Premio Tenco 2026, tutto cambia perché tutto resti com’è | Rolling Stone Italia
La rivoluzione continua

Premio Tenco 2026, tutto cambia perché tutto resti com’è

Da Caparezza agli Afterhours, da Paola Turci a Frankie hi-nrg mc e Fabri Fibra, il Tenco allarga i propri confini tra rap, rock e nuove voci. Tre serate di grande musica, qualche frizione, ma un'identità che resiste alla mutazione

Caparezza al Premio Tenco 2026. Foto: Raffaella Vismara

Caparezza al Premio Tenco 2026

Foto: Raffaella Vismara

Il Premio Tenco cambia pelle, ma non cambia natura. All’Ariston di Sanremo, per la 49ª edizione della rassegna, intitolata Dio è morto, convivono rap, rock alternativo, elettronica, canzone dialettale o internazionale e nuove generazioni del cantautorato. Il Club Tenco ha poi aperto il programma anche agli artisti arrivati alle fasi finali della Targa per l’opera prima, mentre i premi alla carriera riconoscono percorsi come quelli degli Afterhours, di Enzo Avitabile e di Frankie hi-nrg mc, fino a qualche anno fa lontani dalla tradizione della canzone d’autore. Non è solo una questione anagrafica, ma si allargano i confini senza rinunciare alla qualità musicale e di scrittura come criteri di selezione.

Carmen Consoli e Neri Marcorè. Foto: Raffaella Vismara

Carmen Consoli e Neri Marcorè. Foto: Raffaella Vismara

Non sono mancati neppure i confronti, a distanza, che hanno fatto discutere. Manuel Agnelli,  parlando del rap contemporaneo, liquida la narrazione del riscatto sociale come «una grossa balla». Per lui «è stata raccontata questa cosa che ti riscatti dal quartiere da cui vieni, ma per cinque che ce la fanno ci sono cinque milioni che non ce la fanno». Fabri Fibra, invece, rivendica la possibilità che il rap offra una via d’uscita a chi ha una qualcosa da raccontare: «Se hai una storia forte di rivalsa sociale, che tu venga dalla provincia, dal quartiere, da una famiglia disfunzionale o da una famiglia borghese, se hai qualcosa da dire e sai dirla puoi farcela». E sulle proteste dei giovani osserva: «Io mi stupisco sinceramente che sia successo solo adesso». Le piazze entrano anche all’Ariston attraverso Silvia Boschero, conduttrice della serata conclusiva, che richiama le proteste e il ruolo della canzone d’autore nel dare loro voce.

Cambia intanto la conduzione della rassegna. Dopo cinquant’anni Antonio Silva lascia il posto a tre presentatori: Neri Marcorè, felpato e imprevedibile, Chiara Buratti, che si autodefinisce “un’assistente di volo” e gestisce con disinvoltura anche gli imprevisti tecnici, e appunto Boschero, che rende omaggio al suo predecessore con un premio a sorpresa. Poi ci sono le frizioni interne, che nascono un po’ dai confini del Tenco sempre più ampi, un po’ dal Premio all’operatore culturale assegnato ad Andrea Scanzi, impegnato da anni con il festival La Gaberiana, libri e spettacoli divulgativi sul tema dei cantautori, che però ha provocato più di una perplessità. Lui ha risposto in conferenza: «Ricordo contestazioni feroci a fenomeni come Gaber, De Gregori, De Andrè. Figuriamoci, se contestavano loro va benissimo che contestino un bischero come me». È anche circolata la voce che un gruppo avrebbe abbandonato l’Ariston durante la premiazione. Non è successo, a parte qualche mugugno in sala. Nella stessa categoria viene premiato Cesare Bermani, storico e pioniere della ricerca sulle fonti orali che ha dedicato sessant’anni alla raccolta di canti popolari, testimonianze partigiane e memorie di lotte sociali. A consegnargli il riconoscimento Fausto Bertinotti. Due premi che rappresentano modi molto diversi di intendere il lavoro culturale, ma che possono convivere.

Avincola. Foto: Alessio Bruna

Avincola. Foto: Alessio Bruna

La prima serata si apre con Manuel Agnelli che canta Lontano lontano di Luigi Tenco e confessa: «Ho cantato come avrebbe cantato mio papà di fronte a mia madre». Avincola, premiato con la Targa per il miglior album di interprete grazie ad Avincola canta Carella, porta sul palco Fosse vero, Barbara, Carmè e Parigi, quattro canzoni di Enzo Carella, prima di concludere con Barrì, brano nato dalla collaborazione con Pasquale Panella. Il suo riconoscimento merita una menzione particolare: è arrivato alla Targa con un progetto costruito fuori dalle logiche più prevedibili dell’industria discografica, dedicato a uno degli autori più eccentrici della musica italiana. Emma Nolde, una predestinata della nuova canzone d’autore, premiata per Quello che deve essere sarà, rivolge agli adulti un appello che guarda alle proteste di questi giorni: «Prima che sia troppo tardi, vi chiedo di tornare a darci fiducia». Carmen Consoli porta la ricerca linguistica di Amuri luci (Targa Tenco per il miglior album in dialetto), mentre l’eclettico Piji, vincitore della Targa per l’opera prima, presenta Sta registrando audio e Umano poco umano. Filippo Graziani riceve la Targa per il miglior album a progetto, 80 Buon compleanno Ivan (live in Teramo), da lui prodotto: un bell’omaggio al padre, che restituisce la vitalità di un repertorio ancora sorprendente originale. Poi Caparezza trasforma l’Ariston. Le grandi scenografie mobili di cartapesta, realizzate con il contributo degli artigiani di Putignano, hanno un’ambizione visiva degna del Festival di Sanremo: figure gigantesche e un immaginario che traduce sul palco l’universo di Orbit Orbit. Ma sarebbe riduttivo fermarsi alla spettacolarità. Da A Comic Book Saved My Life a Pathosfera, da Il pianeta delle idee a Io sono il viaggio, fino a Come la musica elettronica, Caparezza dimostra una qualità di scrittura altissima, sostenuta da produzioni musicali costruite con una cura maniacale.

