‘Wildwood – I segreti del bosco proibito’: l’animazione anni ’90 non è mai morta | Rolling Stone Italia
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‘Wildwood – I segreti del bosco proibito’: l’animazione anni ’90 non è mai morta

L’ultima fantasia in stop-motion di LAIKA non è perfetta, ma spiega benissimo perché questo studio artigianale conti ancora. E perché i cartoon sono cinema, e non un genere

‘Wildwood – I segreti del bosco proibito’: l’animazione anni ’90 non è mai morta

Foto: LAIKA Studios

Ci sono case di animazione che fanno commercio di umorismo sarcastico, citazioni pop e lezioncine di vita a prova di bambino. E poi c’è LAIKA. Lo studio del Nordovest Pacifico che ci ha regalato Coraline e la porta magica e Kubo e la spada magica ha l’aria artigianale e territoriale di un’etichetta indipendente: è la K Records dei cartoni in stop-motion.

Quelle atmosfere vagamente hipster da Portlandia sono ben presenti in Wildwood – I segreti del bosco proibito, in parte sotto forma di leggera autoironia, in parte nella stranezza cupa (o forse nella cupezza stramba) che tinge la sua storia fantasy per young adult. Come se la sede di LAIKA a Hillsboro, la zona dell’Oregon nota come Silicon Forest, non bastasse a darle credenziali di prim’ordine, questa fiaba moderna prende le mosse da un romanzo del 2011 scritto da Colin Meloy, frontman dei Decemberists, e illustrato da sua moglie Carson Ellis. Il sogno degli anni Novanta è vivissimo in questo racconto di formazione. E lo è anche il sogno del boom dell’animazione di quel decennio, quando le bandiere stravaganti sventolate senza vergogna e frequenze emotive fino ad allora inesplorate alimentarono un vero rinascimento.

A colpire per prima è proprio l’affettuosa ricostruzione di Portland: una festa mobile fatta a mano, fatta di caffetterie bohémien, mercatini contadini stravaganti, sculture di strada e della terra promessa dei bibliofili, la libreria Powell’s Books. (Occhio al cameo di un fattorino in bicicletta che vi sembrerà molto familiare.) La precisione con cui è reso il paesaggio dà solidità al film. Diventa inoltre un parco giochi urbano per Prue (la voce è di Peyton Elizabeth Lee), un’adolescente incaricata di badare al fratellino Mac. I suoi genitori, due naturisti all’insegna del biologico (Maya Erskine e Jake Johnson), sembrano più che un po’ iperprotettivi nei confronti del più piccolo di casa. La babysitter malvolentieri riceve istruzioni severe: non allontanarsi dall’abitazione. Non oltrepassare il recinto. Assolutamente non andare in centro. E, qualunque cosa succeda, stare alla larga dall’area fittamente boscosa nota come “Impassable Wilderness“, la Foresta Impenetrabile.

Wildwood – Official Trailer

Naturalmente Prue sistema il fratello in un carretto rosso, pedala con lui fino a Voodoo Donuts per una ciambella e, in generale, disobbedisce ai suoi genitori hippie da quattro soldi. Si imbatte in Curtis (Jacob Tremblay), nerd del fantasy con una cotta ormai conclamata, che con gli incantesimi da chierico avrà anche tirato un 20 naturale, ma quando c’è da parlare con una ragazza fa sempre cilecca. Sono così occupati a litigare che quasi non si accorgono della sinistra congrega di corvi che sembra avere gli occhi puntati, tutti insieme, su Mac. Un omaggio a Hitchcock dopo, gli uccelli si sono portati via il fratellino di Prue. Lei e Curtis seguono i rapitori alati nel cuore del bosco per riprenderlo. E una volta entrati nel centro della Foresta Impenetrabile? Regna il caos.

Il caos, e gli eccentrici con la voce delle celebrità: Carey Mulligan è una regina guerriera della foresta che sembra materna, finché di colpo non lo è più. Mahershala Ali guida la resistenza contro i malvagi poteri costituiti nei panni di un bandito ribelle. Tom Waits presta il suo baritono selvatico al comandante di una brigata militare di coyote. Awkwafina serve un bell’omaggio a Templeton, il topo della Tela di Carlotta, nei panni di una ratta affamata; Angela Bassett pronuncia i proclami di un’aquila regale; Jemaine Clement si lamenta e striscia attraverso il ruolo di un leccapiedi burocrate; e Richard E. Grant, giustamente, è stato scelto per un gufo saggio, per quanto imprigionato. Tendete l’orecchio e sentirete anche Blythe Danner, Rob Delaney, Charlie Day e Tantoo Cardinal di Killers of the Flower Moon dire la loro con voci inconfondibili.

A un certo punto si scopre che il nobile dai modi suadenti ha un passato legato all’inquietante preambolo del film, in cui un automa si strappa il cuore a orologeria e precipita verso la morte. Come dicevamo: qui si fa buio, e pesto. E i genitori elicottero di Prue potrebbero avere un motivo più che legittimo per tutta quell’apprensione, visto che in passato hanno stretto un patto faustiano che ora la loro testarda figlia sarà costretta a rendere nullo. Vale la pena ricordare che in questo mondo interiore popolato da più specie sta per scoppiare una guerra e che, come la schiera di altri franchise fantasy per young adult a cui Wildwood attinge liberamente, chiedendo in prestito e rubando a mani basse (a ogni battuta stregonesca della Mulligan ti aspetti che spunti un leone o un armadio), tutto precipiterà in un epico scontro tra il bene e il male.

Foto: LAIKA Studios

Forse siamo diventati cinici dopo tanti pomeriggi trascorsi nei multisala a subire tante battaglie campali all’ultimo sangue. Potrebbe essere questo il motivo per cui, quando il regista Travis Knight e la sua squadra scelta di commando dello stop-motion mettono in scena queste sequenze, realizzate in modo impressionante ma estremamente familiari, il risultato sembra più un trionfo dell’animazione che dell’immaginazione. Poi, proprio quando senti insinuarsi un certo intorpidimento sotto il frastuono e la furia, il film ti sgancia una bomba, un campo lungo che ricorda un dipinto di Bosch, un numero da standing ovation alla “vendetta della vegetazione”, e ti lascia a mormorare sottovoce: «Wow».

Sì, Wildwood è un po’ blando nella narrazione, anche se i suoi insegnamenti sono un po’ più complicati di quelli del tipico film per tredicenni. («Pensavo che crescere ti avrebbe dato tutte le risposte, e invece ti dà solo più domande», dice a un certo punto Prue. Bordata alla Disney!) Ma dal punto di vista tecnico è una vetrina di quel tocco umano nell’animazione che spesso sembra drammaticamente mancare e che Laika ha trasformato in una specialità della casa. Non è tanto un prodotto, quanto il frutto di persone che ci tengono a dimostrare che, per citare un saggio, l’animazione è cinema e non un genere.

Da Rolling Stone US