La prima domanda non arriva mai in fondo. Il registratore è acceso, ma devo interromperlo e riavviarlo continuamente perché l’intervista pare essere intenzionata a non partire. È giovedì; c’è chi passa per l’uscita della Settimana Enigmistica, c’è il cliente che compra Il manifesto a cui servono venti centesimi di resto, e ancora la signora che si affaccia per chiedere se lì si può fare la PEC – «no, se la deve fare lei, provi a un patronato».
Andrea Carbini serve, saluta, chiama per nome mezzo quartiere e a ogni ripartenza si gira verso di me, «cosa stavamo dicendo? Scusami eh, che poi mi perdo».
Qui da lui, da Quisco, l’edicola all’angolo tra via Plinio e via Morgagni a Milano, all’inizio di un autunno in cui recalcitra pericolosamente l’estate, sono venuto portandomi in tasca una delle domande di sempre da quando scrivo di questa città, semplice da formulare e difficilissima da sciogliere: quali sono e come operano gli spazi di socialità in una città come Milano? Nel tempo che trascorro affacciato all’ingresso, la registrazione continua a bloccarsi, ma smetto di considerarlo un problema; probabilmente è proprio questo un nodo del mio incontro con Andrea.

Andrea Carbini nella sua edicola a Milano. Foto: Franco Ferrari per Rolling Stone Italia
Il mestiere di edicolante Carbini lo svolge solo da qualche anno, ma tra le pagine ci ha passato la vita. «Fin da ragazzo ho sempre avuto una passione per il mondo editoriale e la carta stampata», mette subito in chiaro, e questo mondo Andrea lo ha esperito a trecentosessanta gradi. In un primo momento attraverso Feltrinelli – «ero totalmente in una visione feltrinelliana, ma non in senso di marchio. Una visione di espansione delle librerie come momento di militanza della carta, del libro, della politica e di una specifica idea di cultura in grado di creare e modellare a sua volta un certo tipo di mondo» – poi con l’avventura che è stata la fondazione della catena di librerie Ubik.
Nei primi anni del Duemila, infatti, a Carbini capita di gestire a Milano un grande ingrosso di libri per conto di un imprenditore del settore, Rino Caimi, all’alba del commercio online (che oggi sembra preistoria ma allora appariva come un settore avveniristico e pur sempre libero dai monopoli di Amazon): «Andavi in qualsiasi libreria, chiedevi un libro e ti dicevano: torni, che vediamo se ce lo mandano. Invece con noi tornavi e sapevi che c’era». È così che Carbini coglie al volo l’opportunità di legare una nuova rete di librerie a quel tipo di distribuzione: «Perché un ingrosso che in quel periodo sicuramente era una grande operazione attraverso i siti, aveva bisogno in verità di legarsi a un franchise di librerie. E questo perché a loro volta le librerie indipendenti già ai tempi erano in crisi sotto al pressing operato dalle catene». Dall’intuizione si passa rapidamente ai fatti grazie al sostegno di Matteo Severnini e della famiglia Fassi, che vedono nell’idea di Carbini una manovra di successo decidendosi perciò a sostenerla. Così, nel 2003 con prima sede a Bergamo nascono le librerie Ubik, che oggi hanno insegne in mezza Italia.

L’edicola di Andrea Carbini, a Milano. Foto: Franco Ferrari per Rolling Stone Italia
Mentre Andrea mi parla, persiste il flusso ininterrotto di clienti, da chi chiede i modellini da collezione di automobili d’epoca a chi spera di trovare dei biglietti per la metro, e la conversazione si sposta naturalmente sul racconto dell’origine di Quisco.
L’idea originaria concepiva, a ridosso del Covid, una sorta di edicola mobile – grazie a un’Ape-edicola ancora presente lì davanti – con cui provare a raggiungere i quartieri rimasti senza chioschi (poi naufragata per mancanza di sponsor). Ed è già in questa pensata che si mostra tutta la politicità e, per così dire, l’urbanità del progetto di Quisco. In un momento storico in cui le edicole italiane chiudono a ripetizione, la scelta di Andrea appare come un anacronismo dal sapore di resistenza, fondato però su un pensiero attualissimo, quello in base al quale le città sono strutture fatte di relazioni e prossimità.

