La sincerità, la sincerità e ancora la sincerità: venticinque anni fa Santa Maradona si presentava così, nell’ultima era pre-meme, con un colloquio di lavoro da far impallidire quello di Spud in Trainspotting, entrando nelle nostre citazioni, nelle nostre graduatorie cinefile, nel metro di paragone con ciò che sarebbe seguito. Per una volta non fu un cult a posteriori. Dell’opera prima di Marco Ponti, della sua portata e della sua valenza rappresentativa ci si rese conto immediatamente.
Santa Maradona divenne subito un caso: nessun biopic sul Pibe de Oro, santità neppure a parlarne. E anche la sincerità era evidentemente sopravvalutata. Non del tutto distante, tuttavia, da una certa dichiarazione d’intenti. Un artist statement, un manifesto: così sinceri da prenderci tutti insieme per il culo.
“Tapez dans le ballon, tapez sur le voisin“, gridava Manu Chao nella title track del film, chiedendo a Maradona di pregare per noi, e a noi stessi di prendere a calci il pallone e se capitava anche il nostro vicino, in un indimenticabile videoclip che mischiava esso stesso le azioni del D10s alle immagini della Marsiglia pallonara, tra acrobazie con la palla, calcioni agli stinchi e baraonda sugli spalti.
In tutta sincerità, Santa Maradona non lo abbiamo dimenticato perché non avremmo mai potuto farlo. E una celebrazione sui venticinquenni (o giù di lì) che siamo stati venticinque anni fa un pizzico ci stranisce. E molto di più ci stordisce. A ritrovarci rappresentati così bene, riguardarci alla giusta distanza per un anniversario che ci fa anche un po’ male: una generazione, quello che (in)consapevolmente la circondava, e consapevolmente la aspettava.
Santa Maradona, ovvero: 2001, fuga dalle responsabilità. Fotografati tutti quanti così, a dormire agli orari sbagliati e a mangiare in quelli ancora peggiori, confusi tra un decennio e l’altro. Ma si poteva fare meglio. Confusi tra un secolo e l’altro, ma si poteva fare ancor meglio. Confusi tra un millennio e l’altro. Più precisamente, per dirla come loro, in quel momento in cui la Champions League è diventata la Champions League, e che fine ha fatto la Coppa dei Campioni? Ci riflettono Andrea e Bart, lo sfondo dei mattoni rossi della murata del Liceo Spinelli, a inchiodarli come per una fucilazione, ultime parole per i posteri: “L’amore è una scureggia nel cuore”.
Per il racconto di questa crisi di identità, di questa timeline in corto circuito, Santa Maradona aveva molte idee, e tutte chiarissime. A cominciare dai suoi nomen omen. Andrea Straniero, le fattezze di Stefano Accorsi, affine eppure così difforme dai boom di radiofrecce e ultimi baci, straniero a una Torino più palazzoni che murazzi, straniero al futuro, alla maturità (anche e soprattutto sentimentale) e in fondo persino a se stesso.
E il magistrale Bart di Libero De Rienzo: Bartolomeo Vanzetti, Ravelli nella prima stesura. Ma come avrebbe potuto tranquillamente dire il suo stesso personaggio: se dobbiamo chiamarlo esattamente come l’anarchico italiano ammazzato sulla sedia elettrica da innocente, quello di Gian Maria Volonté, allora benisssssimo, lo chiamiamo esattamente come l’anarchico italiano ammazzato sulla sedia elettrica da innocente. Quello di Gian Maria Volonté.
Di cinema e di letteratura, soprattutto di quella, il personaggio di Libero De Rienzo (esordiente, o poco più: una particina da prete in Asini con Claudio Bisio, pochissimo altro) ne capiva, o quantomeno avrebbe dovuto. Professione: critico cinematografico. Ovvero, fotocopiare ritagli di recensioni inviate da un cugino meridionale, e firmarle come proprie senza neanche guardarle, perché “tanto nessuno le legge”. Venticinque anni fa il pensiero dell’intelligenza artificiale era roba da dilettanti. Venticinque anni fa, come facevamo a immaginare di trovare una meraviglia del genere in un film nostro, a pelo d’acqua nella palude del cinema italiano, nostro davvero?
