«È un mondo di merda in cui la musica delle donne viene valutata, pagata e diffusa di meno. Realtà con cui mi scontro quotidianamente. Però, nell’atto pratico, bisogna riconoscere la propria forza e continuare a occupare una posizione». Adele Altro, nota al pubblico come Any Other, non usa giri di parole per definire il contesto in cui si muove. Ma quando si passa dalla cornice generale al microcosmo degli A Nice Noise – il nuovo progetto musicale nato dall’incontro tra la cantautrice milanese e il trio avant-jazz She’s Analog, composto da Stefano Calderano, Giovanni Iacovella e Luca Sguera – la prospettiva cambia radicalmente. L’esperienza all’interno della band si è rivelata fin da subito un terreno di rispetto e scambio alla pari. «Trovarmi in una stanza con tre persone sconosciute che non ne facevano una questione di genere, che mi stimavano e avevano un grande rispetto per me, è stato fondamentale», racconta la musicista. «Ho dovuto fare i conti col fatto che loro non vedevano le mie insicurezze, ma pensavano: “Questa è un drago, come ci confrontiamo con lei?”». È proprio da questa complicità e da un’architettura creativa del tutto paritaria che prende forma una delle realtà più curiose della nuova musica alternativa italiana.
Il progetto e il loro album d’esordio The Cut of Your Jib nascono quasi per caso nel 2023 durante una residenza artistica a Modena. «Non c’era nessuna intenzione di fare una band, ma ci siamo trovati bene ed è sbocciato un amore immediato», raccontano Adele e Stefano. Da quell’incontro estemporaneo, spinto «dalla curiosità dello sconosciuto e dalla sensazione che ogni volta stavamo portando alla luce cose che neanche sapevamo di noi», nasce un organismo sonoro in cui la componente di genere e di sensibilità diventa parte attiva del confronto artistico. «Se non c’è una parte femminile in un’opera d’arte, non stiamo parlando veramente di arte», ribadisce Stefano.
Il nome del disco deriva dal gergo marinaresco del XVIII secolo, indicando «la forma delle vele, per identificare potenziali amici o nemici quando si navigava in mare. Una prima impressione, qualcosa di cui fidarsi». È la metafora perfetta di un’attrazione che spinge ad andare incontro all’ignoto quattro musicisti. E questo album è esattamente la fotografia di anni passati a guardarsi, toccarsi e scontrarsi, lasciando che la musica diventasse uno spazio di composizione continua, fondato su un «modo di scrivere collettivo e abituandosi anche ad abbandonare un’idea e raccogliendola da un altro».
Sebbene i testi scritti da Adele affondino le radici in un terreno complesso come quello della fine di una relazione sentimentale, The Cut of Your Jib non è un break-up album. Piuttosto, come sottolinea lei stessa, «di fatto il disco supera il significato dei testi». È un’opera corale fatta di amicizia, amore, litigi, risate e crisi risolte insieme. Musicalmente, si muove come un grande appartamento dalle stanze imprevedibili e dalle pareti indefinite, dove convivono in armonia chamber pop, elettronica, jazz contemporaneo e post rock. Il songwriting intimo di Adele si intreccia a chitarre sature, sintetizzatori analogici e beat elettronici, trovando un equilibrio tra canzone d’autore e anarchia espressiva.
Il viaggio si apre con Down the Line, dove una nota di trombone dallo sfondo diventa protagonista. Il percorso prosegue con I’ll Be Different, nato da un momento di stallo e frustrazione in studio poi superato insieme e che parla profondamente di trasformazione. Si arriva così a Get Go, un pezzo nato dall’urgenza di far esplodere ciò che si tiene dentro e di fare i conti con «il fatto che non mi permetto mai di fare la cosa sbagliata». Perché, come spiega Adele, «serve anche questo, serve dire: ok, adesso questa roba la urlo ed è esplosiva».
In Crumbles l’ascoltatore viene traghettato verso uno scenario trasfigurato da un synth graffiante che «ti porta su un fiume da un’altra parte». La scaletta prosegue con Title? Title, brano che esplora la riappropriazione e il confronto con l’assenza mettendo in campo «la potenza del lasciar andare tutto». Si entra quindi nelle atmosfere introspettive di Unspoken, prima di passare a Verbalized. Sviluppato attorno a un riff di synth e a un solo di chitarra, il brano decostruisce la retorica tossica del dolore a tutti i costi, per ricordarci che si cresce anche attraverso il bene. Il disco si avvia verso la conclusione con Coming Full Circle, il pezzo più sognante, in cui «è la fine ma è anche l’inizio di qualcosa». Il sipario cala infine con Back Alley, gran finale costruito incastonando i veri messaggi vocali WhatsApp scambiati negli anni dalla band. «Era un modo per tornare un po’ all’inizio, un po’ a noi», raccontano, mostrando il passaggio da un registro formale allo «sbraco totale» dell’amicizia vera.
Dopo queste nove tracce, la band guarda già avanti: «Per noi questo disco è la prima fotografia di un percorso. Abbiamo già una marea di materiale nuovo, idee su cui stiamo lavorando e brani che stanno nascendo». Ora, dopo le prime apparizioni estive in alcuni festival, per gli A Nice Noise è il momento di misurarsi con la dimensione dei club. «Per noi l’attività live è quella più appagante in assoluto anche se c’è tutto un tema economico e di sostenibilità», spiegano Adele e Stefano, «perché fare i tour in Italia oggi è sempre più un’impresa e le condizioni spesso sono davvero difficili».
Il tour partirà l’8 novembre da Padova e toccherà poi le città di Arezzo, Verona, Parma, Torino, Milano fino a concludersi il 10 dicembre a Roma. Guidato dalla voglia di condividere uno spazio autentico tra band e pubblico, il disco avrà così una seconda vita sui palchi, tra «quattro persone che si vogliono bene, che stanno tentando di navigare la vita in un modo quantomeno decente e che vogliono stare bene nel farlo».















