Fabri Fibra: «Mi stupisco che i giovani protestino solo adesso» | Rolling Stone Italia
Combat Rap al Tenco

Fabri Fibra: «Mi stupisco che i giovani protestino solo adesso»

Al suo primo Premio Tenco parla delle proteste, degli stipendi bassi, della rabbia dei giovani, dei regali di lusso tra politici prima dei trapper, che Baby Gang voleva portarlo a Sanremo e dell'incerto tour con Neffa

Fabri Fibra. Foto: Andrea Bianchera

Fabri Fibra

Foto: Andrea Bianchera

Fabri Fibra è per la prima volta a Sanremo. Non ci era mai stato nemmeno per il Festival, ma il suo debutto al Teatro Ariston arriva con il Premio Tenco, che lo ha invitato come ospite della serata conclusiva di oggi, sabato 24 ottobre. Durante l’incontro con la stampa, nel pomeriggio, parla del riconoscimento del rap come forma di canzone d’autore, delle manifestazioni di questi giorni, del costo della vita e della credibilità degli artisti. E torna sulla propria esperienza di lavoratore, sul rapporto con Milano e sulla scelta di pubblicare un disco con Neffa senza seguire le regole della promozione tradizionale.

«Non sono stupito. I segnali della crescita di questo genere musicale ci sono da anni. È cresciuto il pubblico, perché è un genere ascoltato dai quindicenni come dai quarantacinquenni. È cresciuto nelle classifiche, sono cresciuti i budget, i contratti. Il rap italiano è ovunque», ha esordito a chi gli chiedeva del ritrovarsi all’Ariston. Secondo Fibra sta crescendo soprattutto la considerazione per il rap più vicino alla scrittura d’autore: «Il rap conscious, che è quello che si avvicina di più al cantautorato, sta prendendo credibilità».

Anche il suo linguaggio è cambiato: «Io ho fatto certi dischi che erano quasi l’11 settembre della discografia, perché erano tutta una provocazione. Non c’era l’attenzione dei media, non c’era l’attenzione delle case discografiche, quindi dovevamo osare». Poi, superati i quarant’anni, ha cominciato a cercare parole diverse: «Non potevo più usare certi vocaboli. Dovevo trattare certi temi usando altre metafore». Ancora: «Il superpotere dell’artista è la credibilità. Se tratti degli argomenti ma quando li dici non coincidono con il tuo stile di vita, è tutto depotenziato. Devi sacrificare tutto per far sì che quello che dici sia credibile. Io ho sacrificato molto della mia vita per far sì che lo fosse, anche quando ero politicamente scorretto».

Quando gli viene chiediamo delle manifestazioni di questi giorni, delle prese di posizione di Marracash e Fedez e del fatto che i rapper possano essere ascoltati anche più dei politici, Fibra parte proprio dalla credibilità: «È giusto che quando dici qualcosa che esce dal recinto del contesto musicale tu abbia quella credibilità». Poi torna al 2001, quando lavorava in un’azienda: «Io quando avevo 21 anni lavoravo in un’azienda in provincia, prendevo 1.200 euro e già avevo capito che il sistema era alienato, era truffato. La pressione sociale ti fa credere che per essere sopra gli altri devi avere gli status symbol, devi avere la possibilità di uscire nei locali». Fibra racconta di aver provato molti lavori senza riuscire a raggiungere l’indipendenza economica: «Ho provato veramente a fare tutto nella vita: a lavorare in fabbrica, nei locali, nei ristoranti. Non ce l’ho mai fatta. Ho sempre chiesto soldi in giro». Poi la musica gli ha permesso di cambiare vita: «Ho avuto il privilegio di trasformare la passione in lavoro».

