Classificare i 15 album in studio dei Pink Floyd non significa stabilire semplicemente quali sono i più riusciti, ma capire in quali momenti della sua storia la band ha espresso con maggiore compiutezza ciò che intendiamo quando pensiamo alla loro musica. Il punto è misurare la forza del gruppo nella sua dimensione collettiva: quanto le quattro personalità siano riuscite a convivere, a completarsi e a produrre qualcosa che appartenga davvero ai Pink Floyd.
È un aspetto tutt’altro che scontato, considerando che la loro storia è stata segnata da personalità forti e da continui spostamenti degli equilibri interni. Syd Barrett, Roger Waters, David Gilmour: ciascuno, in momenti diversi, ha impresso una direzione alla band. Ma la grandezza dei Pink Floyd non si misura soltanto nella personalità del leader di turno, per quanto determinante possa essere stata. Il punto è capire che cosa succedeva quando le idee di uno incontravano quelle degli altri e venivano trasformate dal lavoro collettivo. Un’idea poteva appartenere a un solo componente, ma diventava davvero dei Pink Floyd quando gli altri riuscivano a raccoglierla, svilupparla, darle una forma e portarla in una direzione che il suo autore, da solo, probabilmente non avrebbe raggiunto. È in questo scarto tra l’idea individuale e il risultato collettivo che spesso si trova la loro magia.
Ha avuto inoltre un peso la capacità di un album di costruire un percorso. Non era sufficiente che un disco contenesse grandi suite o ottime canzoni. Negli album migliori dei Floyd le singole parti sembravano avere bisogno l’una dell’altra: si richiamavano, si preparavano, ritornavano, cambiavano significato alla luce di ciò che era venuto prima. Il disco smetteva così di essere una semplice successione di brani e diventava un percorso nel quale la musica acquistava un senso ulteriore proprio grazie alla relazione tra le sue parti. È uno dei tratti che hanno distinto un semplice buon album dei Pink Floyd da un grande album dei Pink Floyd.
La classifica va dunque intesa come tentativo di capire dove la band ha trovato l’equilibrio più autentico e produttivo tra le sue anime, dove questo equilibrio ha prodotto la musica migliore e le opere in cui le diverse parti concorrevano a creare un insieme unitario. Un percorso attraverso i diversi gradi dell’identità Floyd: dai momenti in cui questa identità appare ancora dispersa, incerta o troppo sbilanciata rispetto alla personalità di uno dei componenti, fino a quelli in cui le diverse individualità sono riuscite a fondersi in qualcosa di più grande di ciascuna di esse. Fino, insomma, al momento in cui i Pink Floyd riescono davvero a essere i Pink Floyd.
- 15
A Momentary Lapse Of Reason
1987

David Gilmour e Nick Mason si ritrovano senza Roger Waters. E, almeno in apparenza, sembrano sollevati: finalmente sono liberi di fare quello che vogliono. Ma è evidente che i due non siano così convinti di possedere tutte le chiavi per dare vita a un album dei Floyd degno di questo nome. Così finiscono per circondarsi di un numero spropositato di autori e session man sotto la direzione di Gilmour. Ed è proprio questo uno degli elementi che più stonano di A Momentary Lapse Of Reason: il bisogno di affidarsi a musicisti esterni per ricreare un qualcosa che dovrebbe scaturire naturalmente da Gilmour e Mason (Richard Wright non è ancora del tutto reintegrato). Quello che ne viene fuori è un tentativo forzato di realizzare un disco che suoni alla Pink Floyd. Ma mancano i testi di Waters, la sua inventiva, il suo fuoco. Perché, nonostante fossero tutti musicisti talentuosi, i Pink Floyd sono sempre stati una band piuttosto pigra. Proprio per questo la capacità di spingere il gruppo verso nuovi territori da parte del bassista è stata fondamentale. Qui, invece, il sonnolento duo preferisce ricreare in laboratorio la musica dei Pink Floyd più rassicuranti. Ma il trucco si vede, l’artificio si sente. E così A Momentary Lapse of Reason finisce per riprodurre alcuni tratti esteriori della band senza riuscire a restituirne l’anima.
- 14
Obscured by Clouds
1972

