‘Clayface’ è esattamente la svolta di cui i cinecomic avevano bisogno | Rolling Stone Italia
Lose Yourself

‘Clayface’ è esattamente la svolta di cui i cinecomic avevano bisogno

Il villain della DC Comics protagonista di uno stand alone che strizza l’occhio al body horror, tra metafore esistenziali e culto dell’immagine

‘Clayface’ è esattamente la svolta di cui i cinecomic avevano bisogno

Tom Rhys Harries in ‘Clayface’

Foto: PARISA TAGHIZADEH/WARNER BROS.

La sorpresa che non ti aspetti, quella che forse potrebbe salvare il progetto di James Gunn alla Warner Bros., arriva da un villain, uno dei più iconici e tormentati che Gotham City abbia mai visto. Clayface di James Watkins (da ieri nelle sale) è diverso da ogni altro cinecomic che abbiate visto negli ultimi anni, è audace, è crudo, a tratti terrificante, è ciò che serve al genere per sopravvivere.

Clayface parte facendoci conoscere lui, Matt Hagen (Tom Rhys Harries), un giovane e lanciatissimo attore del firmamento hollywoodiano. Da poco ha ottenuto una nomination agli Oscar, il suo futuro, quello di un figlio dei sobborghi venuto dal niente, appare non solo roseo, ma magnifico. Con il suo amico Corey (Joshua James), si reca in un locale per festeggiare, ed è qui che la bellissima Theresa (Ruby Sear) attira la sua attenzione. C’è un piccolo problema: Theresa è la donna di un pericolosissimo boss di Gotham, che per vendicarsi dell’affronto, lo sfregia in modo orrendo. Ma è solo l’inizio, perché Matt diventa oggetto di una persecuzione mediatica, la sua reputazione distrutta, i suoi agenti lo mollano e persino il suo manager lo tradisce. Solo, trattato come un mostro, Matt ritrova speranza grazie alla dottoressa Caitlyn Corr (Naomi Ackie). La sua start up sta sperimentando una cura basata sulla nanotecnologia e l’intelligenza artificiale combinata, che permetterebbe al suo corpo di ripararsi e a lui di riavere la sua vita. Ma nulla andrà come spera e, a poco a poco, quella che doveva essere una cura, diventerà una maledizione, lo farà diventare a tutti gli effetti qualcosa di diverso da un normale essere umano.

Clayface | Trailer Ufficiale

Clayface è nato nel 1940, fu creato da sua maestà Bob Kane e Bill Finger e inizialmente si chiamava Basil Karlo, era un attoruncolo di serie B che usava la maschera di un suo personaggio per seminare morte e paura. Era una sorta di serial killer, fissato con il proteggere la sua performance da un possibile remake. Ma la sua identità è cambiata e mutata nel corso degli anni, come spesso capita, e il ruolo di Clayface è stato infine ereditato da una serie di figuri, i più diversi che si possa immaginare: cacciatori di tesori, scienziati, ex militari, addirittura vigili e figli di supercriminali. Ciò che però conta è quanto Clayface sia diventato uno dei nemici più subdoli, potenti e semanticamente profondi del mondo di Gotham City, dando sovente filo da torcere al Cavaliere Oscuro. Il suo potere? Di fatto è un mutaforma senza pari, può letteralmente diventare chiunque, imitandone look e voce, DNA, non semplicemente l’aspetto fisico. Può alterare la propria densità, ha una forza fisica immensa e soprattutto può rigenerarsi da qualsiasi ferita. Teme solo l’acqua, le temperature estreme e l’elettricità. Ma sopra ogni altra cosa, Clayface è sempre stato un contenitore di tematiche, significati e problematiche incredibilmente profonde, che riguardano sia il singolo che il rapporto tra questi e la società, da sempre il cuore del mondo di Batman.