A suo giudizio, però, le difficoltà economiche che conosceva allora sono ancora più pesanti oggi: «Avevo 1.200 euro, ma oggi lo stipendio, dopo 25 anni, quanto è? 1.800 euro? E che cazzo ci fai? Tra l’altro te ne prendono mille per l’affitto». E non si tratta soltanto delle spese indispensabili: «La pressione sociale ti obbliga ad avere il telefonino, una serata devi farla perché sennò non hai vita sociale. Devi avere Netflix. È tutto ingigantito. I soldi non bastano mai». Da qui la sua posizione sulle proteste: «Io mi stupisco sinceramente che sia successo solo adesso. Che i ragazzi di vent’anni scendano in piazza, perché a vent’anni hai meno da perdere. A trent’anni purtroppo gli italiani sono rassegnati». E la rassegnazione, secondo Fibra, non riguarda soltanto chi ha trent’anni: «Sono anche i quarantenni, perché sicuramente anche i quarantenni sono frustrati». Lo vede nel rapporto con il proprio pubblico: «Molta gente viene a parlarmi della mia musica dicendo: “Il disco che hai fatto nel 2000 era bellissimo”. No, il disco che ho fatto nel 2000 è perché tu eri giovane e la tua vita da giovane era più bella di come ti si è presentata adesso. Adesso probabilmente stai in casa con i tuoi, volevi sposarti con la tua ragazza e non ce l’hai fatta, forse ti ha lasciato, forse stai chiedendo i soldi». E precisa perché preferisce affrontare questi argomenti in un’intervista piuttosto che sui social: «Sono contento che mi hai fatto questa domanda perché evito di dire sempre qualcosa su Instagram. Su sui social è sempre molto delicata la faccenda, sembra sempre che sei lì un po’ per acchiappare i like, anche se dici una cosa giusta». E aggiunge: «Sono contento che riesco a spiegarla meglio, ad approfondirla. Sennò dovevo dire soltanto “scendete in piazza”, che suona male».

Durante alcune manifestazioni è tornato a risuonare anche In Italia, il brano pubblicato nel 2008 e diventato uno dei suoi maggiori successi grazie alla collaborazione con Gianna Nannini. Fibra ricorda che inizialmente aveva registrato personalmente il ritornello perché non aveva trovato la voce giusta. Poi Gianna Nannini dichiarò in un’intervista di apprezzare la sua musica e lui decise di contattarla: «Sono andato in studio da lei dicendo: “Se tu canti questo ritornello viene una cosa tipo Rage Against the Machine“». L’intuizione funzionò: «Quando l’ho registrato non potevo crederci, perché aveva quel sentimento rock». Nel 2024 il brano è stato reinciso con Baby Gang ed Emma. E dietro quella nuova versione c’era un progetto legato proprio a Sanremo: «È stato Baby Gang a propormelo, perché sarebbe dovuto venire a Sanremo in gara e per la serata dei duetti mi ha detto: “Vorrei fare In Italia con te”». Fibra propose di riscrivere il brano, aggiornandolo. L’esibizione al Festival non si concretizzò, ma la nuova versione venne comunque registrata: «Quando abbiamo fatto il video lui era già ai domiciliari».

Il rapper torna poi sul significato del testo aggiornato, nel quale si interroga su quanta fatica debba fare una persona per evitare di finire in lavori sottopagati o cercare scorciatoie illegali: «Quando era uscita nel 2008 mi dicevano: “Come sei tragico”. Quando è riuscita nel 2024 mi hanno detto: “Però è vero”». Gli chiediamo allora come un rapper diventato famoso possa continuare a comprendere chi scende in piazza e come riesca a non perdere il contatto con la realtà dalla quale proviene. La risposta parte da lontano: «Io sono cresciuto con Berlusconi che mi parlava del Milan e della figa e mi faceva credere che tutto era possibile, che la festa è là fuori: trovati un lavoro, ce la farai, devi crederci, fai l’imprenditore. Io la mia strada nella società normale, un ruolo normale, non l’ho trovato. Fortuna che la musica mi ha dato questa chance».

La generazione attuale, osserva, è cresciuta in condizioni diverse: «Come posso capire un ventenne che cresce con i social, con questa pressione dell’essere giudicato, con un governo fascista dove arrivano solo messaggi omofobi, razzisti, dove i giovani vengono solo sfruttati per farli spendere? La vita è un duty free totale. Esisti solo se spendi». Fibra non pretende quindi di rappresentare i ragazzi che protestano: «I giovani non posso pretendere di capirli, però li rispetto perché rispetto la loro rabbia. E in più li capisco perché io vengo dalla provincia. Venendo dalla provincia a Milano non ho mai respirato un attimo, ho sempre soffocato, ho sempre faticato per stare al passo con la città. Avrò fatto più di tredici traslochi. Appena avevo modo di guadagnare un po’ di più passavo dal monolocale al bilocale, sono arrivato a un trilocale. Però ho sempre faticato. Tutto quello che ho l’ho sudato e questa cosa mi ha tenuto a contatto con la realtà». Poi scherza sulla propria storia: «Non ho inventato la startup che ti fa diventare milionario. E ringraziamo Dio, sennò sarei morto». E aggiunge: «Mai dimenticarsi di chi si era prima».

