‘King Kong Theory’, avere vent’anni | Rolling Stone Italia
Screaming harder

‘King Kong Theory’, avere vent’anni

Due decadi fa usciva un saggio, fondamentale, di Virginie Despentes. Ancora nel 2026, conviene ripartire dalle sue parole per comprendere il presente, e comprenderci

editoria libri

Foto: Stephen Phillips su Unsplash

King Kong Theory ha compiuto vent’anni, ed è difficile sentirlo più distante rispetto a quel 2006. Di annus horribilis in annus horribilis pare ormai la progressione spirituale collettiva, e la celebrazione della seconda decade di un libro duro, pruriginoso e realista, e per questo fondamentale nella contestualizzazione della società contemporanea – perché limitare la sua importanza ai movimenti femministi sarebbe perdere, ed errare, in partenza – parla in due direzioni.

La prima è quella di una sua attualità anticontemporanea, ovvero sovraestesa temporalmente: siamo qui a parlarne nel 2026, la scommessa è che nel 2046 lo avremo ancora tra le mani. La seconda è quello dello scoramento, che potrebbe naturalmente immaginarsi la progressione per testi antitesi sintesi della cultura umana, e ritrovarsi invece con le stesse conformazioni, le stesse strutture, gli stessi problemi detta in modo stretto.

Quindi Fandango Libri ha deciso di dare una nuova veste a questo testo, per il compleanno. Rispetta alla copertina originale, la testa di un gorilla con fauci spalancate e sfondo giallo, si è andati poi in profondità, per così dire. Zoomando su quei denti acuminati che tutto dicono e lasciano intendere. Perché in fondo, ci siamo solo più dentro che mai.

Ringraziando la casa editrice, vi portiamo l’incipit del testo.

