Intercetto su Instagram un post di Luciana Littizzetto in cui è evidenziato il commento che le ha lasciato Sánchez (profilo verificato). Ringrazia degli elogi che gli ha fatto Littizzetto a Che tempo che fa (questo almeno mi sembra di capire) e si firma «Pedro Pedro Pedro», con pure l’emoji di una rosa. Penso che sia un meme, vado a controllare l’originale e scopro che è vero. Mi chiedo perché il premier spagnolo, come tutti i premier del mondo, debba usare i social per scrivere commenti simpatici, ma mi dico anche che, fosse stato un altro, avrei fatto l’indignado, ma dove siamo finiti!, che i politici facessero i politici e non gli influencer!, e invece in questo caso trovo tutto a suo modo giusto.
È questione di telegenia, a cui si perdona tutto. Lo è evidentemente Sánchez e lo sono tanti spagnoli consapevoli della loro telegenia, e però mai stonati, mai di troppo. Non lo è Javier Bardem che, sul red carpet dell’Auditorium di Roma, mi dice: «Lo sappiamo benissimo che questo premio non me lo merito, ma [al pubblico] lasciamoglielo credere», perché sappiamo entrambi che è l’esatto contrario, ma io non glielo obietterò, gli lascerò fare la sua scenetta da (fighissimo) professionista. Non lo è Rodrigo Sorogoyen, a Roma con lui perché hanno fatto un (bellissimo) film insieme, e che fa un cinema virtuosissimo e però, anche qui, mai compiaciuto.
Il premio è quello alla carriera della Festa del Cinema, consegnato a Bardem da Sorrentino. Dicono che ci fosse il progetto di un film insieme a metà anni zero del Duemila, prima degli Oscar di entrambi; non se ne fece niente per incastri saltati, ma si può ancora far qualcosa adesso (dico io). Il film che Bardem e Sorogoyen hanno girato insieme è El ser querido (L’essere amato, esce da noi il 12 novembre con Movies Inspired), che era in concorso a Cannes e che a Roma passa nella sezione Best Of, quella che (r)accoglie il meglio degli altri festival.
Quello fra Sorogoyen e Bardem è un match made in heaven, scritto da qualche parte nel Grande Disegno del Fighismo Spagnolo, bisognava solo aspettare che il destino si compisse. È un titolo bellissimo per parlare di tante cose, anche di compiacimento, e anche se – come in questo caso – è aggirato. Vuole essere amato qualsiasi artista, ma anche chiunque di noi, e nel film Bardem è un regista premio Oscar si direbbe un po’ iñárrituesco che dalla Spagna è finito negli Stati Uniti e ora torna in patria per girare un film che lo riporta indietro, a quello che c’era prima, anche (soprattutto) al rapporto con una figlia (bravissima Victoria Luengo, già con Sorogoyen nella monumentale serie Antidisturbios) che non vede da tredici anni, e alla quale offre la parte della protagonista femminile. Letta fin qui, a molti prima di Cannes è sembrato un soggetto molto simile a Sentimental Value; in realtà non c’entra niente, o meglio: se proprio volessimo fare un (improprio) confronto, El ser querido comincia là dove Sentimental Value finisce.
Il personale diventa sempre politico e viceversa, nel cinema di Sorogoyen. Che si parta da storie intime (Madre, Dieci Capodanni) o da direttrici socio-politiche che ricadono sui destini dei singoli (la citata Antidisturbios, ma anche Il regno, e ovviamente il capolavoro As bestas). E anche qui una storia di padri e di figlie, e una storia di cinema, diventa un racconto del narcisismo maschile che s’infragilisce (e riconosce l’errore) quando è ri-visto dallo sguardo delle donne, di tossicità (scusate la parolaccia) che riguarda i set ma soprattutto le vite, e che fa danno forse più a sé stessi che agli altri. E questo resta il fuoco del film, un fuoco intimo che aggira, lo dicevo prima, qualunque compiacimento estetico, anche se Sorogoyen non cede mai rispetto alla forma (il sensazionale dialogo iniziale tra padre e figlia al ristorante, la scena di rabbia sul set).
Il personale è politico e viceversa anche per Bardem, per le scelte di cinema e di posizionamento (scusate la parolaccia) anche recenti, per questo la combo con Sorogoyen è così giusta, al di là del talento e del fighismo condivisi. Dice Bardem a Roma che «può arrivare Mussolini, se abbandoniamo le nostre responsabilità di cittadini e diamo potere a chi è assolutamente contrario ai diritti umani fondamentali. Ma questo è anche Franco, e questo è Hitler, e questo è Netanyahu», che è il leitmotiv di un’annata contrappuntata di azioni pro-Pal, anche qui, più per una chiamata pubblica che per narcisismo privato, come invece accade a molti suoi colleghi.
Il cinema di questi due spagnoli è molto facile da amare, ancora di più ora che l’hanno fatto insieme, perché per essere amati non chiedono mai il ricatto. Offrono solo bellezza, politica, e uno sguardo sempre acceso sul mondo. Rendono le storie private il racconto di tutti, come il nostro cinema ha da un pezzo smesso di fare. «Non puoi pretendere che il cinema risolva tutto», si sente dire nel film. Ma se lo fa gente come questi due, di certo lo migliora.
