Andrea Carbini. Foto: Franco Ferrari per Rolling Stone Italia
Certo è un lavoro usurante e faticoso – forse per alcuni anche meno “prestigioso” – di quello ricoperto in precedenza, e quando gli chiedo cosa lo abbia portato dai marchi editoriali ad alzare la serranda tutte le mattine alle 5:45 mi risponde passando per Spinoza: «Mi ci sono trovato. Ci sono delle leggi che noi non comprendiamo, che ci portano lì, in un dato posto. Quando la pietra cade, lei non sa perché cade, ma noi sì». Fatalismo? No, precisa: la stella polare è rimasta la stessa. «Sempre di carta parliamo. Io mi definisco un militante della carta stampata». Eppure, fuori dal quadro generale, Quisco funziona: la gente non smette di affluire e il lato economico procede a gonfie vele, perché, come continua a raccontarmi Andrea, il legame con il quartiere deve strutturarsi solo in un secondo tempo; deve seguire, cioè, un progetto in grado – e cita Bordieu – di presentarsi come una proposta coerente capace di intercettare gli interessi politici e sociali delle persone a cui si rivolge: «Se parti basandoti solo sul rapporto sociale e non su una tua proposta, fallisci. L’operazione sul territorio deve darsi come conseguenza di un progetto strutturato. Come in politica».
E di politica Carbini continua a parlare, più o meno apertamente. Quando infatti gli chiedo quale relazione intravveda tra la propria attività e il territorio urbano, propone di partire da più lontano, da come sta cambiando Milano, e così va in scena un’analisi da assessore all’urbanistica. «Milano sta espellendo i lavoratori. Autisti, infermieri, commessi, scegli tu quanti ne vuoi, sono praticamente fuori, perché l’affitto si mangia i salari e la casa ormai si può ottenere solo grazie a un mix tra il proprio stipendio e il patrimonio personale. La casa te la compra il papà, la zia, la nonna. Ne viene fuori una città che di giorno quasi raddoppia e la sera si svuota verso Pavia, Corsico, Melegnano, nella quale anche i consumi culturali sono meno affidati ai residenti e più a quelli che passano».

Andrea Carbini. Foto: Franco Ferrari per Rolling Stone Italia
Per quel che riguarda la politicità della sua attività, la risposta è di una semplicità quasi brutale. «Io vendo i giornali. E faccio quello, non altro». Ma il resto viene da sé: «Stando qui sedici ore, certo che poi le cose accadono, che ricopro, involontariamente, un altro ruolo. E lo faccio con la mia storia. La mia casa è la strada e dentro la strada mi trovo benissimo. Se fare politica vuol dire stare con le persone, allora sì, la faccio; se vuol dire elaborare strategie e saperle realizzare, allora mi considero in una fase pre-politica».
Il resto del discorso vira di nuovo sulla città, alle soglie delle elezioni comunali del 2027. Carbini affresca una mappa del potere che cambia – i grandi immobiliaristi al posto del vecchio capitalismo milanese, la Confcommercio svuotata da Amazon e così via – ed esprime la convinzione che con la giunta Sala si chiuda un ciclo di mutamenti urbani. La ricetta per il futuro prossimo, dice, è pragmatica, in accordo a quanto già detto: «Non c’è bisogno di fare cento cose. Ne fai poche, ma precise. Un piano casa, per esempio, va fatto, anche fosse insieme ai privati, per riportare chi lavora dentro la città almeno con una calmierazione degli affitti». E poi il verde, la viabilità, la sicurezza e il ridimensionamento delle “weeks” che tolgono risorse alla città invece che procurargliene.
Da quest’ultimo punto, Carbini si sposta su un altro tema attiguo, le narrazioni urbane – e su come soprattutto questa città sia stata raccontata più di quanto sia stata governata –, con un’osservazione questa volta di metodo. «Va riconosciuto il fatto che una parte della politica preferisce le narrazioni alla realtà, mentre la realtà è andata avanti per conto suo: non si può più parlare di classe operaia, per esempio, senza ragionare di come siano cambiati i consumi». Al politico che vorrebbe chiede «l’intelligenza delle cose», un forte senso della storia e un rapporto tra mezzi e fini ben ponderato. Nessun nome, nessuno sbilanciamento: solo l’identikit di «una nuova forma di politica», di cui secondo lui oggi «sicuramente c’è bisogno».
Nel tempo che impieghiamo in questa chiacchierata ho perso il conto del numero di interazioni, di persone chiamate per nome, del mosaico di gesti minutissimi – scambiati e ricevuti – che ha costellato la mattinata e che incarna la testimonianza dei rapporti umani coltivati con meticolosità nel quotidiano. E così riesco a inquadrarlo anche io, quello sguardo che Andrea restituisce dalla sua specola; la sintesi cioè della poliedricità urbana, della multiformità che dona forma e significato agli ambienti della città.

Andrea Carbini. Foto: Franco Ferrari per Rolling Stone Italia
C’è però un momento della giornata in cui l’edicola non è una piazza: «Quando arrivo qua la mattina non c’è mai nessuno. Ho un’ora, che è una cosa meravigliosa». In quell’ora è abituato a mettere musica, in particolare la classica – Bach, i concerti per clavicembalo e i Brandeburghesi; Chopin, i Notturni e i Walzer. Ascolta la musica e riflette. Su se stesso, sulla città, sulle molte moltissime cose che gli frullano in testa.
Più tardi, quando arriverà la gente, la musica o si spegne o cambia, spesso dando spazio ai cantautori: Dalla, Battisti, Battiato, Bennato, e una canzone di Ornella Vanoni scritta da Giorgio Calabrese che gli piace moltissimo: Domani è un altro giorno.
Ma tra queste parole stampate, tra la musica che passa per il suo chiosco, Andrea apprezza più di ogni altra cosa il vuoto della mattina; quell’ora in cui la città sembra esistere al rallentatore e da questo ritmo quasi di stasi, rivelare il suo più profondo significato. Un’ora di sospensione immobile, prima che arrivi Milano.















