Manuel Agnelli: «Il riscatto sociale del rap? Una grossa balla» | Rolling Stone Italia
Gli Afterhours al Tenco

Manuel Agnelli: «Il riscatto sociale del rap? Una grossa balla»

«Cinque ce la fanno, cinque milioni no». Le proteste, le dichiarazioni di Marracash e Fedez, i trapper. «Parlare di queste manifestazioni, da parte loro, è ipocrita, non c’entrano niente socialmente, né politicamente»

Manuel Agnelli e Neri Marcorè al Premio Tenco. Foto: Alessio Bruna

Manuel Agnelli e Neri Marcorè al Premio Tenco

Foto: Alessio Bruna

Gli Afterhours ricevono stasera, venerdì 23 ottobre, il Premio Tenco alla carriera, nella seconda serata del Teatro Ariston di Sanremo (con loro Paola Turci e Andrea Scanzi, premiato come operatore culturale). Ma quando li incontriamo, prima di salire sul palco, Manuel Agnelli, affiancato dalla band, Dario Ciffo (violino e chitarra), Andrea Viti (basso), Giorgio Prette (batteria) e Giacomo Rossetti (polistrumentista), non si limita a celebrare quattro decenni di storia, ma entra a gamba tesa nel dibattito sui disordini che nei giorni scorsi hanno paralizzato il centro di Milano e sullo scontro a distanza tra Marracash e Fedez. E sul rap non fa sconti: «Il riscatto sociale? Per me è una grossa balla».

La scena che negli ultimi anni, almeno nei numeri, ha rappresentato i ragazzi si è spaccata proprio sulle piazze: Marracash si è schierato con chi è sceso in strada, Fedez ha messo in guardia dai rapper ricchi e da una parte di molti trapper c’è silenzio. Per Agnelli, però, il problema sta a monte: «Io non direi che Marracash e Fedez siano nuove scene», premette. «In realtà quello che sta nascendo adesso non c’entra niente con il rap e con la trap. Lo si vede proprio dalla partecipazione». Non è un rifiuto del genere in sé: «Per carità, il rap a me è sempre piaciuto tanto, quando era militante e in qualche modo parlava veramente di società. Poi quando è diventato medaglioni, cocaina, modelle, oppure “sono il più ricco e il più figo del mondo”, “mi trombo la tua ragazza”, quella roba lì mi ha perso totalmente».

E forse è anche per questo che i trapper non riescono a intervenire su quello che succede nella società: «Credo che quella sia stata una generazione fraintesa. Da loro stessi. Il rap militante degli anni ’80 e ’90 era tosto, interessante. In Italia c’erano tanti che, in un modo o nell’altro, avevano un senso. Poi c’è stata questa storia del riscatto sociale che il rap avrebbe rappresentato in Italia. Per me è una grossa balla. È stata raccontata questa cosa che ti riscatti dal quartiere da cui vieni, ma per cinque che ce la fanno ci sono cinque milioni che non ce la fanno».

Certo, ammette, «è comunque consolatorio avere qualcuno che ce l’ha fatta e che in un modo o nell’altro ti rappresenta. Però in quella generazione c’è un materialismo, un individualismo cosmico che alla fine, anche all’interno delle loro scene, non ha permesso di essere veramente uniti». Per lui rappresentano il loro tempo, ma non queste piazze. «Sono rappresentanti del loro tempo, però parlare di queste manifestazioni, da parte loro, è un po’ ipocrita. Perché non c’entrano niente con questa cosa, né socialmente né politicamente».

Sulla polemica tra i due rapper milanesi, Agnelli sceglie una posizione diversa da entrambi: «Con Marracash sono in parte d’accordo. Ma secondo me ha difeso troppo i disordini, perché ha sopravvalutato il motivo per cui questi ragazzi sono andati a rubarsi le scarpe. Che questa sia la manifestazione di un malessere non mi va bene. Non è così». Il motivo, per lui, è semplice: «Hanno rovinato tutto quello che di molto buono c’è nelle manifestazioni di chi è andato in piazza. E questa cosa non deve succedere assolutamente». Con un dettaglio che lo ha colpito più di altri: «È sconvolgente: quando sono entrati nella Feltrinelli i libri non li hanno toccati. È la cosa più drammatica di tutte».

