Ci siamo trovati un po’ tutti nella stessa situazione: sei a cena con gli amici, qualcuno versa un calice e, nel giro di pochi minuti, la conversazione prende una piega inaspettata. Si comincia a parlare di tannini, acidità, affinamenti, denominazioni. Tu magari hai soltanto detto che quel vino ti piace, ma improvvisamente sembra che per apprezzarlo davvero serva una laurea in Enologia. E quella che doveva essere una bottiglia da condividere diventa una piccola prova di ammissione: sai riconoscere un vitigno? Hai capito il territorio? Hai usato il termine giusto?
Il fatto è che, nel frattempo, la cena continua, e forse l’unica cosa che volevi sapere era se prenderne un altro bicchiere. «Il problema nasce quando questo linguaggio viene trasferito sulle tavole delle persone senza trovare il modo di renderlo comprensibile», osserva Fabio Diego Morsello Angileri, 34 anni, vignaiolo ed enologo di Marsala, titolare dell’Azienda Agricola Millami, che dopo varie esperienze vitivinicole in Italia e in Europa è tornato in Sicilia per riprendere in mano l’azienda agricola di famiglia e rimettere in funzione la cantina del nonno.
Una questione che riguarda un settore che, negli ultimi decenni, ha investito moltissimo sulla cultura enologica, sulla valorizzazione dei territori e sulla capacità di raccontare le differenze tra una bottiglia e l’altra. Un lavoro fondamentale, che ha contribuito a riconoscere l’importanza di un patrimonio agricolo straordinario, ma che in alcuni casi ha prodotto un effetto collaterale: trasformare la competenza in una specie di requisito per sentirsi autorizzati a bere. Non è un caso che, secondo un’indagine di Wine Tourism Hub presentata nel 2025, per la Generazione Z il vino significhi soprattutto convivialità (65%), condivisione (64%) e legame con il territorio (51%), mentre il 58% dei giovani intervistati dichiara di avere paura di dire cose sbagliate quando si parla di vino e il 49% lo associa a un mondo snob ed elitario.

Andrea Razzaboni tra i filari di VentiVenti. Foto press
Il vino piace come idea, insomma. È il modo in cui viene raccontato che rischia di trasformarlo in un territorio da attraversare con cautela, anziché in uno spazio in cui entrare liberamente. «Negli anni il mondo del vino ha lavorato molto per elevarne il valore, approfondendo le caratteristiche dei territori, dei suoli, dei vitigni e dei metodi di produzione. È stato un percorso importante, che ha contribuito a costruire cultura e a far comprendere le differenze tra un vino e l’altro. Allo stesso tempo, però, credo che questo processo abbia rischiato di allontanare il vino dalla sua dimensione più popolare», racconta Andrea Razzaboni, 30 anni, co-fondatore, insieme ai fratelli Riccardo e Tommaso di VentiVenti, giovane realtà emiliana, a Medolla, in provincia di Modena, che ha scelto di puntare sul Metodo Classico valorizzando i vitigni del territorio. Il paradosso è tutto qui: nel tentativo di spiegare sempre meglio il vino, il settore potrebbe aver finito per parlare soprattutto a chi lo conosce già.
«Quando si cerca di selezionare sempre di più il pubblico, finiamo per parlare soprattutto a chi è già competente, a chi conosce i vitigni, le tecniche di vinificazione e le caratteristiche delle diverse denominazioni. Ma il vino non può essere soltanto questo», continua Razzaboni. È una distinzione apparentemente semplice, ma che mette in discussione un’abitudine radicata: l’idea che per avvicinare qualcuno al vino sia necessario prima educarlo, come se il piacere dovesse arrivare soltanto dopo la formazione e non potesse essere il punto di partenza di una scoperta. Certo, la competenza conta, raccontare un territorio, spiegare il lavoro in vigna e approfondire le tecniche produttive significa dare valore a ciò che si trova nel bicchiere. Ma quando il linguaggio specialistico diventa l’unico linguaggio possibile, la conoscenza rischia di trasformarsi in una barriera. «Oggi chi beve vino può arrivare a sentirsi a disagio perché pensa di non avere le competenze necessarie. Si parla di tannini, acidità, struttura e altre caratteristiche, e sembra quasi che per apprezzare un vino sia necessario saperlo descrivere tecnicamente. Io credo, invece, che il vino debba semplicemente essere bevuto e apprezzato, oppure non apprezzato, senza che questo richieda necessariamente una spiegazione complessa», dice Morsella Angileri.