Siamo in uno dei momenti più creativi dei Pink Floyd. Ed è proprio questo a rendere Obscured by Clouds un disco, per certi versi, piuttosto strano. La band è reduce dal grande exploit di Echoes e sta preparando il terreno per The Dark Side of the Moon. In questo momento di straordinaria crescita, torna a essere chiamata da Barbet Schroeder per la colonna sonora del suo film La Vallée. Pellicola tutt’altro che memorabile che forse finisce per condizionare il risultato musicale. I Pink Floyd tirano fuori un pacchetto di canzoni mediamente gradevoli, senza però alcun guizzo. Non è esattamente quello che ci si aspetterebbe da un gruppo che, disco dopo disco, sta affinando le proprie capacità e mettendo in campo una creatività sempre maggiore. Certo, c’è l’intro elettronica della title track, un brano che guarda al nascente Krautrock e che, a sua volta, finirà per influenzarne alcuni sviluppi. E ci sono diverse canzoni riuscite, ma nulla che faccia davvero saltare sulla sedia per inventiva o ambizione. I dischi precedenti oscillavano ancora fra la forma-canzone e la suite, fra la necessità di costruire brani compiuti e quella di lasciarsi andare alle lunghe esplorazioni strumentali. Qui i Pink Floyd sembrano scegliere definitivamente le canzoni, ma lo fanno senza avere ancora trovato una forma davvero convincente per sostenerle. Il risultato è dunque un disco elegante, a tratti suggestivo, ma poco necessario. Soprattutto se si considera ciò che i Pink Floyd stanno per diventare.
- 13
The Divison Bell
1994

The Division Bell è sicuramente meglio di A Momentary Lapse of Reason. Qui, almeno, si sente di più una band. Richard Wright è tornato in pianta stabile e il disco ha una dimensione maggiormente collettiva. Il problema è che i Floyd non possono accontentarsi: richiedono una costruzione, una visione d’insieme, possibilmente un concept degno di questo nome, non semplicemente un pacchetto di brani che suoni come ci si aspetta debba suonare un disco dei Pink Floyd di successo, vale a dire quelli di The Dark Side of the Moon o Wish You Were Here. Gilmour evidentemente non riesce a staccarsi da quella formula. Si identifica profondamente con quei Pink Floyd e cerca disperatamente di ricrearli, questa volta con una formula meno artificiale e più condivisa dalla band. Il risultato è un disco certamente ben suonato, ricco di atmosfere, grandi aperture strumentali e assoli di chitarra. E c’è anche qualche momento davvero notevole, come la High Hopes finale. Ma ancora una volta i Pink Floyd sembrano impegnati soprattutto a fare il verso a se stessi. E, per quanto lo facciano con eleganza e mestiere, continua a mancare la tensione e la spinta verso qualcosa di forte, di vero. Continua a mancare Roger Waters.
- 12
The Endless River
2014

Pur fasciato da una copertina discutibile, The Endless River suona più spontaneo di quanto la sua confezione lasci immaginare. Si tratta di una raccolta di registrazioni risalenti alle sessioni di The Division Bell, quando Wright, Gilmour e Mason si ritrovano in studio a suonare insieme, a cercare idee dalle quali sarebbe poi scaturito il disco del 1994. E qui sta la cosa più interessante: i tre non sembrano preoccuparsi di dover dimostrare di essere i Pink Floyd. Sono semplicemente tre musicisti che buttano giù idee. E proprio da questa libertà viene fuori in modo naturale una certa musica. Non c’è il tentativo di ricrearla in laboratorio, di confezionare un prodotto che rispetti tutti i requisiti del marchio Pink Floyd. Il suono emerge perché i tre stanno interagendo tra loro senza venire edulcorato, corretto o indirizzato da produttori e altri interventi esterni verso una versione più immediatamente riconoscibile e commercialmente spendibile della band. E quello che emerge rimanda a un periodo precedente al grande successo, quello di Meddle e degli anni in cui il gruppo è ancora immerso in maniera coesa nella ricerca, nell’improvvisazione, nell’esplorazione. È musica che riesce a creare qualcosa di autentico, senza preoccuparsi di altro.
- 11
Music From The Film “More”
1969

