Ode a Carrie Fisher, la principessa stellare che liberò le donne | Rolling Stone Italia
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Ode a Carrie Fisher, la principessa stellare che liberò le donne

Oggi l’attrice americana avrebbe compiuto 70 anni. Con la sua Leila Organa ha cambiato per sempre la rappresentazione delle donne sul grande schermo

Ode a Carrie Fisher, la principessa stellare che liberò le donne

Carrie Fisher (Leila Organa) in 'Guerre stellari – Una nuova speranza'

Foto: Lucasfilm

Ci sono volti che diventano qualcosa di più di un’effige cristallizzata nel tempo, di un personaggio vivo nella memoria, e ci sono attrici che si legano a un concetto di rivoluzione, cambiamento, come nessun altro. Carrie Fisher, morta quasi 10 anni fa, oggi avrebbe compiuto 70 anni. A lei, alla sua Leila Organa, dobbiamo e dovremo sempre tantissimo.

“Aiutami, Obi-Wan Kenobi. Sei la mia unica speranza”. Quando nel 1977 sentiamo per la prima volta quelle parole, in quel messaggio registrato, non possiamo immaginare che in realtà colei che le pronuncia, la Principessa Leila Organa, si rivelerà tutto tranne che la classica damigella da salvare. Carrie Fisher oggi avrebbe compiuto 70 anni. Per tutti, lei è stata un simbolo unico di quel franchise che aveva cambiato tutto, per sempre, nella narrazione moderna. Carrie era figlia d’arte, dell’attrice Debbie Reynolds e del cantante Eddie Fisher. Fin da subito volle seguire le orme dei genitori: lascia la scuola a 15 anni, si mette a studiare recitazione, molla tutto quando le parlano di una strana sessione di provini congiunti per due film completamente diversi, Guerre Stellari di un certo George Lucas e Carrie – Lo sguardo di Satana di Brian De Palma.

Aveva 19 anni, fino ad allora era stata solo in piccoli ruoli. Su YouTube c’è ancora il suo provino, guardarlo è un vero viaggio nel tempo. Ci proveranno anche future star come Sigourney Weaver, Farrah Fawcett, Kim Basinger, Jodie Foster e Sissy Spacek ad avere quella parte. Invece andrà a lei, così piccola, così potente. A darle una mano con le battute nell’audizione c’è un ragazzone di Chicago, che fa il carpentiere sul set: si chiama Harrison Ford. Non possono immaginare che daranno vita a una delle coppie più belle mai viste al cinema, e neppure che lo diventeranno veramente per qualche tempo. Erano gli anni ’70, Lo squalo di Steven Spielberg aveva cambiato Hollywood per sempre. L’industry stava vivendo una profonda e caotica metamorfosi, ma nessuno poteva immaginare l’impatto culturale che quella saga e soprattutto quel personaggio femminile avrebbero avuto. Quella che doveva essere una semplice favola spaziale, ridefinirà il concetto di personaggio femminile per le generazioni a venire.

“Help Me Obi-Wan Kenobi, You’re My Only Hope.”

Fino a quel momento, il cinema aveva sostanzialmente relegato la figura femminile a due precisi schemi narrativi rigidi: la classica damigella in pericolo che attendeva il proprio salvatore o la femme fatale armata di sensualità e pericolo. Poi arriva la Principessa Leila Organa a sconvolgere le regole del gioco. Vestita di un abito bianco, armata di acconciature alla rivoluzionaria messicana e pistola, affida i piani segreti della Morte Nera al piccolo droide R2-D2, stende un soldato imperiale. Eccola poi affrontare a testa alta e senza un tremito nella voce Darth Vader in persona, ignara della sua vera identità. Sulla Morte Nera regge a torture, interrogatori, isolamento. Quando Luke Skywalker, Han Solo e Chewbacca arrivano a liberarla, mentre Obi-Wan è altrove a disattivare il raggio traente, non trovano ad attenderli una fanciulla spaurita, ma una leader che prende immediatamente in mano le redini della situazione. Blaster alla mano, li guida e si rivela essere una stratega esperta, una politica astuta e una combattente. Non perde mai la calma, e non rinuncia mai ad una battuta tagliente quando serve, e Carrie Fisher le donerà carisma, fascino. Fateci caso, quando è al fianco di Hamill e Ford, è lei a dominare ogni scena.