L’azienda di VentiVenti. Foto press
Il paragone con la musica viene quasi spontaneo: non serve conoscere l’armonia per emozionarsi ascoltando una canzone, così come non è necessario saper distinguere ogni sfumatura per capire se un vino ci piace. Eppure, nel mondo del vino come in quello della gastronomia, sembra essersi diffusa l’idea che anche le esperienze più semplici debbano essere accompagnate da un racconto sofisticato per acquistare valore. Il risultato è che un prodotto potenzialmente legato alla quotidianità finisce per sembrare destinato a occasioni speciali, tavole importanti e persone che sanno già come muoversi. La birra, da questo punto di vista, è un esempio interessante. Non perché sia necessariamente migliore, ma perché è riuscita a occupare con naturalezza situazioni di consumo molto diverse: una partita, una pizza, una serata improvvisata. «La birra ha una grande forza comunicativa anche perché è immediata. È facile da scegliere, da condividere e da inserire in occasioni molto diverse», spiega Razzaboni. «Con il vino, invece, si apre un mondo molto più articolato: bianco, rosso, rosato, frizzante, fermo, spumante, Metodo Classico, metodo Charmat e così via. Questa varietà è una ricchezza straordinaria, ma può diventare anche una difficoltà per chi non è appassionato o non conosce il settore».
Il vino, insomma, deve tornare a essere una scelta possibile anche quando non si conoscono tutte le risposte. Non significa cancellare le differenze tra vitigni, denominazioni e metodi di produzione, ma creare occasioni in cui sia possibile assaggiare, sperimentare e fare domande senza sentirsi sotto esame. «Quando le persone vengono in azienda, cerchiamo di accoglierle e raccontare i nostri vini in maniera semplice, mettendoci la faccia in prima persona. Anche durante le degustazioni preferiamo un approccio semplice, fatto di assaggi e racconti, piuttosto che una successione di tecnicismi», sottolinea il co-fondatore di VentiVenti. Prima l’esperienza, poi la spiegazione: un ordine che può sembrare ovvio, ma che cambia radicalmente il modo di presentare il prodotto. Anche perché la questione culturale si intreccia con una questione molto più concreta, quella economica. Se il vino vuole continuare a essere parte della vita quotidiana, deve trovare un equilibrio tra il valore del lavoro che c’è dietro una bottiglia e la possibilità reale di acquistarla.

I campi di Millami. Foto press
«Per una persona che guadagna cinquanta o sessanta euro al giorno, spendere trenta o quaranta euro per una bottiglia significa destinare una parte importante del proprio reddito a un solo prodotto. È normale che, in queste condizioni, il vino smetta di essere un acquisto abituale e diventi qualcosa da concedersi soltanto in occasioni particolari», osserva Morsello Angileri. Nel suo caso, una bottiglia che lascia la cantina a sette o otto euro può arrivare a costarne trenta o trentacinque in enoteca o al ristorante. Naturalmente ci sono i costi di distribuzione, trasporto, gestione e servizio, ma il risultato è che una buona bottiglia rischia di diventare un lusso anziché un’abitudine. «Se un vino che esce dalla cantina a sette o otto euro arrivasse al consumatore a venti o venticinque euro, anziché a trenta o trentacinque, credo che molte più persone potrebbero permettersi di ordinarlo e scoprirlo. Questo contribuirebbe anche a riportare il vino al centro della convivialità», ci dice il titolare dell’Azienda Agricola Millami.
Non si tratta di chiedere ai produttori di lavorare sottocosto o di ignorare le spese della ristorazione, ma di capire che cosa succede quando il prezzo finale esclude una parte crescente dei potenziali consumatori. Se una cena fuori diventa troppo costosa, la bottiglia è una delle prime cose a cui si può rinunciare. Se si esce meno frequentemente, diminuiscono anche le occasioni in cui condividere un calice. Il problema non riguarda soltanto il prezzo di un prodotto, ma il posto che quel prodotto riesce a mantenere nella vita delle persone. E la stessa domanda vale per lo stile dei vini.

La cantina di Millami. Foto press
Per Angelo Cucciniello, 35 anni, responsabile commerciale di Villa Raiano, azienda vitivinicola in Irpinia, il settore deve interrogarsi anche sulla propria capacità di intercettare gusti e abitudini che cambiano. «Non direi necessariamente che i giovani si siano allontanati dal vino. Credo piuttosto che non riescano ad avvicinarsi con la stessa naturalezza con cui accadeva in passato. Ed è una differenza importante, perché ci porta a chiederci che cosa stiamo sbagliando e come possiamo intervenire». In alcuni territori, negli anni, il mercato ha premiato interpretazioni molto strutturate, concentrate e potenti, spesso destinate a lunghi affinamenti. Vini importanti, capaci di esprimere una forte identità, ma non necessariamente corrispondenti alle preferenze di chi cerca qualcosa di più immediato da bere a cena.