Una delle occasioni mancate nella storia dei Pink Floyd è che, al di là dei frammenti presenti nella colonna sonora di Zabriskie Point, il gruppo non abbia mai avuto la possibilità di realizzare l’intera colonna sonora di un grande film. Sarebbe stato interessante vederli lavorare con Kubrick o con qualche altro regista capace di mettere alla prova la loro immaginazione. Invece si sono dovuti accontentare di Barbet Schroeder, prima con More, poi con La Vallée, due film senza infamia e senza lode, ricordati solo per le colonne sonore. E viene da pensare che quando si lavora con un grande regista, forse è più facile che vengano fuori grandi musiche. Alle prese con pellicole anonime, anche la musica finisce per risentirne. In More i Pink Floyd si trovano in un momento particolare della loro storia. Come accade dai tempi di Syd Barrett, sono legati ancora a una divisione della loro proposta: da una parte le strutture free form, dall’altra le canzoni. Le parti più puramente psichedeliche e improvvisate di More finiscono però spesso per lasciare il tempo che trovano. È invece nelle canzoni che si intravede qualcosa di molto più promettente. Si sente che i Pink Floyd stanno crescendo come compositori, e soprattutto si comincia a percepire il talento di Roger Waters nel costruire melodie sempre più personali. Brani come Green Is the Colour e soprattutto Cymbaline sono segnali importanti in questa direzione. Le melodie, spesso delicate e malinconiche, trovano nella voce di David Gilmour un interprete ideale: il suo timbro aggraziato si amalgama perfettamente con la scrittura di Waters, dando vita a un equilibrio che fino a quel momento non era ancora così evidente. More rimane dunque un disco figlio di una fase ancora incerta, ma proprio dentro questa incertezza comincia a manifestarsi qualcosa di nuovo.
- 10
A Saucerful of Secrets
1968

Senza Syd Barrett, i Floyd rischiano di sfaldarsi. Sono ancora una band, ma hanno perso il loro centro creativo e devono capire come continuare a esserlo. Roger Waters è quindi costretto a prendere in mano la situazione, mentre l’ingresso di David Gilmour impone di ricompattare il gruppo e integrare il nuovo arrivato. A Saucerful of Secrets mostra un Waters compositore non ancora capace di sostituire le geniali intuizioni di Barrett (presente in un brano ma in realtà totalmente assente), ma ci prova, specie con Set the Controls for the Heart of the Sun a mostrare una direzione personale più cupa, ipnotica e minimale. E anche Richard Wright è in grado di dire la sua con le sognanti Remember a Day e See-Saw. Con la title track, poi, i Pink Floyd mostrano di sapersi spingere oltre il modello di Interstellar Overdrive, nel quale a un riff relativamente semplice seguiva una lunga improvvisazione. A Saucerful of Secrets costruisce invece una mini-suite che anticipa le strutture del progressive. È musica che sembra raccontare una battaglia, attraversarla e infine approdare a una sorta di requiem. Il passo avanti è evidente: l’improvvisazione non è più soltanto un abbandonarsi al flusso, ma comincia a essere organizzata all’interno di una forma immaginifica. Pur con tutte le difficoltà del momento, l’album riesce a tenere insieme i Pink Floyd: non supera The Piper at the Gates of Dawn sul piano dell’inventiva, ma evita che la perdita di Barrett significhi la fine della band. Ed è anche per questo che si trova un gradino sopra More. La colonna sonora contiene canzoni forse più compiute a livello melodico, ma Saucerful è più importante per la costruzione dell’identità Pink Floyd.
- 9
The Final Cut
1983

