Sono passati 15 anni dall’ultima volta degli Strokes in Italia. Era il 12 luglio del 2011, a Vigevano, al Flippaut Alternative Reload Festival e non fu particolarmente magico. Colpa di un’invasione di zanzare e dell’impianto elettrico che saltò. Ma erano anche i tempi di Angles, forse il momento di maggiore distanza tra ciascuno degli “angoli” di quella band che dieci anni prima aveva salvato il rock – così si dice – regalandoci l’indie.
Da allora, attese che sembravano sentenze e canzoni che non “suonavano” come il passato. Poi una rinascita (meglio dire evoluzione?) con The New Abnormal. Addirittura un Grammy. Quindi, il nuovo album Reality Awaits. L’unica data italiana del tour, quella di ieri a Bologna all’Unipol Arena, è andata sold out. Vista l’importanza della band, la devozione dei suoi adepti e la rarità dell’evento, non si è trattato di un semplice concerto, ma di qualcosa di religioso: un giubileo. Sono tornati con una nuova identità, ma sono anni che Julian “Cyborg” Casablancas lo grida nelle nostre orecchie. Gli Strokes non possono più essere quelli dei primi anni Duemila e questa è l’unica strada per sopravvivere (oltre a loro, chi è uscito vivo dall’indie di quella decade mantenendo il proprio status? Solo gli Arctic Monkeys). Sta a noi, nostalgici alla Gatsby, capirlo.

Foto: Giuseppe Craca per Rolling Stone Italia
Affrontiamo subito l’elefante nella stanza. Con grande rammarico non era presente il chitarrista Nick Valensi, ancora in pausa dalla band, la cui ultima apparizione risale al Coachella (tornerà? Inizio ad aver paura). Valensi è stato tuttavia sostituito con rispetto, compostezza e competenza da Steve Schiltz dei Longwave. Il resto della formazione è lì: Nikolai Fraiture, il gigante di Twin Peaks, Albert Hammond Jr., che in questa era indossa Onitsuka Tiger e non Converse All Star, Fabrizio Moretti, con baffi ma senza t-shirt della Coca-Cola, e Julian Casablancas, ovvero il Tyler Durden dell’indie, in total black e occhiali da sole. La componente stilistica è storicamente un carattere peculiare di questa band e la menzione era doverosa (oltre al fenomeno Indie Sleaze, chiedete un po’ a Hedi Slimane).
Autotune e una confessione ambigua. Rassegnazione e speranza. Insomma il “minimum soft” per Casablancas. Gli Strokes aprono il concerto di Bologna con Tyrants of the Mellow Moon. «Forse non siete ancora pronti per questo, ma ai vostri figli piacerà» (cit.) sarebbe stato un disclaimer giusto per chi la pensa come Anthony Fantano. Non hai tempo di pensare, c’è il culto pentecostale di Reptilia che ti ricorda perché sei lì. Due anime messe a confronto, ma non è un caso. In questo momento ho un pensiero intrusivo (che anche altri hanno avuto): “Ecco, questi sono gli Strokes”. Poi mi ricordo che c’è vita oltre al fantastico live di MTV 2 Dollar Bill del 2002.

Foto: Giuseppe Craca per Rolling Stone Italia
Non solo Millennial, ma anche tanta Gen Z. Sugli spalti e nel parterre molti sono giovanissimi, entrati nel fandom con l’album che più ha matchato con i social, The New Abnormal. Da questo fanno tre canzoni: delicate e potenti. Lasciano il segno, ma graffiano? Non importa, non è il loro compito. A quello ci pensano altri titoli, come Heart in a Cage e Juicebox. Quando tocca a You Only Live Once c’è una straordinaria partecipazione corale del pubblico. Qui ho un altro pensiero intrusivo: è ormai una seconda Last Nite? Pare proprio di sì, ma con meno disappunto da parte di Casablancas. A proposito, Fab sembra cantare Fra’ Martino, ma è Bella Ciao.
Aggrappato al microfono come Joey Ramone, Jules canta insofferente sia il tormentone che strizza l’occhio ad American Girl che Someday e ci aggiunge un po’ di freestyle. È voluto? Non si ricorda le parole? Poco importa, dimostra che non ha bisogno dell’IA per scrivere canzoni. L’estasi mistica arriva con tre brani: Hard to Explain, New York City Cops e Take It or Leave It. Sono i pezzi di Albert Hammond Jr. e anche lui fa un po’ di freestyle. Titoli fissi nei loro concerti, eppure, a differenza di Last Nite, suonano sempre come la prima volta, forse perché sconosciuti ai karaoke, ai DJ set e a TikTok. Possiamo uccidere gli schermi degli smartphone?

Foto: Giuseppe Craca per Rolling Stone Italia
Le emozioni sono un elastico. Contrizione e confessione. Un pianto liberatorio con Automatic Stop, schizofrenia con Gratisfaction. La vita ci passa davanti come il finale di Vanilla Sky. Il colpo di scena arriva in due parti: Evening Sun ti ricorda che quell’estate non è mai finita, Soma è il porno giusto di un’estenuante sessione onanistica.
Torniamo alla critica. La paura fino a ieri sera era che Reality Awaits fosse un album da camera, ma non è così. È probabile che con il concerto alcuni fan, prima scettici, si siano ravveduti. Se non vedo, non credo. Dopo Tyrants of the Mellow Moon, durante la serata sono arrivati altri quattro pezzi dal nuovo disco. È così terrificante questo autotune? No. È come quello spot di alcuni anni fa: “Quando arriva il momento, capisci Fernet-Branca”.

Foto: Giuseppe Craca per Rolling Stone Italia
Seguono ora due note di colore. Julian Casablancas ha dichiarato il suo amore per Bologna, senza se e senza ma. «Dovreste trasferirvi, sono stato più volte qui che da altre parti in Italia. Non so perché, ma questa città continua a chiamarmi a sé. Mi diverto sempre». Fosse stato per lui, chi non era della città sarebbe dovuto uscire dall’Arena. A dimostrazione di questo particolare amore, gli Strokes hanno fatto per la prima volta ben due bis, concludendo la serata prima con Ode to the Mets e poi con Selfless. Nemmeno nella loro New York hanno fatto questo. Entendéis?

Foto: Giuseppe Craca per Rolling Stone Italia
Arriviamo al dunque. Nonostante l’assenza di Valensi, il gruppo ha ritrovato uno spirito e una complicità che non si vedevano dai “good old days”. Lo stordimento, a poche ore dall’evento, è da insonnia. Con 22 canzoni hanno raccontato chi erano, chi sono oggi e forse hanno anticipato chi saranno domani. Ma soprattutto hanno reso ancora più chiaro questo concetto: essere sopravvissuti agli anni Duemila senza diventare la cover band di sé stessi, continuando a sperimentare e rischiare, li ha resi il Giano Bifronte dell’indie. Gli Strokes guardano al passato, senza rimanerci intrappolati o rinnegarlo, ma sono rivolti con decisione anche verso il futuro e indicano una nuova strada, come nel 2001. Se anche noi fan comprendiamo questo, allora nessuno rimarrà “solo nel futuro”.