Milano, però, è anche la città alla quale non riesce a rinunciare: «Io vivo a Milano, la città del design, che è una truffa totale. Vai a prendere l’appartamento di design, stai in un cazzo di bilocale con la cucina ad angolo e paghi 950 euro al mese». Nonostante questo, l’idea di andarsene gli fa paura. «È l’unica città che ha creduto in me. Il prezzo è altissimo, però è stata l’unica città che non mi ha giudicato quando sono arrivato e che quando dico qualcosa mi ascolta». Riconosce anche un’altra contraddizione: «Ho vissuto tanto in provincia e ai margini. Quando sono arrivato al centro dell’impero ho capito che fare quello che voglio fare è molto più facile, per i contatti e tutto. Si è creata la mia ancora di salvezza, anche in questo ricatto professionale: se ce la fai solo se stai a Milano, io pago volentieri questo prezzo».

Gli chiediamo poi se l’estetica della trap, con i catenoni, le Lamborghini e l’ostentazione della ricchezza, non abbia contribuito ad alimentare proprio quella pressione sociale che denuncia: «Io non ho mai sbavato davanti a una vetrina», risponde. E contesta l’idea che siano i rapper ad aver creato il desiderio di possedere oggetti costosi: «Dicendo così sembra che la gente cerchi gli status symbol perché lo dicono i rapper. In realtà il rap, come forma d’arte, come il cinema, come la letteratura, racconta la società di oggi». Poi fa un esempio: «I politici tra di loro si regalano le borsette Prada per congratularsi. Il sistema ti fa passare questo messaggio: che se tu non hai quello stile di vita non ti elevi. Il rap racconta quello che succede intorno a noi. Racconta che gli status symbol hanno sempre dato l’illusione alla gente di potersi elevare dalla massa». Questo non significa, però, che lo spettacolo sia estraneo al fenomeno: «Il fascino dello show business è un po’ un concorso di colpa, perché tutti quanti si rivedono in questo. Tu guardi la vetrina, ma sei anche dietro la vetrina».

Infatti il successo commerciale ha cambiato anche il rap: «Il prezzo che ha pagato il rap è stato proprio quello di adeguarsi un po’ al sistema e di perdere quell’aspetto pericoloso e scorretto. Il rap di oggi è più innocuo rispetto al rap di vent’anni fa, perché ovunque entrano i soldi la rabbia diminuisce». Rimane però intatta, secondo lui, la possibilità di riscatto offerta dal genere: «Il messaggio importante del rap è che tu non hai bisogno di avere chissà quale preparazione musicale e culturale. Se hai una storia forte di rivalsa sociale, che tu venga dalla provincia, dal quartiere, da una famiglia disfunzionale o da una famiglia borghese, se hai qualcosa da dire e sai dirla puoi farcela».

Fibra parla anche della trap e del pubblico al quale vuole rivolgersi oggi: «Quando hai quindici anni cerchi quel tipo di esagerazione». Per questo, spiega, ha detto di voler fare musica per i quarantenni, ma anche per i trentenni che vanno al lavoro: «Nessuno che oggi ha trent’anni va al lavoro e ascolta un solo disco che è nella top 20, perché lì c’è quella trap un po’ infantile. Ma ci sta, perché comunque è fatta da ventenni». Non considera però il ritorno a sonorità rap più classiche una semplice operazione nostalgica: «Negli Stati Uniti c’è Kendrick Lamar che rappa esattamente sui beat come i nostri. Si chiama boom bap, dove c’è più il campionamento del disco jazz o rock. La trap è tutta elettronica. Però negli Stati Uniti convivono sia la trap che il boom bap. Da noi arriva una tendenza e tutti fanno quella tendenza».