The Final Cut è sicuramente un album più riuscito rispetto a quelli di cui ho scritto finora: più solido, compatto, compiuto. Eppure non è degno di entrare tra quelli ancora più riusciti. Il motivo è paradossalmente lo stesso che ne determina la forza: la leadership assoluta di Roger Waters. Questi è ormai il dittatore supremo, album dopo album la sua personalità si è sempre più espansa fino a fagocitare tutto. Del resto, Roger è anche l’artefice di una parte consistente del successo stellare raggiunto dalla band: il suo potere contrattuale è quindi enorme e agli altri non resta che assecondarlo. Quello delle leadership è un problema che torna costantemente nella storia floydiana: album come The Final Cut, A Momentary Lapse of Reason e The Piper at the Gates of Dawn appartengono quasi a una classifica alternativa, sono tre momenti nei quali i Pink Floyd, per ragioni diverse, non sono davvero una band, ma il gruppo di accompagnamento di una personalità dominante. Questo non significa, naturalmente, che The Final Cut sia un brutto disco. Anzi. È uno struggente Requiem for the Post War Dream (come lo definisce il bassista) che ha la sua punta di diamante nella title track, con un arrangiamento che riprende in parte la grammatica di Comfortably Numb. Ma è l’intero album che può essere considerato una sorta di coda di The Wall, un’appendice ancora più personale e dolorosa alla vicenda raccontata dal disco precedente. Ma poi arriva quel momento: l’assolo di David Gilmour in The Final Cut (il brano). Lì improvvisamente si capisce tutto. Sì, Waters è il protagonista, il dittatore. Ma quello e altri pezzi, senza il tocco del chitarrista, senza quegli assoli, non decollerebbero. Forse è proprio questa la contraddizione più affascinante di The Final Cut: è praticamente un disco solista di Waters, ma dimostra che persino nel momento della sua massima egemonia, Roger ha un bisogno assoluto dei Pink Floyd.
- 8
Atom Heart Mother
1970

I Pink Floyd stanno cercando di capire cosa vogliono essere. Sono una band psichedelica? Pop? Progressive? In quel momento è difficile dirlo. E allora si lasciano tentare dall’esperimento che in quegli anni sembra essere nell’aria: la fusione fra rock e musica classica attraverso l’uso dell’orchestra. I Deep Purple, i Moody Blues e i Nice lo hanno già fatto, altri lo faranno. Così anche i Pink Floyd decidono di confrontarsi con quel linguaggio e lo fanno con risultati tutt’altro che disprezzabili. La suite che occupa la prima facciata è ambiziosa, trionfale, costruita attraverso diversi movimenti che si sviluppano con notevole efficacia. È vero che i Pink Floyd non l’hanno mai amata, ma riascoltata oggi rimane un’opera di grande fascino. Il problema è che non sono ancora i Floyd che diventeranno. Anche perché Atom Heart Mother non segue una direzione unica. La suite sembra suggerire che la band abbia imboccato la strada della contaminazione rock-classica. Poi si gira il disco e ci si ritrova di nuovo immersi nei Pink Floyd sognanti e lisergici, tra un pugno di canzoni e l’esperimento casalingo di Alan’s Psychedelic Breakfast, forse l’episodio in cui si capisce meglio che i Floyd più free sono arrivati al capolinea. La cosa interessante è che, nonostante questa apparente dispersione, il disco funziona. E anche la componente orchestrale non sarà affatto un episodio isolato nella loro storia: certe soluzioni torneranno, trasformate, in The Wall e in The Final Cut. Atom Heart Mother, dunque, non è una parentesi estranea alla loro storia. È semplicemente il documento di una band ancora alla ricerca di se stessa.
- 7
Ummagumma
1969