Anastasio e Chiara Buratti. Foto: Blix

Anastasio e Chiara Buratti. Foto: Blix

Nella seconda serata Anastasio canta Le macchine non possono pregare, ma i problemi tecnici che accompagnano la sua esibizione sembrano una vendetta delle macchine contro il loro accusatore. La sua è musica intelligente, in un periodo in cui gran parte dell’offerta musicale preferisce la semplificazione. Sara Gioielli, Santamarea, Francamente e Satantango rappresentano altrettante declinazioni della nuova canzone italiana, fra gruppi, scritture personali e contaminazioni elettroniche. Paola Turci omaggia Guccini con L’avvelenata, ma a un certo punto la memoria le gioca uno scherzo: si inceppa sul testo, interrompe l’esecuzione e commenta sorridendo: «Sto invecchiando malamente». Ma viva gli errori, se poi vengono superati con così tanta qualità di interpretazione. Gli Afterhours ricevono il premio alla carriera e attraversano il proprio repertorio con Musa di nessuno, Il paese è reale, Quello che non c’è, È solo febbre, Padania e Non è per sempre. Agnelli ricorda la sperimentazione sulla forma della canzone italiana, contaminata con tecniche come il cut-up, e durante la premiazione riporta il senso del proprio lavoro a una frase: «Bisogna fare musica per stare bene».

La terza serata si apre con Giulia Mei, che mette elettronica, musica popolare, dissonanze e una scrittura scintillante al servizio del cantautorato. Una che canta «Della mia fica farò una bandiera / Che brillerà nella notte nera» e rivendica la necessità di canzoni politiche capaci di rimettere in movimento le persone avrebbe meritato un premio a parte. È anche l’introduzione perfetta per Juan Carlos “Flaco” Biondini, storico chitarrista di Guccini, emigrato dall’Argentina prima della dittatura militare, che riceve il Premio Yorum in collaborazione con Amnesty International. Suona tre brani e chiama Claudia Crabuzza per La canzone di Sergio e Sergio, dedicata a Sergio Sacchi e Sergio Staino. Max Manfredi viene premiato alla carriera e Paolo Talanca, chiamato a consegnargli il riconoscimento, osserva: «Il Tenco è nato proprio per premiare artisti come lui». Poi è il momento di Frankie hi-nrg mc, protagonista di un riconoscimento storico per il rap italiano: il primo Premio Tenco alla carriera assegnato a un rapper. Con Voce e batteria riporta il genere alle origini, all’essenzialità del ritmo e della parola. Quando lo raggiunge Fabri Fibra per Autodafé, l’incontro assume il significato di un passaggio di consegne. «Sono cresciuto con i suoi testi. È il mio Francesco Guccini», dice Fibra. «Grazie fratello», risponde lui, e si abbracciano visibilmente emozionati. Poco dopo Fibra, oltre a suoi brani, propone la propria rilettura de L’Avvelenata, e riporta la voce del “Maestrone” sul palco dell’Ariston. A chiudere è Enzo Avitabile, premiato alla carriera dopo un percorso che attraversa il Neapolitan Power, la musica popolare e le contaminazioni internazionali. 

Satantango. Foto: Blix

Satantango. Foto: Blix

E non si può dimenticare il Dopotenco, che sarebbe un errore considerare soltanto il prolungamento notturno della manifestazione. È il luogo in cui il protocollo sparisce e i premiati tornano musicisti tra altri musicisti. E non solo. Filippo Graziani, Neri Marcorè e Andrea Scanzi si ritrovano a cantare Monnalisa, Johnson Righeira, Avincola, Alberto Bertoli e Olden, al secolo Davide Sellari, sono stati tra i protagonisti delle notti sanremesi. Assieme ad Antonio Silva, che anche se quest’anno non conduce più le serate ufficiali, è ancora onnipresente e ha annunciato: «Ho in programma di partecipare alle prossime 50 edizioni». Persino Manuel Agnelli, che inizialmente prova a sottrarsi all’attenzione nascondendosi sotto un tavolo, finisce per esibirsi. Ci sono poi incontri lontano dal pubblico.

Dietro le quinte, davanti ai camerini, siamo testimoni di Frankie hi-nrg mc e Fabri Fibra che si fermano a parlare senza fretta. Si scambiano i dischi, confrontano le rispettive esperienze, i percorsi e le idee sul futuro. Quello che si dicono non lo ripeteremo, è un momento che appartiene soltanto a loro, ma la scena racconta l’atmosfera di questi giorni. Come quella di Enzo Avitabile che passeggia per il corso di Sanremo insieme a due amici e si ferma davanti a un musicista di strada, lo ascolta, poi si unisce a lui per cantare. Di lì a poco salirà sul palco dell’Ariston. Forse è anche per questo che il Tenco continua ad avere in significato importante: perché dietro le targhe, le cerimonie, le discussioni e gli inevitabili attriti, sopravvive una comunità di persone per le quali una canzone rimane qualcosa che vale la pena fermarsi ad ascoltare.