C’è stato un periodo della mia vita di fan di Battiato in cui La cura era una delle poche canzoni capaci di mettere in difficoltà il mio amore incondizionato per il Maestro. Potevo seguirlo senza esitazioni tra mistici orientali, civiltà scomparse e universi paralleli, pur comprendendo soltanto una parte dei suoi riferimenti filosofici, religiosi ed esoterici, e trovando anzi in tutto ciò che mi sfuggiva una ragione in più per esserne affascinato; ma davanti a quella canzone, che sembrava mettere tutti d’accordo e che tutti parevano conoscere a memoria, mi ritrovavo inspiegabilmente a fare resistenza. Il problema, naturalmente, ero io.
Adoravo il Battiato che faceva incontrare Gurdjieff e il sintetizzatore, i dervisci e le discoteche, il misticismo orientale e le coreografie più improbabili; l’uomo capace di trasformare un’enciclopedia delle religioni in un disco pop senza che nessuno dei due avesse ragione di protestare. Enunciava i concetti più stravaganti e misteriose con l’aria di comunicare un’informazione di servizio. Con lui nelle cuffie sembrava possibile raggiungere l’illuminazione spirituale sulla metropolitana, fra le fermate Piramide e Garbatella.
Ma La cura no. Mi sembrava il momento in cui il Maestro, dopo una vita trascorsa a complicare magnificamente il mondo, avesse deciso di semplificarlo per chi doveva scrivere una dedica sul diario. Nella mia memoria degli anni ’90 abitava proprio lì, sulle Smemorande, accanto alle dichiarazioni d’amore e ai disegni anatomici di dubbia qualità. Le promesse di eternità si formulavano durante l’intervallo; poi si perdeva la penna, qualche volta la fidanzata.
Avevo uno spirito di contraddizione allenato. Se qualcosa piaceva a tutti, cercavo un motivo per cui avrebbe dovuto piacermi meno. Era uno snobismo adolescenziale: confondevo ciò che era accessibile con ciò che era facile, e la mia difficoltà a commuovermi con un giudizio estetico. Forse mi irritava che Battiato fosse riuscito a farsi capire senza rinunciare a essere Battiato. Avevo preso un mio limite e ne avevo fatto un criterio critico sciocco e superficiale.
Oggi La cura mi sembra una delle sue canzoni più enigmatiche proprio perché si presenta come una delle più limpide: una costruzione metafisica nascosta in una promessa amorosa. Non sappiamo quasi nulla di chi parla e di chi ascolta: dove siano, che rapporto abbiano, nemmeno se siano davvero due persone. Sappiamo soltanto che qualcuno dice io e si rivolge a qualcuno chiamandolo tu.
Uscita trent’anni fa nell’album L’imboscata, porta le firme di Battiato e Manlio Sgalambro, filosofo non precisamente incline alle consolazioni. La prima cosa che non avevo colto, però, era quanto fosse singolare il modo in cui quella canzone parlava d’amore. La cura non racconta un sentimento, ma azioni future, di cui alcune impossibili. In molte canzoni d’amore si desidera o si rimpiange. Qui si promette. Il futuro semplice suona come un impegno solenne: il soggetto si assume la responsabilità del corpo, dell’umore, del tempo e perfino delle leggi della fisica. Un contratto di assicurazione sulla vita che comprende l’abolizione dell’invecchiamento, con clausole che nessuna compagnia avrebbe il coraggio di sottoscrivere.
La parola decisiva non è salvezza o guarigione. È, appunto, cura. Curare significa tentare di guarire qualcuno da una malattia, ma anche occuparsene quando non c’è niente da guarire, o quando guarire non è possibile. La medicina cerca, quando può, un risultato; prendersi cura significa restare anche se il risultato non arriva. La guarigione è un evento, la cura una relazione. La sproporzione della promessa esprime il desiderio di sottrarre al dolore chi amiamo, pur sapendo di non potere.
Interpretata alla lettera, La cura potrebbe perfino spaventare. Nessuno può promettere l’immunità dalle malattie o dalla vecchiaia. E chi sostiene di conoscere tutte le leggi dell’universo, e per giunta di poterle piegare alla propria volontà, suscita qualche legittimo dubbio sulla sua affidabilità come partner. Pronunciate da qualcun altro, quelle promesse potrebbero sembrare le rassicurazioni miracolistiche di un guru motivazionale, magari pronto a venderci un seminario su come sconfiggere la sofferenza. Cantate da Battiato, invece, non pretendono di essere credute alla lettera: danno voce al desiderio, profondamente umano e irrimediabilmente impossibile, di sottrarre chi amiamo alla parte di dolore che il semplice fatto di esistere gli riserva.
Ma chi parla così? Un amante, un genitore, Dio, l’anima che parla al corpo? O la coscienza che si rivolge alla parte vulnerabile? Battiato spiegò che la canzone poteva essere dedicata a un padre, a una madre o a un figlio, senza un significato necessariamente erotico. Non è un lucchetto. In semiotica i pronomi cambiano referente con chi li pronuncia: io e tu sono posti disponibili, non identità compilate. Chi canta La cura dà voce alla promessa; chi la riceve ne è il destinatario. Ascoltandola da soli si può perfino essere entrambe le cose: chi ha bisogno di protezione e chi, maldestramente, prova a offrirgliela.
La sua popolarità ha smesso così di sembrarmi un difetto: l’universalità non nasce da parole generiche, ma da una struttura aperta a molte vite. Il brano che avevo liquidato come troppo semplice si era reso disponibile a persone diverse senza perdere il proprio mistero.