Il doppio nel quale la band dimostra di essere cresciuta anzitutto a livello strumentale: nessuno di loro è un virtuoso ma ognuno sa dire qualcosa di personale e, soprattutto, sa essere funzionale alla musica. Ummagumma mette in campo tutto questo, sia dal vivo che in studio. Nel live i Pink Floyd rivelano di essere diventati una macchina capace di dare nuova linfa alla musica sul palco. Nel secondo disco, invece, ognuno dei musicisti si ricava uno spazio proprio per sperimentare. Ci sono strutture care alla musica contemporanea e concreta, nuove oasi psichedeliche, momenti acid folk, anticipazioni progressive. Tutto ciò permette di capire da dove viene il suono del gruppo: non da una singola personalità dominante, ma dall’incontro di sensibilità differenti che apportano diverse invenzioni. È l’ultimo grande documento dei Floyd più psichedelici, ma anche il laboratorio dal quale usciranno quelli che verranno dopo. Gli esperimenti, le improvvisazioni, la crescente capacità strumentale e la sempre maggiore sicurezza conquistata dal vivo saranno fondamentali per gli album successivi.
- 6
Meddle
1971

Come Atom Heart Mother, Meddle è costruito su due parti distinte, ma rispetto al disco del 1970 mette in campo una differenza sostanziale: qualcosa sta finalmente acquistando coesione, definizione. Basta ascoltare One of These Days. È un brano che recupera l’attitudine psichedelica dei Pink Floyd e la spinge verso territori decisamente rock. È potente, duro, molto più maturo rispetto agli esperimenti precedenti. Si sente che il pezzo nasce dall’improvvisazione che qui diventa più diretta, compatta, controllata. È una formula che i Pink Floyd stanno imparando a padroneggiare e che trova la sua definitiva consacrazione in Echoes, 23 minuti nei quali ogni elemento trova il proprio posto. La suite parte da un punto, intraprende un lungo viaggio e torna al punto di partenza, secondo una struttura che tipica dei grandi affreschi progressive. Ma i Floyd non stanno semplicemente imitando il progressive: stanno comprendendo quali sono le loro reali capacità. Anche il testo di Roger Waters è fondamentale: la possibilità, ma anche la difficoltà, di stabilire un contatto autentico tra gli esseri umani sono temi che cominciano a delineare quel mondo destinato a caratterizzare gran parte della futura produzione della band. E, soprattutto, in Echoes tutti e quattro hanno un ruolo fondamentale. Nessuno domina sugli altri e si crea un perfetto lavoro d’équipe. Peccato che il resto di Meddle torni alla frammentazione: Fearless, San Tropez, A Pillow of Winds e Seamus sono brani piacevoli, ma ognuno si muove per conto suo. La forza di Echoes è però così intensa da superare qualsiasi incertezza. Una strada esiste, e i Pink Floyd, finalmente, sembrano averla trovata.
- 5
The Wall
1979

Se si ascoltano alcuni demo di Roger Waters ci si rende conto di quanto spesso le intuizioni di partenza fossero scarne. Ma è qui che entra in gioco il gruppo, che prende quelle idee, le sviluppa e le trasforma in qualcosa di molto più grande. È il meccanismo che rende i Pink Floyd una macchina creativa straordinaria. Waters porta le visioni, i temi, le melodie e le strutture; gli altri trasformano quel materiale in musica. The Wall è dunque un’opera di Roger Waters, ma è anche un’opera che senza i Floyd (specie senza David Gilmour) non sarebbe mai diventata quella che conosciamo. Da un certo punto di vista può essere considerato una sorta di White Album dei Floyd: una summa di tutto ciò che la band è stata fino a quel momento. Ci sono la psichedelia, il progressive, il pop, l’hard rock, le sezioni acustiche, le orchestrazioni, le ballate, le aperture sperimentali e naturalmente quel particolare senso dell’atmosfera che appartiene esclusivamente ai Pink Floyd. E al centro c’è la storia di Pink, l’uomo che costruisce progressivamente un muro fra sé e il mondo per non dover affrontare i propri traumi, le paure e i fallimenti. The Wall potrebbe tranquillamente stare al primo posto in una classifica dei Pink Floyd per completezza, ambizione, maturità, varietà e capacità di riassumere quasi tutto ciò che la band ha prodotto fino a quel momento. Ma è troppo sbilanciato verso Roger Waters. L’inventiva della band è essenziale, ma la visione appartiene soprattutto a lui. E allora, pur essendo un capolavoro e pur rappresentando un concentrato perfetto della loro musica, The Wall deve fermarsi a qualche passo dal vertice.
- 4
Animals
1977

