narrazione e di una filosofia del nostro vino».

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Foto cortesia

A Salim ogni generazione ha aggiunto un pezzo. Il nonno ha acquistato la tenuta e piantato le vigne; il padre ha trasformato quel patrimonio in un progetto produttivo. Pietro, insieme alla sorella Ludovica, 20 anni, ad Adele Matassoni, 28 anni, responsabile accoglienza e ospitalità, e all’enologo Michele Perini, 31 anni, ha portato una sensibilità nuova, fatta di comunicazione, identità visiva e ospitalità. Una realtà piccola, nata ufficialmente nel 2023, con circa cinque ettari produttivi, dove i ruoli si sovrappongono e tutti fanno un po’ di tutto. L’idea è semplice: la cantina non deve essere soltanto il posto in cui nasce il vino, ma anche quello in cui succede qualcosa. «Volevamo che fosse percepita non solo come luogo di produzione, ma come luogo di condivisione e confronto. Non un posto dove qualcuno che sa di vino tiene una lezione di teoria. Il vino va scoperto in modo più rilassato, senza togliergli importanza, attraverso linguaggi diversi che raggiungano un pubblico più vasto: non necessariamente super tecnico, ma con la voglia di diventarlo».

Convivialità, quindi, cultura e anche divertimento. «Il vino dev’essere interprete del proprio tempo e parlare lo stesso linguaggio delle nuove generazioni. La mia sfida è quella di una persona che crede di dover abitare il tempo in cui vive». Stare nel presente, però, non significa inseguire ogni novità. Salim continua a lavorare secondo i principi del Trento DOC, con Chardonnay e Pinot Nero e vigneti coltivati in biologico, con un’attenzione vigile alla sostenibilità. La cantina, infatti, è ipogea e sfrutta le condizioni naturali del sottosuolo per ridurre il ricorso all’energia esterna. Le vinacce vengono recuperate per distillare le grappe, mentre la parte non distillata viene riutilizzata come fertilizzante. Anche il packaging segue la stessa logica, con carta riciclata per imballaggi ed etichette e un composto di sughero riciclato per le glacette. L’obiettivo è un’economia circolare che cerchi di restituire al territorio ciò che il territorio offre. Una filosofia, quella di Salim, che si regge su tre principi fondamentali: lavorare in sintonia con l’ambiente e con le persone, essere eredi della tradizione senza rinunciare al futuro, considerare il vino non soltanto un prodotto, ma un’occasione di condivisione ed emozione.

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Il team di Cantina Salim. Foto cortesia

«Cerchiamo di stare nel passato, nel presente e nel futuro», riassume Pietro. La tradizione, insomma, non è un canovaccio scritto da recitare a memoria, ma una base da cui partire, anche per sperimentare. Un principio, quest’ultimo, che intercetta la formazione enologica trentina. A San Michele all’Adige, la Fondazione Edmund Mach forma da oltre 150 anni generazioni di tecnici ed enologi, mettendo in relazione ricerca scientifica, sperimentazione e pratica agricola. Qui studiò anche Giulio Ferrari, figura centrale nella nascita del metodo classico in Trentino. Un luogo in cui il sapere si trasmette, ma viene continuamente rimesso alla prova dal cambiamento climatico, dalla ricerca e dalle esigenze produttive. Perché il futuro del vino non si costruisce soltanto con le idee: servono competenze, serve capire il contesto in cui inserito, serve capacità di innovare e, soprattutto, la possibilità di collaborare. In Trentino, dove i vigneti si arrampicano sui pendii e le proprietà sono spesso minuscole, la cooperazione è una parte decisiva della risposta.

Cantina Lavis Valle di Cembra riunisce circa 300 soci viticoltori. «In Val di Cembra», racconta Stefano Rossi, 42 anni, enologo della cantina, «la dimensione media delle aziende è di appena mezzo ettaro. Chi ha cinquemila metri quadrati di vigneto, poco più di un campo da calcio, non ha l’economia per comprare le attrezzature o farsi una cantina». La cooperazione nasce da una necessità concreta: condividere investimenti, strumenti e strutture che, da soli, sarebbero spesso insostenibili. Ma significa anche dare valore a tanti piccoli appezzamenti e alle persone che li coltivano. «Il nostro lavoro è amplificare le storie di questi contadini, che hanno piccoli pezzi di terra», spiega Rossi. Per anni il passaggio generazionale in agricoltura è stato tutt’altro che scontato, ma adesso qualcosa si sta trasformando. «Quindici anni fa non restava quasi nessuno, oggi, invece, abbiamo giovani di venti o venticinque anni che scelgono di conferire l’uva, e poi siamo noi a occuparci della trasformazione».

Non tutti devono diventare imprenditori indipendenti, aprire una cantina e inventarsi un’etichetta. A volte il futuro passa dalla possibilità di coltivare il proprio vigneto entrando in un progetto collettivo. L’identità individuale non scompare: trova una struttura che le permette di sopravvivere, crescere e misurarsi con un pubblico che cambia a sua volta. Perché il cambiamento non riguarda soltanto chi produce, ma anche chi beve. «Anni fa, il racconto che facevo personalmente aveva molti più tecnicismi e meno leggerezza, meno cuore», ammette Rossi. «Oggi il racconto ai ragazzi e ai visitatori è molto più easy, di facile comprensione e meno tecnico. Anche perché negli ultimi anni c’è più curiosità verso la bollicina, tra i miei amici più giovani un vino rosso impegnativo fa più fatica, mentre la bollicina è vista come momento conviviale».

La degustazione non è più l’unico formato possibile. «In Trentino siamo un po’ rigidi sugli orari, con il pranzo a mezzogiorno e la cena alle sei e mezza o sette, mentre adesso ci si sta aprendo a un aperitivo che comincia alle sette e finisce alle nove, senza l’obbligo della cena. In questo contesto il Trento DOC è un vino rilassato e tranquillo, che si abbina bene a tanti piatti: finger food, grissini, tartine, pesce crudo».

A Mezzolombardo, per esempio, Cantina De Vigili lavora proprio su questo confine tra vino e socialità, con degustazioni, aperitivi e iniziative che mettono in relazione bottiglie, vigneti e fattore umano. Il giardino e gli spazi della cantina diventano parte dell’esperienza: non soltanto un posto in cui assaggiare, ma un luogo in cui fermarsi, incontrarsi e stare bene. Il punto è trovare nuove porte d’ingresso senza trasformare tutto in intrattenimento. Perché il metodo classico non si improvvisa: tra vendemmia, rifermentazione e affinamento sui lieviti passano anni. L’attesa non è un dettaglio da aggiungere alla comunicazione, ma una parte essenziale del prodotto. In un mondo che vuole tutto subito, forse è proprio questa la contraddizione più interessante. I giovani cambiano il linguaggio, inventano nuove esperienze, sperimentano in vigna e in cantina, ma non chiedono mai al vino di avere fretta. Da questa lunga storia hanno imparato ad aspettare, a rispettare i tempi della natura, a capire che non tutto può essere accelerato. Da tutte queste esperienze si potrebbe dire che Il Trento DOC oggi sia una tradizione da abitare di nuovo, in cui il metodo rimane, ma a cambiare sono le mani, le voci e le ragioni per cui si sceglie di continuare.