E poi c’è il Tennessee. Che cosa ci fa il Tennessee in questa canzone? Il semiologo Paolo Jachia ha riconosciuto in quello smarrimento un’eco della selva oscura di Dante, e nei fiori bianchi un possibile antidoto alla malinconia dei Fiori del male di Baudelaire. Una lettura affascinante, che tuttavia lascia irrisolta la questione geografica: perché proprio il Tennessee? Perché non la Cappadocia, Samarcanda o una qualsiasi delle altre destinazioni dell’atlante spirituale di Battiato? Forse il Tennessee non deve significare qualcosa di preciso. Che serva proprio a introdurre, nel mezzo di una promessa che sembra conoscere tutte le risposte, un luogo in cui persino chi promette di conoscere le leggi del mondo ammette di non sapere come sia arrivato. Sembra un pezzo di sogno rimasto incastrato nel risveglio. È un luogo reale, un ricordo, un’invenzione? Non ne so la chiave. Magari è il punto in cui il testo, stanco delle nostre interpretazioni, decide di sottrarsi. Il Tennessee impedisce alla canzone di diventare soltanto un messaggio da dedicare: apre una porta su un paesaggio che non spiega e poi la richiude. È il suo piccolo sabotaggio interno.
Anche il corpo riporta a terra ogni slancio verso l’assoluto. Ci sono malattie, sbalzi d’umore, capelli, profumi, sensi: la trascendenza di Battiato non cancella la materia, ci passa attraverso. Per promettere l’eterno, deve nominare ciò che finisce. Se fossimo immortali, invulnerabili e autosufficienti, forse non avremmo così bisogno che qualcuno ci presti attenzione. La cura esiste perché l’altro può andare perduto.
La promessa è impossibile sul piano fisico e necessaria su quello umano. Non posso fermare il tempo, ma posso vivere come se il tuo tempo mi riguardasse. Non posso eliminare il dolore, ma posso evitare che tu debba attraversarlo sempre da solo. E forse la scelta più sorprendente del testo è che non domanda una contropartita: nessun preventivo emotivo, nessuna scadenza per la riconoscenza. È un dono, almeno per la durata della canzone. Nelle relazioni reali limiti e reciprocità restano essenziali; l’arte, per quattro minuti, può immaginare una generosità senza rendiconto. Anche il romanticismo ha diritto a un bilancio in perdita.
Perché ci ho messo tanto ad accorgermene? Forse da adolescente mi risultava più facile identificarmi con chi vuole salvare il mondo che con chi ha bisogno di essere aiutato ad attraversarlo. Preferivo canzoni che mi complicavano la vita, possibilmente con riferimenti alla filosofia indiana. La cura mi sembrava destinata a chi cercava rassicurazioni, senza che mi passasse per la testa che anch’io potessi desiderarne. A quell’età scambiavo spesso la fragilità per una resa e l’autosufficienza per una virtù.
Poi succedono cose: le persone si ammalano, invecchiano, cambiano, se ne vanno, e scopriamo che il nostro potere di proteggerle è inferiore alle intenzioni. A volte prendersi cura significa rinunciare proprio alla fantasia di salvarle. E allora la canzone cambia, benché sia rimasta identica. Non è diventata meno enfatica: ho imparato che certe esagerazioni nominano desideri per i quali il linguaggio ordinario non basta.
Oggi il futuro semplice di Battiato fa uno strano effetto. La sua voce appartiene al passato, ma continua a promettere. La musica registrata consente ai morti di parlare al futuro. Ogni volta che ascoltiamo La cura, qualcuno che non c’è più si impegna a fare cose che nessuno avrebbe potuto fare neppure da vivo. Lo sappiamo, eppure gli crediamo nel modo particolare in cui crediamo a una poesia: non perché possa fermare la malattia o restituirci chi abbiamo perso, ma perché per un momento ci fa sentire meno soli davanti alla certezza di perdere.
Ripenso alle Smemorande. A chi copiava quei versi, magari senza interrogarsi sul valore dei pronomi o sul Tennessee, e li consegnava a qualcuno perché non trovava parole migliori per una promessa enorme. Io temevo che le canzoni amate si consumassero con l’uso. E invece quelle dediche erano già un modo di farle vivere. Gli amori saranno magari finiti, i diari scomparsi, ma qualcuno aveva detto a qualcun altro che la sua fragilità gli importava. Non serviva conoscere Sgalambro per farlo, e forse era giusto così.
Continuo a non credere che si possa proteggere qualcuno da tutto. Né che sia desiderabile provarci: fra cura e controllo c’è un confine che l’affetto da solo non garantisce di rispettare. Ma Battiato sembra aver trovato una forma musicale per una promessa diversa, nascosta sotto quella impossibile. Non ti impedirò di invecchiare, ma proverò ad accorgermi che il tempo passa anche per te. Non saprò sempre che cosa fare, ma cercherò di esserci. Non sei speciale perché sei fuori dal mondo: lo diventi nell’attenzione irripetibile di qualcuno.
Da ragazzo cercavo nelle canzoni di Battiato una via di fuga dalla realtà. Questa mi chiedeva, senza che me ne accorgessi, di rimanerci. Di amare qualcuno senza avere tutte le risposte, senza trasformare la sua vulnerabilità in una proprietà privata, senza scambiare il desiderio di proteggerlo con il potere di farlo. Forse era questa la sua anarchia più quieta: occuparsi di una vita che non possiamo governare e averne cura anche quando non possiamo salvarla.