C’è chi nei dialoghi, nelle digressioni e cesure, nelle corse e nella folle aneddotica ci ha visto un Tarantino nella città universitaria. Chi un Kevin Smith all’italiana, come scrisse la stampa argentina: Santa Maradona atterrò al Mar del Plata Film Fest, qualcuno si sarebbe aspettato un film sulla Mano de Dios, e invece furono sorpresi da “un film generacional de comienzo a fin“. Lì, al fin del mundo, la critica assegnò a Santa Maradona il premio FIPRESCI, e Libero De Rienzo divise con Stellan Skarsgård quello per il miglior attore.
Su Quentin Tarantino Marco Ponti aveva scritto un libro quattro anni prima. E i riferimenti nella sua opera prima, soprattutto sul piano dialogico, erano manifesti e tutt’altro che indecifrabili (non solo Tarantino, ma anche i Coen di Lebowski, alcune eco allo stesso Trainspotting, tutto ciò che di meglio gli Anni Novanta possedevano): un magma vivo all’interno però un resetting grammaticale di un linguaggio altrimenti difficile da applicare. Talmente riprogrammato da apparire credibile, più che credibile: nostro.
Orangina, schede telefoniche, Ford Capri: qui però non si tratta di effetto nostalgia. E più che di sincerità, qui si dovrebbe parlare di lucidità. E appartenenza. I due coinquilini, già colleghi di Lettere, correi, co(ir)responsabili, a un certo punto vanno a vedere la Juventus con le fanciulle (Anita Caprioli e Mandala Tayde) al vecchio Delle Alpi. È un 2-1 di fine stagione all’Atalanta, ultima giornata. Nei piani di Marco Ponti, chissà, doveva esserci la festa scudetto, ma la Roma all’Olimpico fa 3-1 col Parma e vince il suo terzo e ultimo titolo: come a dire, per quelli come noi niente è mai davvero perfetto. Il punto è la maglia che Bart indossa, ed è quella oranje di Davids. Niente bianconero, così identificante e quindi automaticamente esclusivo. La generazione di santamaradoniani è tutta colori.
Sono stati tutti noi, Andrea e Bart. Anzi, Bart e Andrea, ché uno come lui, l’uomo accappatoio, altro che spalla: non più spalla di quanto sarebbe Sundance Kid per Butch Cassidy. “L’Australia non è meglio di qui, Butch”, chiosa Bart nel finale, mentre sul ventuno pollici a tubo catodico ci sono Robert Redford e Paul Newman. Così brillante e (im)perfetto, Bart, che ci avevamo creduto. Poi di lì a qualche anno c’era stato l’amico, quello che abbiamo più o meno tutti, che in Australia c’è andato davvero. E ogni volta che capita da queste parti ci confessa che sì, certo che l’Australia è meglio di qui. E come potrebbe essere diversamente?
Butch & Sundance, quel finale e Libero, mai più così libero. Eppure oggi c’è un piacere sottile: conservare l’idea che un pizzico di Bart ci sarebbe stato in ogni cosa fatta da lì in poi, fino alla fine. È l’idea che è uno come Bart a mancare perché è uno come Libero De Rienzo a mancare, in modo straziante. Può essere una mancanza a rendere un film leggenda?
Ingiusto, perché Santa Maradona fu leggenda da subito. Ci intercettava, ci scrutava e ci sbatteva in faccia chi eravamo. Santa Maradona lo fu perché eravamo quelli lì, e noi eravamo maldestra, inconcludente e svagata leggenda. Alle prese con segni (e forse sogni) che ci avevano consegnato ma non volevano più dire niente. “Bravo non vuol dire un cazzo”, e nessuno ce lo aveva mai detto.