È con Animals che la spinta watersiana comincia a farsi pressante. Le composizioni sono quasi tutte sue, l’idea di fondo è sua, così come è sua la rabbia che attraversa l’intero disco. Un’umanità ridotta a cani, maiali e pecore, una società organizzata secondo rapporti di potere e sopraffazione: è una visione potentissima, ma dalla quale gli altri membri della band sembrano progressivamente rimanere fuori. David Gilmour, in particolare, non condivide né il pessimismo di Waters né molte delle sue posizioni politiche. In questo contesto Richard Wright è sempre più distante e il suo rapporto con il gruppo si avvia alla rottura; Nick Mason, invece, da sempre il più accomodante dei quattro, non sembra avere intenzione di opporsi. Eppure i Pink Floyd sono ancora una band. Suonano, lavorano, costruiscono insieme il disco. Animals è profondamente figlio del suo tempo, pur senza mai cercare di assecondarlo. Siamo nel pieno dell’era punk. Johnny Rotten sfoggia la celebre maglietta “I Hate Pink Floyd”, ma la band invece di adeguarsi al paesaggio circostante rimane se stessa, solo esaspera alcuni dei propri tratti. Tre lunghe suite occupano quasi per intero il disco, più dure, grezze, taglienti rispetto a quelle degli anni precedenti. Il suono si fa più sporco, la chitarra di Gilmour più aggressiva, le atmosfere più cupe e minacciose. È come se il punk avesse contaminato i Pink Floyd senza che questi diventassero punk. Animals è una delle massime espressioni della forza compositiva di Waters e, contemporaneamente, uno degli ultimi momenti in cui quella forza riesce ancora a essere trasformata collettivamente dai Pink Floyd.
- 3
The Piper at the Gates of Dawn
1967

È il disco che provoca i dubbi maggiori quando si tratta di stilare una classifica come questa. Forse dovrebbe starne fuori ma, al tempo stesso, è impossibile non considerarlo forse l’opera più importante dei Pink Floyd. Perché qui ci sono già i semi di ciò che saranno. E poi c’è Syd Barrett. La sua figura resterà presente nella storia dei Floyd molto più a lungo della sua permanenza effettiva nella band. Rappresenterà un riferimento, un’ispirazione, un ricordo, ma anche una presenza ingombrante e, almeno per Roger Waters, l’origine di un senso di colpa. Ma Waters, più di chiunque altro, dovrebbe essere grato a quell’uomo fragile e geniale che per primo gli ha indicato la strada. Syd non ha creato i Pink Floyd del successo stellare, ha creato la possibilità che potessero esistere. A un’analisi approfondita della discografia del gruppo ci si rende poi conto che non tutto ciò che saranno i Floyd è contenuto in The Piper. Col tempo il gruppo aggiungerà elementi che qui ancora non esistono o sono appena abbozzati. Ognuno porterà il proprio contributo, ognuno nel proprio campo, e soprattutto Roger Waters svilupperà una poetica e una visione compositiva diverse da quella di Barrett, che finirà per modificare radicalmente la direzione della band. Per questo The Piper at the Gates of Dawn deve stazionare nei primissimi posti, ma non necessariamente al primo.
- 2
Wish You Were Here
1975

Le istanze psichedeliche degli esordi, insieme alle nuove consapevolezze raggiunte con The Dark Side of the Moon vengono rimodellate nella dolente epopea di Shine On You Crazy Diamond, divisa fra l’inizio e la conclusione dell’album. Concepito come estremo commiato a Syd Barrett, il brano sembra mettere in fila tutto ciò che i Pink Floyd hanno imparato fino a quel momento, con in più la capacità di costruire una suite al cui interno trovano posto diversi ganci quasi pop a dialogare con le dilatazioni e le atmosfere sospese. Ma Wish You Were Here non vive soltanto di questa dimensione. La più concisa Welcome to the Machine lancia i VCS3 in territori cupi e claustrofobici, mentre Have a Cigar introduce una componente sarcastica e aggressiva, anticipando le abrasività di Animals. Sono diverse facce della maturità raggiunta dai Pink Floyd, capaci di ampliare il loro linguaggio senza perdere la propria identità. E poi c’è la title track, canzone semplice, diretta, immediatamente riconoscibile, con una profondità emotiva che le permette di stare accanto alla gigantesca Shine On You Crazy Diamond senza sfigurare. In Wish You Were Here le diverse anime dei Pink Floyd hanno ormai raggiunto un positivo amalgama, l’ultima volta in cui le quattro personalità si sono ritrovate a lavorare in maniera armonica.
- 1
The Dark Side of the Moon
1973

