«Un tempo c’era una gogna in ogni città civile, ma ora c’è una tv in ogni casa». A dirlo in Primetime di Lance Oppenheim, da oggi al cinema, è Chris Hansen, o meglio Robert Pattinson, inquadrato come fosse una sorta di Cavaliere Oscuro (!) della giustizia in differita. Luce dal basso, occhi in ombra, mascella e denti in bella vista, pare un vigilante che aspetta il cattivo (leggi adescatore di turno) per invitarlo a sedersi e dare inizio al suo rito, sempre con la stessa domanda: «Che cosa ci fa qui?».
A guardarlo poco più di un mese fa in sala a Venezia (dove è passato in concorso), era impossibile non pensare a Ink, il film che ha aperto la Mostra e che invece uscirà nel 2027: anche lì c’era un uomo di media, Larry Lamb (Jack O’Connell), che a fine anni Sessanta si inventava un giornale (il Sun feat. Murdoch, who else) al grido di win, free, love con il bonus della tv, perché tutti già la guardavano ma era bandita dai giornali pure “popolari”. Più che la stampa, bellezza, è quello che impareremo a chiamare infotainment. Ecco, Hansen è arrivato negli anni Duemila e alla formula ha aggiunto una parola, justice, portando all’estremo un genere, l’infotainment giustizialista, o se preferite la cronaca nera a produzione propria. Due uomini spinti oltre il limite, giornalismo spinto oltre il limite, e in nessuno dei due casi finisce bene.
Hansen conduceva To Catch a Predator, che per chi se lo fosse perso (beati voi) funzionava così: un’esca finge in chat di essere un tredicenne, il presunto pedofilo abbocca e si presenta in una villetta di periferia affittata dalla produzione piena di telecamere, Hansen gli sbuca davanti dalla cucina con le stampe delle conversazioni in mano e la polizia sul vialetto. Il tutto in onda su scala nazionale. Nella sua rubrica di critica televisiva sul Guardian, Charlie Brooker (che poi avrebbe creato Black Mirror, ma questa è un’altra storia) scrisse: «Quando un programma ti fa dispiacere per dei potenziali stupratori di bambini, c’è qualcosa che non va».
E quel tipo di disagio è il terreno su cui Oppenheim ha costruito la sua carriera. Prima di Primetime girava (ottimi) documentari, andandosi a cercare weirdo in situazioni weirdissime: i pensionati di una gated community in Florida dove tutto è organizzato perché non si pensi alla morte (Some Kind of Heaven), gli uomini che donano sperma per conto proprio a donne conosciute su Facebook (Spermworld), i cosplayer di una fiera rinascimentale in Texas che si scannano per l’eredità del padrone (Ren Faire). Per l’esordio nella finzione, su sceneggiatura di Ajon Singh, si prende il miglior weirdo che Hollywood potesse offrirgli (Pattinson, ovviamente) e gli affida un personaggio discusso e discutibilissimo. Gira il film in 4:3, con soluzioni visive fortissimamente anni Duemila (adoriamo), una grana che ti fa venire voglia di lavarti le mani all’uscita (la fotografia è di David Bolen) e dei primi piani così addosso a Pattinson da far pensare che il regista in quella faccia volesse entrarci per controllare se dentro ci fosse rimasta un’anima.
Spoiler: no, o quasi. Jeff Zucker, allora capo della NBC (interpretato da Jeff Zucker in persona), promuove il segmento di Dateline a programma autonomo in prima serata, contro nientemeno che Lost. L’Hansen di Pattinson capisce al volo che per reggere il confronto gli servono “pesci più grossi”, un nome che conti, e quando la “balena” abbocca in Texas parte per catturarla senza guardare in faccia nessuno, mentre il matrimonio con la moglie (Anna Faris) si sfalda e un cronista del National Enquirer gli ronza intorno con un dossier sulle sue scappatelle. In mezzo a tutto questo passa a salutarlo Stone Phillips (Bill Heck), il collega “serio”. «Ottimo lavoro, Chris. Io non saprei fare quello che fai tu». «Grazie, Stone». E aggiunge che lo guarderà «dall’Afghanistan». LOL.
Il vero Hansen, che nessuno aveva consultato, non l’ha presa benissimo: in un video sul suo canale YouTube ha detto di sentirsi «demonizzato» e ha liquidato il film come un attacco personale, anche se, ai tempi del trailer, aveva raccontato che la moglie e la famiglia lo trovavano «un’imitazione piuttosto riuscita». Pattinson giura di averci provato in buona fede («Cercavo di renderlo figo. Lui è figo», ha detto alla prima londinese, «sono tipo un suo fan»), e qui è perfetto: ha preso le pause da predicatore e la mania di provare e riprovare le frasi più ripugnanti scritte dai pedofili come fosse un esercizio di dizione. Ma il momento “genio!” (cit. René Ferretti) arriva quando un distributore automatico si mangia la sua moneta senza sputare la merendina e lui chiama il numero verde stampato sul vetro, come a dire: lei non sa chi sono io. Nessun essere umano chiama quel numero, perdere due dollari fa parte del contratto con le macchinette. Uno youtuber americano, MistaGG, l’ha riassunto così: «Fa il lavoro di Superman, ma è anche uno stronzo».

Foto: A24
Intorno il cast è un match made in heaven: Merritt Wever (strepitosa) è la produttrice Andie, che venderebbe pure sua madre per gli ascolti, come e più di Hansen, solo che conta meno; Skyler Gisondo interpreta Dan, l’aspirante attore assunto per fare l’esca, e Phoebe Bridgers (sì, proprio lei) è la collega che questo lavoro lo vede come «una forma di attivismo» ma è anche l’unica ad avvertirlo che prima o poi gli presenterà il conto.
Per buona parte del film Oppenheim tiene insieme la commedia nerissima da dietro le quinte e il biopic del suo Hansen, un megalomane che si scava la fossa da solo, aiutato da un materiale così grottesco che persino Jeff Zucker ha accettato di fare Jeff Zucker. Poi il “pesce grosso” affiora a Murphy, Texas, e il film diventa a tutti gli effetti un horror, con le luci da seminterrato e la macchina da presa che non lascia respiro. E chi conosce la storia vera sa che nel 2006, durante quell’operazione, la troupe della NBC arrivò a casa di un uomo, mai processato, prima della polizia, e sa anche com’è andata a finire.
E allora torno a Ink, e a una scena in particolare. Claire Foy, che nel film cura la pagina femminile del Sun, racconta che da ragazza non apriva i giornali per ritrovarci sé stessa: la propria faccia non le piaceva nemmeno nello specchio del bagno, figurarsi in edicola. Lei voleva qualcuno da ammirare. Hansen, invece, al suo pubblico ha offerto qualcuno da disprezzare e pure un divano dalla parte giusta da cui guardarlo.
