Se c’è una generazione in cui Agnelli si riconosce, invece, è quella che è tornata a riempire le strade. E il responsabile dello svuotamento degli ultimi anni, per lui, ha un nome preciso. Davanti alla crisi dei centri sociali e alla chiusura di club storici, la diagnosi è netta: «È arrivato Internet. Una piccola cosuccia che ci ha dato l’illusione di poter comunicare con tutti da casa, di partecipare alla vita sociale. Invece ci ha diviso tantissimo. Proprio perché abbiamo cominciato a comunicare senza muoverci, essere presenti fisicamente in un posto è passato di moda. Il Covid ha dato la mazzata finale, perché molti locali hanno chiuso». Ma qualcosa si sta muovendo. «Per fortuna questa nuova generazione si è accorta del malessere che producono l’assenza e la divisione. E sta tornando in piazza a manifestare, nonostante tutti i casini. Devono continuare a farlo. Ma sta tornando anche ai concerti, alle manifestazioni culturali, perché ha scoperto che esserci fisicamente è cento volte più eccitante, cento volte più potente e cento volte più vero». Il prezzo pagato finora, però, è alto. «Internet ha messo l’asticella della pressione sociale a un’altezza pazzesca. Abbiamo un’altissima percentuale di chirurgia plastica sotto i 20 anni, una roba incredibile. Quella roba lì crea un sacco di malessere. E che questa generazione si sia accorta di stare male è già un grandissimo passo». 

Ha poi parlato dei testi degli Afterhours nel passsaggio dalla scrittura in inglese a quella in italiano: «Il mondo è diverso, ma non così tanto. Si dice che questi ragazzi subiscano delle pressioni. È vero, ma la nostra generazione non è che non le avesse. Uscivamo dagli anni ’80, dalla Milano da bere: se entro i 30 anni non ti realizzavi eri un fallito. C’era la pressione sociale. C’erano ancora i due blocchi, Est e Ovest, il nucleare. Tutto il punk nasce sul nichilismo del no future. Insomma, non eravamo tranquilli e beati». La differenza, semmai, era lo spazio di manovra: «È vero che c’era più dinamismo dal punto di vista professionale: se ti armavi e partivi, qualcosa riuscivi a combinare. Noi riuscivamo a suonare in posti impensabili, non c’era il controllo soffocante che c’è oggi. Se volevi organizzare un concerto, lo organizzavi. I centri sociali erano osteggiati, sì, però vivevano. Erano una forza vitale, culturale. Oggi fanno una fatica mostruosa».

Eppure la distanza gli appare meno ampia di quanto sembri: «Le differenze sono tantissime. Ma nell’attitudine, nell’usare la musica per stare meglio, per raccontarsi, per avere un linguaggio proprio, questa nuova generazione ci assomiglia tantissimo. Sarà l’illusione del vecchietto, ma quando parlo con loro non ho bisogno di traduttore. Ci metto un paio di bro e un paio di zio, ma per il resto parliamo lo stesso linguaggio. Ed è una roba bella, perché senti che, anche se magari non dipende direttamente da quello che hai fatto, non hai buttato via la vita».

Il filo che lega le due generazioni, spiega, è uno solo: «Secondo me la grande differenza tra noi e questa nuova generazione, messe insieme, rispetto a quello che c’è stato in mezzo, è il bisogno di sincerità espressiva. La sincerità espressiva è potentissima. Quando dici i nomi veri, gli indirizzi veri, e parli delle cose con sincerità, è potente. Non c’è niente da fare. Lo è a livello comunicativo, ma anche catartico: ti liberi più facilmente delle tossine che hai dentro, del malessere. Io questa nuova generazione l’ho riconosciuta per la sincerità con cui si rapporta con gli altri, con il pubblico, e con cui scrive le proprie cose». Da qui un suo augurio: «Spero che fra tre o quattro anni, quando avranno 20 anni, non vengano subito assorbiti dall’industria discografica, dal mercato, dai media. È successo alla nostra generazione: molti dei gruppi di più grande talento hanno firmato con una major troppo presto e hanno dovuto subito fare compromessi, cambiare la loro attitudine. E questo li ha ammazzati. Noi per fortuna eravamo sfigati, non ci voleva nessuno. Siamo rimasti a guardare gli altri che subivano e abbiamo imparato grandi lezioni. La gavetta ogni tanto serve».