Il film colpisce come un martello in faccia perché fin dall’inizio Matt Watkins si connette profondamente al body horror, quello che ha reso mito registi come John Carpenter, David Cronenberg, Yuzna, che ha fatto sì che questo sottogenere diventasse un punto di riferimento assoluto a partire dagli anni ‘80. Di quel decennio, Clayface riprende qualcosa di più dell’identità di cinema di genere, come una certa atmosfera urbana, un uso particolare della luce, gli effetti speciali, il tema della scienza come un campo inesplorato che esprime il lato più oscuro dell’uomo, quello che è lastricato di buone intenzioni. Tom Rhys Harreis ha quasi tutto il peso del film sulle spalle, a dispetto dell’ottima prova del resto del cast, tra cui Eddie Marsan, Max Minghella e David Dencik, ma questo non è un limite, quanto una qualità, che fa sì che l’evoluzione di Clayface si spinga verso lidi totalmente inesplorati all’interno del mondo DC tra piccolo e grande schermo in questi ultimi anni.

Foto: PARISA TAGHIZADEH/WARNER BROS.

Degli anni ’80 Clayface recupera non solo tono e atmosfera, ma anche il tema del successo, il mito della bellezza e della perfezione e strizzando l’occhio a Oscar Wilde, Victor Hugo, Leroux, ci parla del concetto di mostruosità come slegato dalla fisicità, legato all’anima che si corrompe. Il risultato finale? Un film crudo, violentissimo, sanguinolento, con un certo black humor, ma soprattutto con la volontà di trasformare questo villain in una manifestazione del dramma e della vulnerabilità dell’uomo moderno.

Se Joker è da sempre la follia nel senso più estremo legata alla differenza dalla norma, se Due Facce ci parla del dualismo nell’animo umano e l’Enigmista del narcisismo patologico che nasconde l’insicurezza, Clayface è sempre stato qualcosa di diverso. La sua lunghissima storia editoriale, nonché la magnifica trasposizione nella celeberrima serie animata anni ’90, lo resero portatore del concetto di perdita dell’identità, connessa non semplicemente al mestiere dell’attore in sé, ma alla volontà del mondo esterno. Il film di Watkins è magistrale nel mostrarci lo sprofondare in un gorgo di solitudine, autocommiserazione, violenza e instabilità generato da un’ingiustizia estrema.

Matt diventa un mostro perché attorno a lui, al suo ambiente, ma più ancora in questa società dove l’immagine è tutto, essere brutti o poco attraenti è il crimine peggiore. Il suo legame con la nanotecnologia è un tocco di classe intrigante, perché introduce il tema della nostra dipendenza dalla tecnologia, quello del limite tra scienza e moralità che, oggi come oggi, sta sempre più scomparendo. Poi c’è l’ingiustizia sociale, la corruzione, la società dove non esiste difesa dalle gogne mediatiche, i processi che si fanno fuori dal tribunale, sui social e in televisione. Di fronte a tutto questo, Matt non sa più chi è, sa solo ciò che vuole: vendetta.

Foto: PARISA TAGHIZADEH/WARNER BROS.

James Gunn è in difficoltà. Supergirl è stato un fiasco totale, il suo Superman: Legacy ha diviso molto. Meglio sul piccolo schermo con Lanterns, Peacemaker, Creature Commandos. Ma Clayface, costato solo 40 milioni, con più di qualche momento da brivido e altri da spezzare il cuore, è la perfetta soluzione ad un’impasse dell’industry, per ciò che riguarda le produzioni ad alto budget e rischio.

Lo si era capito con il Batman di Matt Reeves (ma perché il sequel è in pausa? Siete matti?) lo si è capito con i fiaschi della Marvel e paradossalmente pure con il successo dell’ultimo Spider-Man, quello che già sappiamo avrà Avengers: Doomsday. Il pubblico vuole qualcosa di genuino, libero da ogni restrizione. Ecco perché l’horror in questi ultimi due anni ha messo la quinta, e per cui connettervisi appare una mossa intrigante, furba ma efficace. Clayface è soprattutto la fine del cinecomic come genere per il pubblico più giovane o per famiglie, è un’opera adulta, forte, magari derivativa, come lo fu The Substance, ma molto più genuina, molto più rischiosa e che può mostrarci un nuovo percorso per i personaggi DC sul grande schermo. Ora non resta che capire se il pubblico gli darà una possibilità o aspetterà di averlo in streaming, il vero, grande mostro contro cui le sale devono combattere oggi.