«Penso che alcuni territori, in passato, abbiano puntato molto su vini di grande struttura, capaci di esprimere potenza e complessità, senza interrogarsi abbastanza su come sarebbero cambiati i gusti dei consumatori», spiega Cucciniello, citando l’Aglianico e il Taurasi, due riferimenti fondamentali del territorio irpino. La risposta, però, non può essere quella di rendere tutti i vini più semplici o di inseguire ogni nuova tendenza. Villa Raiano, per esempio, produce il Campi Taurasini, un Aglianico affinato per dodici mesi in anfora di terracotta, senza passaggio in legno, che offre un’espressione più diretta rispetto a quella di un rosso più strutturato e che, secondo Cucciniello, è il vino più venduto e richiesto dell’azienda. È un esempio di come uno stesso vitigno possa offrire esperienze differenti senza perdere la propria identità.
«Se produco Aglianico in Irpinia, devo continuare a esprimere l’identità di quell’uva e del luogo in cui cresce, comprese la struttura e la componente tannica che la contraddistinguono. Allo stesso tempo, però, devo capire che cosa cerca oggi il consumatore e provare a dialogare con le sue esigenze». La questione, quindi, non è scegliere tra tradizione e mercato, ma trovare un modo per farli parlare. Anche perché il vino non esiste soltanto nella bottiglia, esiste nel paesaggio da cui proviene, nelle persone che lo producono, nelle storie che un territorio riesce a raccontare. Ed è proprio su questo terreno che alcune aree hanno costruito una riconoscibilità capace di andare oltre il singolo prodotto. «A mio avviso, una delle ragioni del successo di territori come le Langhe o il Chianti è la capacità di comunicare il territorio. In queste aree si è lavorato molto sulla riconoscibilità del nome, sull’identità collettiva e sulla costruzione di un’immagine forte, che va oltre la singola bottiglia», osserva Cucciniello.
Quando le persone visitano un’azienda, vedono le vigne e conoscono il lavoro che c’è dietro la produzione, la percezione del vino cambia. «Le persone comprendono meglio il vino quando ne conoscono la storia, il paesaggio e il lavoro che ci sono dietro. È come se si aprisse una porta che prima rimaneva chiusa». Il punto è riuscire a spalancarla anche fuori dalla cantina, attraverso una comunicazione capace di raggiungere chi non frequenta già il settore. Non basta usare un linguaggio più informale o trasformare una bottiglia in un contenuto da condividere sui social, bisogna capire quali storie raccontare, quali esperienze proporre e come rendere comprensibile il valore di un prodotto senza ridurlo a uno slogan.
C’è chi punta sull’ospitalità e sulla convivialità, chi rivendica il valore del lavoro artigianale e chi invita a ripensare gli stili produttivi e la comunicazione dei territori. Ma il punto d’arrivo è comune: il vino non ha bisogno di diventare qualcos’altro per parlare alle nuove generazioni, deve riappropriarsi della sua essenza, ovvero ritornare a essere un prodotto vocato alla socialità, alla condivisione. Ciò non significa che il vino debba rinunciare alla propria complessità o fingere che dietro una bottiglia non ci siano competenze, costi, tempo e lavoro; ma deve smettere di far sembrare tutto questo una prova da superare. Per troppo tempo una parte della comunicazione del vino ha dato per scontato che il consumatore dovesse imparare a parlare come il settore, conoscere le denominazioni, riconoscere i vitigni e orientarsi tra tecniche di produzione e affinamenti. È un patrimonio che ha contribuito a costruire valore e cultura, ma che rischia di diventare controproducente quando si trasforma in una soglia d’ingresso.
Il problema non è spiegare che cos’è un tannino, ma far credere che, senza saperlo, non si possa apprezzare un vino. Non è raccontare un territorio, ma farlo sembrare comprensibile soltanto a chi ne conosce già la storia. E non è nemmeno proporre bottiglie importanti, ma dimenticare che il prezzo determina chi può permettersi di condividerle. La domanda, quindi, non è come convincere i giovani a bere vino, ma come fare in modo che possano scegliere di farlo senza sentirsi inadeguati, senza dover studiare prima un glossario e senza considerare ogni bottiglia una spesa eccezionale. La competenza dovrebbe essere una porta aperta, non un buttafuori. Perché il vino può essere agricoltura, cultura, ricerca e identità territoriale. Ma può anche essere una bottiglia aperta a cena, una pizza con gli amici, una conversazione che si prolunga. Le due cose non si escludono, e forse il futuro del vino dipende proprio dalla capacità di ricordarselo.