Qui al Tenco il confronto con le generazioni passate è inevitabile, ma Agnelli lo maneggia con cautela: «I confronti fra generazioni funzionano se hai dei contenuti. Noi parliamo di musica e di comunicazione, non possiamo permetterci di fare i sociologi dei poveri. Ogni generazione ha i suoi pro e i suoi contro. La nostra si è trovata ad affrontare un cambio epocale: la cultura digitale, Internet. Non è mai un problema di invenzione, le invenzioni sono sempre un vantaggio. È un problema di come le usiamo. E di velocità: la velocità del cambiamento, a cui non riusciamo a stare dietro». Quello che lo stupisce è la corsa al nuovo: «Ogni volta che arriva qualcosa di nuovo dobbiamo per forza buttarci con tutti noi stessi, come se fosse inevitabile abbracciarlo. In realtà la merda è merda. La rivoluzione industriale ha prodotto un sacco di roba brutta: lo smog, l’inquinamento, i tumori, l’alienazione urbana. Non voglio divagare, ma il mito delle otto ore di sonno di seguito nasce dalla rivoluzione industriale, perché gli operai dovevano alzarsi presto la mattina e lavorare 12-14 ore senza interruzione. Quindi la notte dovevano dormire. Insomma, ci sono sempre cambiamenti che provocano distorsioni, e noi li abbracciamo come se fosse obbligatorio. Non è così».

In seguito parla del riconoscimento che riceveranno gli Afterhours: «Il Premio Tenco è probabilmente il premio più importante per la canzone italiana. Sicuramente il più prestigioso. Per noi è un onore grandissimo. Credo sia il riconoscimento del fatto che, nonostante l’attitudine rock’n’roll, nei nostri dischi e nelle canzoni che abbiamo scritto c’è stato un lavoro sulla scrittura». E allarga il discorso a tutto il sistema: «Negli ultimi anni i media si sono concentrati su televisione, un po’ di radio e tanto Internet, però i premi sono importanti per chi li riceve, perché i musicisti si legittimano anche così: capiscono di aver fatto un percorso significativo. Ma sono ancora più importanti perché mettono in luce musica che sui media non trova spazio. Non tanto noi, anche se non siamo mai stati un gruppo in alta rotazione in radio o in televisione. Penso soprattutto a un sacco di proposte che ho visto qui quest’anno e che hanno visibilità grazie ai premi. Per me sono un veicolo di informazione musicale».

Infine, sul loro percorso ricorda: «L’italiano ci ha reso unici. Suonare queste cose ma cantare in italiano ci rende distintivi nel mondo. Nei tanti tour che abbiamo fatto all’estero e in America, forse i complimenti più grandi li abbiamo raccolti a New York, dove abbiamo fatto tutto il set in italiano. Per tutto il pomeriggio la gente veniva a dircelo: eravamo riconoscibilissimi rispetto al resto delle proposte». E sull’etichetta di capiscuola conclude: «Negli anni ’80 c’è stata tutta una scena sotterranea, e su quelle basi è nata la nostra generazione musicale, emersa nei primissimi anni ’90. Penso in particolare alla scena milanese. Prima ci sono stati i Litfiba, che hanno aperto porte enormi. Negli ultimi tempi in cui cantavamo in inglese c’era la consapevolezza che altre band, penso ai Casino Royale, erano nate cantando in italiano. Non abbiamo inventato niente. Per la nostra generazione, in Italia, i Litfiba sono stati più importanti dei Nirvana. Perché poi i discografici volevano i nuovi Litfiba. E la generazione degli anni ’90 secondo me è stata la più potente a livello comunicativo. Non so se la più interessante musicalmente, forse no. Ma a livello comunicativo sì, perché è esplosa una scena enorme: centinaia di locali, decine di festival, un pubblico itinerante di migliaia e migliaia di persone che girava per tutta Italia. Si facevano 100, 150 date all’anno, tornando cinque o sei volte nella stessa città».