Il discorso riguarda anche Zarathustra Style, il disco realizzato con Neffa, che Fibra considera una delle figure fondamentali della propria formazione: «Neffa è stata una delle prime persone che ho sentito fare rap italiano dove era riuscito a mescolare il cantautorato e il romanticismo. Prima di Neffa era tutto molto ruvido, molto politicizzato. Neffa ha tirato fuori un’emotività e un’insicurezza personale e le ha messe in rima. Questa cosa mi aveva affascinato». Quando ha iniziato a fare musica, racconta, si sentiva «uno scappato di casa, un cane sciolto. Venendo dalla provincia non avevo modo di confrontarmi con altri talenti. Ci credevo io e sembravo anche un po’ un pazzo. Non ero neanche così tanto talentuoso, perché per crescere devi confrontarti con gli altri». Fu Neffa a incoraggiarlo: «È stato la prima persona a dirmi: “Secondo me tu c’hai qualcosa”. Io già lo ascoltavo nei suoi dischi e lì ho iniziato a credere in me stesso».

Nel 2001 Neffa produsse il suo primo disco. I due si sono ritrovati dopo il trasferimento di Neffa a Milano, nel 2025. Da tre intense sessioni di lavoro è nato Zarathustra Style, pubblicato con 23 brani, senza collaborazioni e senza la tradizionale promozione attraverso singoli e videoclip: «Abbiamo fatto una follia». Fibra racconta che inizialmente avevano consegnato quindici brani alla casa discografica, che li aveva giudicati troppi. Alla fine ne hanno pubblicati ventitré: «Questo cazzo di algoritmo è nauseante per tutto, sia per chi fa musica sia per chi l’ascolta. È un momento interessante per iniziare a fare cose fuori dalla forma comune». La scelta, insiste, non è una rivendicazione dell’old school: «Abbiamo fatto più di dieci dischi in major e ci siamo detti: c’è una cosa che veramente ci stimola? E se tu hai quindici o vent’anni e ti arriva un disco così, è una cosa che ti può stimolare, che ti fa anche sperare che non tutto sia stabilito a tavolino». Non è però scontato che Zarathustra Style abbia un tour vero e proprio: «Sicuramente porteremo i brani live in un modo o nell’altro, perché io non ho tour previsti per adesso. Sono ancora in studio e vorrei rimanerci il più a lungo possibile, perché poi quando vai in tour è la fine».

Fibra sottolinea di essere in una fase particolarmente produttiva: «Ho fatto la riedizione del mio disco, dove ho tirato fuori quattro inediti, tra cui Goya con i Pinguini Tattici Nucleari. Ho fatto il disco con Neffa, ho altri produttori a Milano con cui sono in contatto e finché riesco vorrei stare in studio per tirare fuori canzoni nuove il più a lungo possibile». Poi scherza: «Prima o poi mi toccherà uscire per pagare le spese dell’economia». Il desiderio di allontanarsi dalle strategie dello spettacolo è un tema che, racconta, ha ritrovato anche in Cesare Cremonini, incontrato recentemente a Londra per il suo disco: «Mi ha detto: “Voglio provare a fare una cosa stimolante con il sound che ascoltavo da ragazzino. Non voglio continuare a mettermi la giacca con i brillanti nello stadio”». E aggiunge: «Vuole riportare tutto in una dimensione più amatoriale, più vera, analogica. È il segno dei tempi. Siamo veramente nauseati da tutta questa strategia».

Tra gli autori italiani che hanno influenzato la sua scrittura cita Luca Carboni: «Mi piace molto Luca Carboni e il modo in cui non esagera con le metafore. Non ha mai avuto quell’ansia di far sapere che ne sa, però ha quella naturalezza e anche quel romanticismo nella scelta delle parole. Mi è sempre piaciuto». Al Premio Tenco, intanto, Fibra si esibirà con Frankie hi-nrg mc in un brano tratto da Voce e batteria. In programma anche L’avvelenata, dal campionamento inserito in Mentre Los Angeles Brucia e proprio Goya, il brano con i Pinguini Tattici Nucleari.