Il personaggio di Leila deve moltissimo alla Principessa Yuki (interpretata da Misa Uehara) della Fortezza nascosta di Akira Kurosawa del 1958, fonte d’ispirazione principale per Lucas. Come lei ha perso tutto, come lei è una combattente indomita, per nulla disposta a stare con le mani in mano. A guardare il ciclo di Dune di Herbert, anch’esso tra le suggestioni della narrativa di Star Wars, sono chiare le connessioni con personaggi come la Principessa Irulan, Chani e Alia Atreides. Ma Lucas si connetté molto anche a rivoluzionarie come la messicana Clara de la Rocha, o Constance Markievicz, eroina dell’indipendenza irlandese.

Dentro Leila c’era ogni donna che si era è fatta strada con le proprie forze in un mondo di uomini, usando astuzia, intelligenza, determinazione. Da prigioniera in catene, nel terzo film, finirà dentro un bikini che farà andare fuori di testa un’intera generazione di maschietti. Oggettificazione di ritorno? Nossignore: è la stessa Leila a soffocare e uccidere il suo carceriere Jabba the Hutt, utilizzando le catene con cui era stata imprigionata. Più autodeterminazione di così si muore. La sua storia d’amore con Han Solo, l’elemento più sottovalutato della saga, è una perfetta danza a due in cui Leila rivendica costantemente chiarezza, rispetto e parità. Non un personaggio puramente razionale, in lei c’è un mare di emozioni e per salvare Han correrà dei rischi enormi.

Inserita nel contesto sociale degli anni ‘70 e ‘80, caratterizzato dalle grandi battaglie del movimento femminista, la figura di Leila diventò qualcosa di potentissimo. Di lì a poco a lei si aggiungeranno anche la Ellen Ripley di Alien o la Sarah Connor di Terminator. Le grandi major cinematografiche da allora hanno dovuto sempre confrontarsi con la sua eredità, con quella ragazza capace di sorprenderci sempre, di non arrendersi mai. Il ruolo portò a Carrie Fisher una celebrità che diventò però in breve anche una gabbia. Questo anche a causa di un disturbo bipolare per combattere il quale scivolò nella dipendenza per molto tempo. Come accaduto a Mark Hamill, anche Carrie Fisher non riuscì mai veramente ad uscire dall’ombra di quel personaggio, di quella saga. Avrebbe collaborato negli anni con registi del calibro di John Landis, Sidney Lumet, Woody Allen, Joe Dante, Michael Winner, Rob Reiner, Wes Craven e David Cronenberg.

Certo, Carrie Fisher non ha avuto la carriera che meritava, tra problemi personali, pressione mediatica e l’imprevedibile crudeltà del mondo del cinema. Si rifece come sceneggiatrice, script doctor, come scrittrice soprattutto. Tanti romanzi e tante memorie, spesso i due piani si confondevano, il personale con lei fu sempre artistico e viceversa. Il suo Cartoline dall’inferno diventerà un film di successo con Meryl Streep nel 1990.

Per decenni Carrie Fisher fu l’eroina transgenerazionale per antonomasia. Poi, il 23 dicembre del 2016, su un volo diretto a Los Angeles, rimane vittima di un infarto. Morirà quattro giorni dopo. La madre Debbie la seguirà a 24 ore di distanza. Carrie Fisher è stata e sarà per sempre Leila Organa, ma prima di tutto dobbiamo ricordarci di una donna capace di superare enormi difficoltà, di squarciare per prima il velo ad Hollywood riguardante la salute mentale. Ci ha insegnato che la fragilità non è una vergogna da nascondere, ma qualcosa da condividere e mostrare proprio per poterla affrontare.