Il primo posto è scontato. Ma è anche inevitabile. The Dark Side of the Moon non è necessariamente il disco più bello dei Pink Floyd. Però è il disco dei Pink Floyd. Se fino a quel momento la band aveva attraversato una lunga fase di ricerca, The Dark Side of the Moon è il risultato definitivo di quella ricerca. Se in futuro l’egemonia sarà esercitata sempre più da Waters e poi da Gilmour, qui c’è un equilibrio assoluto tra le anime della band. Dark Side sviluppa l’idea di un’opera che non è semplicemente una raccolta di brani, ma un percorso. I 23 minuti di Echoes diventano 45 minuti e l’intero album viene concepito come un’unica grande composizione, divisa in una serie di sezioni nelle quali tutto ciò che appartiene alla galassia Pink Floyd viene messo al servizio di una visione d’insieme. I field recordings diventano parte integrante della comunicazione sonora. E anche le canzoni, che fino a quel momento potevano essere più o meno riuscite e spesso sembravano procedere ciascuna per conto proprio, diventano parte di un organismo unico. Ogni brano ha bisogno del precedente e prepara il successivo. È qui che Roger Waters capisce definitivamente qual è il suo ruolo e, soprattutto, qual è il suo talento: quello dell’autore capace di dare una visione alla musica. Con i suoi i testi il bassista crea una compattezza che fino a quel momento era mancata. The Dark Side of the Moon non è però un concept nel senso tradizionale: non racconta una storia dall’inizio alla fine. È piuttosto un agglomerato di riflessioni e stati d’animo sull’esperienza umana: l’alienazione, la solitudine, il denaro, il tempo che passa, la vecchiaia, la morte, la follia. È un concept sull’uomo. Ed è proprio questa dimensione profondamente umana a permettere ai Pink Floyd di raggiungere un pubblico così vasto. Waters porta il messaggio verso temi universali, mentre la band si muove nelle dimensioni che le sono più congeniali: gli ampi territori sonori, le spazialità. Ma The Dark Side of the Moon sa anche essere terreno: Money dimostra addirittura che i Floyd sono anche un’ottima rock band. Poi il disco torna a dilatarsi, riprende temi, li trasforma, li fa ricomparire; gli elementi musicali si richiamano continuamente e più ci si avvicina a Eclipse, più sembra che tutto ciò che è stato detto, suonato e suggerito nei tre quarti d’ora precedenti debba trovare un compimento. Quando arriva quella sorta di elenco vertiginoso di sentimenti, sensazioni e possibilità dell’esistenza è come se il fiume fosse finalmente arrivato all’oceano. Tutto trova il proprio posto. Tutto è in ordine. Tutto è in armonia. Non è esattamente un’illuminazione, il disco non offre una risposta ai problemi che pone, ma dopo avere attraversato tutte le avversità, le paure e le contraddizioni dell’esistenza, l’epilogo di The Dark Side of the Moon ricompone ogni elemento in un’apoteosi di equilibrio e pienezza. Ed è questa sensazione a rendere l’album del 1973 l’opera più completa dei Pink Floyd, quella che più di tutte riesce a mettere d’accordo Roger Waters, David Gilmour, Richard Wright e Nick Mason, quella che unisce la sperimentazione e la canzone, la psichedelia e il rock, il piccolo e il gigantesco, l’uomo e la sua anima. È il punto in cui i Pink Floyd smettono di essere una somma di possibilità e diventano finalmente una cosa sola: i Pink Floyd.















