Due estati fa era seduto in prima fila con la moglie Faith Hill ad applaudire orgoglioso la figlia Audrey al Vittoriale. Avrei voluto chiederglielo, ma non c’era tempo, non c’era modo. Avrei voluto chiedergli se aveva visto arrivare quella sedicenne di buona famiglia che aveva debuttato con un singolo che si chiamava come lui, Tim McGraw. Avrei voluto chiedergli se era stupito del ricambio generazionale, anzi epocale nel country, e da quella ragazzina che a sorpresa ha surclassato lui e tutti gli altri pezzi grossi dell’epoca.
Sono passati esattamente vent’anni dall’uscita di Taylor Swift, l’album di debutto della futura popstar pigliatutto che conteneva Tim McGraw e mostrava, allo stato embrionale, il carattere e lo stile che conosciamo. Era però difficile se non impossibile immaginare quel che sarebbe accaduto. Di certo non lo prevedevano i discografici di Nashville che non sapevano che farsene di quella sedicenne. Lei, però, aveva capito una cosa prima di chiunque altro ed è andata dritta per la sua strada, la combattività evidentemente non le è mai mancata. Aveva capito che c’era un mercato per il country-pop femminile e adolescenziale in un mondo che ancora non lo concepiva e che le considerava anzi sciocchezze da ragazzine. Lo erano, ma valevano miliardi.
All’epoca il suo discografico era Scott Borchetta, un veterano che aveva ricevuto un suo demo e l’aveva vista esibirsi al Bluebird di Nashville, biglietto di ingresso 8 dollari. Avrebbe fondato poco dopo la sua etichetta, la Big Machine, una specie di start-up messa in piedi dopo essere uscito dalla Universal. Il patto tra i due nelle parole del discografico era questa: Taylor, non firmare per una major, aspetta che fondi la mia etichetta. «Questo progetto lo appassiona sul serio e io voglio circondarmi di persone appassionate», scriveva Swift sul diario. Ha aspettato e ha fatto bene, nonostante tutto.
Dico nonostante tutto perché com’è noto il loro rapporto è finito malissimo. Potrebbe essere Borchetta il protagonista involontario di Father Figure, la canzone che racconta il loro rapporto col senno di poi. La figura paterna tira fuori gli attributi per spingere la sua protetta nel mondo della musica. “Posso stringere patti con il diavolo perché il mio cazzo è più grosso”, canta Swift immedesimandosi nell’uomo e usando un linguaggio decisamente insolito per lei. Poi però l’ex ragazzina diventa forte, smette di subire, ribalta la dinamica di potere e diventa lei stessa una figura paterna per altre ragazze uccidendo metaforicamente il padre: “A quanto pare il mio cazzo è più grosso”. All’epoca, va detto, Borchetta è stato fondamentale per penetrare (ops) una cultura chiusa come quella del country. A occhio e croce in quel periodo 8 hit su 10 erano interpretate da uomini. Come diceva un programmatore radiofonico, «se vuoi fare ascolti nella radio country, togli le donne. Le donne sono il contorno».
Per cercare di farne il piatto forte, Borchetta e Swift hanno lanciato come primo singolo Tim McGraw, scritto come molti altri pezzi con Liz Rose, concepito dalla cantante durante una lezione di matematica e finito poi in un quarto d’ora. Non è una dedica alla star del country, ma il copione originale di tante canzoni di Swift, il cuore infranto, i ricordi agrodolci, il desiderio d’essere ricordata attraverso qualcosa, in questo caso una canzone di McGraw che passa alla radio, in un altro caso notevole sarà una sciarpa. Il tutto cantato con quella che il musicologo Richard Elliott chiama late voice, vale a dire il registro usato anche nel country dai protagonisti delle canzoni che ripensano a episodi del passato con vari livelli di nostalgia. Nel caso di Swift si tratta di una voce assieme tardiva e prematura, essendo lei appena sedicenne. Quando McGraw e Swift si sono sentiti pare per la prima volta al telefono durante una diretta radiofonica, il primo è rimasto stupito dall’intraprendenza della seconda. «Farà molta strada». Forse effettivamente l’aveva vista arrivare.
In un’altra canzone del disco che si chiama Picture to Burn c’è il desiderio di vendetta nei confronti di un ex e un accenno a come lei pensava gli altri la vedessero e cioè matta e ossessiva, e anche questa cosa non è poi tanto cambiata. In A Place in This World, che Swift ha scritto quand’aveva 13 anni, è abbozzato l’autoritratto della ragazza sola contro il mondo, altra caratteristica di una parte del suo repertorio. E in un certo senso, il ritornello di Teardrops on My Guitar preconizza dal punto di vista melodico quello di All Two Well. Erano storie calate in un contesto country, i giri in auto e in furgone, il romanticismo casalingo, i jeans, il Tennessee, le verande di casa e un Dio a cui chiedere la grazia dei baci.