Scrivo dalla sponda delle brutte, per le brutte, le vecchie, le camioniste, le frigide, le malscopate, le inscopabili, le isteriche, le tarate, per tutte le escluse dal grande mercato della gnocca. E inizio da qui perché sia chiaro: non mi scuso di niente, non vengo a lamentarmi. Non scambierei il mio posto con nessuno, perché essere Virginie Despentes mi sembra una faccenda più interessante di qualunque altra. Trovo fantastico che ci siano anche donne a cui piace sedurre, donne capaci di sedurre e altre di farsi sposare, donne che hanno addosso l’odore del sesso o della merenda per i bambini che escono da scuola. Fantastico che ce ne siano di dolcissime, di realizzate nella loro femminilità, che ce ne siano di giovani, di splendide, di radiose e civette. Davvero, sono felice per tutte quelle a cui le cose vanno bene così come stanno. Lo dico senza la minima ironia. È solo che non sono una di loro. Ovvio che se fossi bella, bella da far cambiare atteggiamento a tutti gli uomini che incontro, non scriverei quello che scrivo. Io parlo da paria della femminilità, oggi come ieri. Quando percepivo l’Rmi non mi vergognavo affatto di essere un’esclusa, mi faceva semplicemente rabbia. Come donna è lo stesso discorso: non mi vergogno minimamente di non essere una super gnocca. In compenso, che, siccome agli uomini non interesso granché, si cerchi continuamente di suggerirmi che non dovrei nemmeno esistere, mi fa andare in bestia. Siamo sempre esistite. Anche se nei romanzi degli uomini, che immaginano solo donne con cui vorrebbero andare a letto, di noi non si parla. Siamo sempre esistite, non abbiamo mai parlato. Anche oggi che di romanzi le donne ne pubblicano, è raro imbattersi in personaggi femminili dal fisico ingrato o mediocre, inabili a piacere agli uomini o a farseli piacere. Al contrario, alle eroine contemporanee gli uomini piacciono, li incontrano facilmente, ci vanno a letto in due capitoli, godono in quattro righe e sono tutte amanti del sesso. La figura della sfigata della femminilità non solo mi è simpatica, mi è necessaria. Esattamente come la figura dello sfigato sociale, economico o politico. Preferisco quelli che non ce la fanno, per la semplice ragione che anche per me è parecchio dura. E che nel complesso l’umorismo e l’inventiva stanno piuttosto dalla nostra parte. Quando non si è attrezzati per tirarsela si è spesso più creativi. Io come tipo sono più King Kong che Kate Moss. Sono il genere di donna che nessuno sposa, con cui non si fanno bambini, parlo dalla mia posizione di donna che è sempre troppo tutto, troppo aggressiva, troppo rumorosa, troppo grassa, troppo brutale, troppo irsuta, sempre troppo virile, mi dico no. Eppure sono proprio le mie qualità virili che fanno di me qualcosa di diverso dall’ennesimo caso sociale. Tutto quello che mi piace della mia vita, tutto quello che mi ha salvata lo devo alla mia virilità. È dunque in quanto donna inabile ad attirare l’attenzione maschile, a soddisfare il desiderio maschile e ad accontentarmi di un posto all’ombra che qui scrivo. Scrivo da qui, dalla donna non seducente ma ambiziosa che sono, attratta dai soldi che mi guadagno, attratta dal potere di fare e rifiutare, attratta dalla città più che dalla vita domestica, sempre esaltata dall’esperienza diretta e incapace di essere soddisfatta dei racconti altrui. Me ne sbatto di farlo venire duro a uomini che non mi smuovono un pelo. Non ho mai avuto l’impressione che le ragazze seducenti se la spassassero granché. Mi sono sempre sentita brutta e va bene così, tanto più che mi ha salvato da una vita di merda a sciropparmi bravi tipi che non mi avrebbero spalancato nessun orizzonte. Sono contenta di come sono, più desiderante che desiderabile. Dunque scrivo da qui, dalla sponda delle invendute, delle spanate, quelle con la testa rasata, quelle che non si sanno vestire, quelle che hanno paura di puzzare, quelle coi denti marci, quelle che non ci sanno fare, quelle che gli uomini mettono in croce, quelle che scoperebbero con chiunque se le prenda, le puttanone, le troiette, le donne che ce l’hanno sempre asciutta, quelle coi salvagenti di lardo, quelle che vorrebbero essere un uomo, quelle che si sentono uomo, quelle che sognano di darsi al porno, quelle che degli uomini se ne fottono ma che puntano le loro fidanzate, quelle col culo grosso, quelle coi peli folti e nerissimi che non si depilano, le donne brutali, rumorose, quelle che rompono tutto quello che toccano, quelle che odiano le profumerie, quelle che si mettono il rossetto troppo rosso, quelle troppo malmesse per potersi vestire come delle mignotte ma che muoiono dalla voglia di farlo, quelle determinate a uscire in baffi e cravatta, quelle che vogliono far vedere tutto, quelle pudiche perché hanno i complessi, quelle che non sanno dire di no, quelle che le rinchiudono per domarle, quelle che fanno paura, quelle che fanno pena, quelle che neanche con un bastone, quelle che hanno la pelle floscia, la faccia piena di rughe, quelle che sognano di farsi liftare, liposucchiare, spaccare il naso per rifarlo ma che non hanno i soldi, quelle completamente sfatte, quelle che per proteggersi contano solo su se stesse, quelle che non sanno essere rassicuranti, quelle che se ne fottono dei figli, quelle che adorano bere fino a rotolarsi per terra nei bar, quelle che non sanno comportarsi; e poi, già che ci sono, scrivo anche per gli uomini a cui non va di essere protettivi, per quelli che vorrebbero esserlo ma non sanno come, quelli che non sanno fare a botte, quelli che hanno il pianto facile, quelli che non sono né ambiziosi, né competitivi, né ben dotati, né aggressivi, quelli timorosi, timidi, vulnerabili, quelli che piuttosto che andare a lavorare preferirebbero occuparsi della casa, quelli delicati, calvi, troppo poveri per piacere, quelli che hanno voglia di prenderlo in culo, quelli a cui non va che si conti su di loro, quelli che hanno paura quando sono soli la sera. Perché l’ideale della donna bianca, seducente ma non troia, sposata bene ma non spenta, che lavora senza fare troppa carriera per non mortificare il suo uomo, snella ma non maniaca delle diete, che rimane indefinitamente giovane senza farsi sfigurare dalla chirurgia estetica, mamma realizzata ma non ostaggio di pannolini e compiti a casa, buona padrona di casa ma non la classica sguattera, colta ma meno di un uomo, questa donna bianca e felice che ci sventolano continuamente sotto il naso, quella a cui dovremmo fare lo sforzo di assomigliare, a parte che ha l’aria di farsi due palle così per poco o niente, poi io non l’ho mai incontrata, da nessuna parte. Mi sa tanto che non esiste.