Spotify ha rimosso 75 milioni di brani generati dall’intelligenza artificiale | Rolling Stone Italia
Slop & spam

Spotify ha rimosso 75 milioni di brani generati dall’intelligenza artificiale

Intanto il maggiore sindacato dei musicisti americani chiede alle major tutele dall’AI addestrata col loro lavoro. In sostanza: sforni canzoni grazie alla mia musica? Devi chiedermi prima il permesso. E se te lo do, devi pagarmi

Spotify ha rimosso 75 milioni di brani generati dall’intelligenza artificiale

Foto: Veli Batuhan Aytac/Unsplash

Spotify ha rimosso oltre 75 milioni di brani generati dall’AI. Violavano «in modo grave o ripetuto le nostre norme», spiegano i rappresentanti del servizio di streaming a un anno dal lancio delle iniziative volte a proteggere artisti, autori e produttori dall’uso dell’intelligenza artificiale. 

Altri 50 milioni di brani classificati come «slop and spam» sono stati esclusi dai consigli della piattaforma, di modo che non finiscano negli ascolti cosiddetti passivi. Sono stati individuati anche grazie allo studio del comportamento degli utenti. «Abbiamo analizzato attentamente i brani che gli ascoltatori saltavano, ignoravano o dichiaravano di non voler sentire», si legge nella newsletter in cui la piattaforma traccia il bilancio di un anno di contrasto al fenomeno. «È emerso un quadro preciso: si trattava sistematicamente di contenuti di scarsa qualità o spam».

Non si tratta quindi di canzoni create in parte grazie a strumenti di AI, come accade sempre più spesso, ma di pezzi dalla qualità talmente scarsa da essere individuati subito e classificati come tentativi di monetizzare gli ascolti. Per evitare che finiscano tra i consigli automatici di Spotify, il servizio usa un sistema di filtri basato non solo sulle reazioni degli ascoltatori, ma anche sulle modalità di caricamento dei brani, sui metadati, sulle analisi di strumenti di rilevamento dell’AI sviluppati da aziende esterne. Spotify ha inoltre identificato 300 mila artisti “veri”, vale a dire persone reali dietro la musica, a cui ha abbinato un badge. Un diverso contrassegno viene assegnato ai contenuti pubblicati da quelle che il servizio chiama AI Personas, identità artistiche create attraverso l’intelligenza artificiale che sono escluse dai suggerimenti editoriali e algoritmici, a meno che un utente non decida di seguirle.

Sono due i dati confortanti. Secondo Spotify, i brani generati con l’AI hanno dieci volte tanto le possibilità di restare sotto la soglia dei 1000 stream rispetto ai brani “veri”, anche se naturalmente ci sono eccezioni notevoli. E quei 300 mila artisti verificati coprono secondo la piattaforma oltre il 99% degli ascolti effettuati dagli utenti. Significa che per ora la penetrazione dei pezzi-spam fatti con l’AI è ridotto.

Non significa naturalmente che l’intelligenza artificiale non rappresenti una minaccia senza precedenti. E così sul fronte dei diritti violati a monte nell’addestramento delle AI si è mossa l’American Federation of Musicians (AFM), il più grande sindacato dei musicisti negli Stati Uniti. Rappresenta oltre 80 mila professionisti e chiede alle major di introdurre garanzie. In pratica, lo scenario è cambiato, devono cambiare anche i contratti.

La campagna si chiama Human Made Human Paid. Com’è noto, prima di essere utilizzabili per generare musica a un certo livello, le intelligenze artificiali devono essere addestrate con una quantità enorme di dati, ovvero di musiche. Lo si fa dando loro in pasto, per così dire, musica “vera”, che però è coperta dal diritto d’autore. In uno scenario in cui da una parte ci sono cause intentate a Suno, la piattaforma di musica generativa, per l’uso non autorizzato di canzoni coperte dal diritto d’autore e dall’altro ci sono le prime alleanze tra le aziende tecnologiche e le case discografiche che detengono i diritti delle registrazioni, l’AFM chiede a Universal Music Group, Sony, Warner e Hollywood Records (Disney) di introdurre regole al fine di garantire ai musicisti il diritto di rifiutare eventualmente l’uso della loro musica per addestrare i modelli di AI, oltre alla trasparenza nei crediti e un compenso sia per l’utilizzo della musica da parte dell’AI, sia per gli accordi di licenza stipulati dalle etichette. In sostanza: sforni canzoni grazie alla mia musica? Devi chiedermi prima il permesso. E se te lo do, devi pagarmi.

«Le case discografiche non possono intascare profitti nati dal lavoro degli artisti, escludendo i musicisti professionisti dal processo. Human Made Human Paid è una campagna che riguarda il consenso, il riconoscimento del lavoro e la remunerazione», ha detto Tino Gagliardi, presidente dell’AFM. «Non resteremo a guardare mentre gli accordi con le aziende tecnologiche aggirano proprio gli artisti che, in origine, hanno dato valore ai cataloghi».