In anni in cui il country dimostrava o meglio ribadiva d’essere anche profondo, politico e all’occorrenza fuorilegge, Swift e il produttore fuori dal grande giro che proprio lei aveva caparbiamente voluto, ovvero Nathan Chapman, hanno confezionato un disco adolescenziale, acerbo, musicalmente conservatore, senza un arrangiamento che si faccia notare. Si direbbe anche senza una precisa coscienza della storia del country, ma solo ed esclusivamente del gusto radiofonico di Nashville, la città dove la famiglia Swift s’era trasferita affinché la giovanissima Taylor potesse realizzare i suoi sogni. Lei ha detto che il disco è una pagina di diario. Se non fosse per il successo che ha avuto e per la lungimiranza dell’autrice, sarebbe rimasta una nota piè di pagina della storia del country. È diventata invece la scintilla di una piccola rivoluzione.
Nel 2006 non esistevano né Instagram, né TikTok. C’erano però MySpace e c’era già la capacità di Swift di mobilitare i fan attraverso l’interazione diretta e gli appelli a fare pressione sulle stazioni radio. L’industria del country non prevedeva la presenza di adolescenti, non venivano nemmeno inclusi nei focus group usati a scopo di marketing. In un certo senso non esistevano, proprio come Instagram e TikTok. Borchetta aveva invece intuito che quel pubblico c’era, eccome, ma era invisibile e quindi aveva acquistio dei dati di mercato indipendenti e li aveva sottoposti alle radio specializzate. Grazie a questa strategia e a una prima mobilitazione dei fan, Tim McGraw si è fatta lentamente strada nella classifica country e il disco ha venduto 40mila copie nella prima settimana, un risultato certamente non notevole, non solo paragonato a quelli futuri. Non era finita. Il manager della cantante Rick Barker ha consigliato a Swift una strategia vecchia scuola: se vuoi vendere mezzo milione di copie, le ha detto, devi incontrare mezzo milione di fan. Lei lo ha preso quasi alla lettera e fra concerti, apparizioni in radio, incontri col pubblico ha costruito una prima fan base affezionata e quindi agguerrita.
Il disco ha raggiunto la prima posizione nella classifica country a scoppio ritardato, ben dieci mesi dopo l’uscita. A dicembre 2007 il disco vendeva al ritmo di oltre 180mila copie a settimana. È arrivato al numero 8 della classifica generale americana con un milione di copie vendute, che dopo il boom commerciale della popstar diventeranno otto. «Passavo ore a firmare autografi ogni sera dopo gli spettacoli», dirà Swift ad American Songwriter, «stavo imparando a conoscere i miei fan, ma non credo di aver pensato che avrebbe potuto rendere l’album virale». Fatto sta che quel disco ne ha fatto la prima artista country solista donna della storia ad essere autrice o co-autrice di tutte le canzoni di un disco di debutto certificato disco di platino, il primo di una lunga serie di primati. I tempi stavano cambiando.
Taylor Swift è l’unico album che la popstar non ha rappresentato con un segmento ad esso dedicato nell’Eras Tour ed è uno di quelli mancanti dalla serie Taylor’s Version, le reincisioni dei vecchi dischi fatte per rimpossessarsene e offrire un’alternativa agli originali i cui diritti erano finite nelle mani sbagliate, e cioè non in quelle della cantante. Ora che Swift è rientrata in possesso dei master, non è più necessario pubblicare le versioni alternative, ma potrebbe farlo in una forma o nell’altra. Anzi, nel momento in cui ha riacquisito il controllo sulla sua musica aveva già riregistrato Taylor Swift e ha promesso di farlo uscire prima o poi non più per strategia o vendetta, ma per celebrarlo (magari entro la fine dell’anno o proprio oggi, chi lo sa). Sarebbe curioso sentire il debut album ricantato da una 36enne con la voce più coltivata e matura.
È musica decisamente troppo teen per essere apprezzata da chi si è lasciato alle spalle da un pezzo i 20 anni, ma è proprio questo il punto e non riconoscerlo significherebbe non accorgersi della piccola innovazione rappresentata dall’album. A soli 16 anni Swift ha dimostrato all’industria discografica che negli Stati Uniti c’era un mercato per canzoni country pensate per un pubblico molto giovane e femminile. Le ragazze avevano e hanno storie da raccontare e c’è chi le voleva e le vuole ascoltare. Turned out her dick’s bigger.















