DKC Sarajevo: il centro sociale che fa controcultura | Rolling Stone Italia
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Dentro al DKC, dove si fa la controcultura di Sarajevo

Un centro sociale, una città in difficoltà, e il bisogno di tornare a creare una conversazione fuori dalle rotte. Ne abbiamo parlato con i membri del collettivo di questa "casa" alternativa

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Dentro al DKC, centro sociale di Sarajevo

Foto: Amer Cuco

In un vecchio edificio di Sarajevo, il ritmo ipnotico sprigionato da un sintetizzatore fa vibrare i sottili vetri delle finestre che trapuntano come in un abbraccio un ampio salone impolverato. Dalle casse, una cadenza elettronica frammenta l’aria di una tiepida notte di fine settembre, mentre decine di persone ondeggiano sincronizzate di fronte al palcoscenico, si muovono come fossero un unico sinuoso animale che traccia mute coreografie nello spazio. A suonare avvolto da un fitto velo di fumo è il duo degli Heavenphetamine, una formazione punk-psichedelica giapponese che, solo fino a qualche anno fa, sarebbe stato particolarmente difficile immaginare nella capitale bosniaca.

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Foto: Amer Cuco

La loro esibizione fa infatti parte del calendario organizzato dal DKC (Društveno kulturni centar), il centro sociale di Sarajevo nato nel 2020. Da allora, le persone che ne fanno parte si danno da fare per ampliare l’offerta culturale indipendente sarajevese che, senza il loro impegno, sarebbe decisamente più povera.

«Il DKC è nato perché a Sarajevo c’era la necessità di un posto del genere, non esistevano luoghi autonomi che offrissero spazio alla cultura alternativa, alla controcultura e così via», spiega Amer Cuco, uno dei membri storici del collettivo. «A questo si aggiunga il fatto che Sarajevo è una città abbastanza conservatrice e sentivamo un forte bisogno di uno spazio che fosse indipendente, che non fosse finanziato da nessuno, slegato da ONG e partiti politici. Volevamo dare alla gente la possibilità di confrontarsi con qualcosa di diverso. Penso che prima del DKC qui non ci fosse mai stato nulla di simile».

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Gli Heavenphetamine in concerto. Foto: Amer Cuco

In questi anni, nelle stanze che di volta in volta il centro sociale ha occupato e portato a nuova vita, hanno trovato spazio concerti e sonorità da ogni parte del mondo. Ma anche mostre artistiche, presentazioni di libri, serate culinarie e poetry slam, proiezioni cinematografiche, workshop, dibattiti politici.

In una Sarajevo sempre più invasa da viaggiatori interessati a scandagliare i lasciti delle guerre del passato, in questa isola alternativa assente dalle guide turistiche si ragiona invece su come scrivere capitoli migliori per il futuro. Il simbolo del DKC, non a caso, è una piantina stilizzata che cresce in un vasetto di ceramica viola pallido. Un seme di freschezza che, oggi più che mai, resiste e sopravvive sullo sfondo di una politica asfittica, dominata dai partiti nazionalisti, riconfermatisi i vincitori nelle elezioni dello scorso 4 ottobre.

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Il DKC, a Sarajevo. Foto: Amer Cuco

«Le cose non sono cambiate molto negli ultimi trent’anni. La gente vota sempre meno, ma anche così, i partiti etnici continuano a essere quelli che raccolgono più voti. Il DKC è in controtendenza a questa mentalità. A nessuno di noi interessa quale sia la nazionalità o il gruppo etnico di appartenenza di chi entra qui e mantenere questa posizione è molto importante. È anche qualcosa che mi piacerebbe vedere diffondersi al di fuori di Sarajevo e in tutto il Paese, anche se credo che la nostra influenza sia molto limitata».

Amer, 44 anni, vive a Sarajevo e insieme a una ventina di altri volontari cura i rapporti con altri centri sociali europei, per scambiare opinioni e rafforzare la rete. Grazie all’esperienza acquisita, l’obiettivo del gruppo è anche aiutare realtà simili a sbocciare in ulteriori città bosniache e in diverse aree dei Balcani.

Ma, in quanto membro storico, Amer era presente anche nelle prime fasi del progetto, quando il DKC nasceva tra gli ostacoli della pandemia, dietro un’iniziativa che includeva attivisti dalla Macedonia del Nord, dall’Albania, dal Belgio, dal Kosovo. All’epoca la sede era all’interno di un complesso nel campus universitario. Da lì, l’amministrazione li aveva costretti ad andarsene sostenendo la necessità di procedere a demolizione per portare avanti altri progetti edilizi. In pochi mesi, avevano rimediato un posto nella sede inutilizzata dell’associazione della Casa degli scrittori (Dom Pisaca). Ma oggi, anche il destino di questa sistemazione è in bilico.

«Abbiamo impiegato molte energie per riparare l’elettricità, sistemare l’impianto idrico, tutto quello che non funzionava. Abbiamo pagato le bollette arretrate accumulate negli anni. Qualche mese fa, però, gli scrittori dell’associazione ci hanno fatto sapere che vogliono destinare il posto a qualcos’altro e quindi ci dovremo spostare nuovamente. Non c’è una data ma è solo questione di tempo. La cosa non ci stupisce perché l’attuale sede è molto suggestiva, è in centro città e probabilmente molte persone vorrebbero utilizzarla per attività commerciali. Nel frattempo, per noi ricollocarci potrebbe essere ancora più complicato, adesso che a Sarajevo tornerà nuovamente al potere un partito conservatore».

Nei mesi estivi il collettivo ha organizzato lunghe camminate per ispezionare la città in lungo e in largo alla ricerca di luoghi abbandonati in cui rintracciare una nuova casa. Ma trovare quattro mura dentro cui fare riunioni e svolgere gli eventi non è l’unica urgenza.

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Dentro il DKC, a Sarajevo. Foto: Amer Cuco

«Dal 2020 sono stati circa un centinaio i volontari che hanno dato un contributo al DKC. Ma serve sempre trovare gente che abbia voglia di impegnarsi per ripartire dall’inizio, e questo non è facile. Motivare le persone a restare e attirarne di nuove è una delle parti più difficili di questo percorso», spiega Amer, «ho la sensazione che i giovanissimi non immaginino Sarajevo come la città dove stare e investire energie. Molti la vedono come una tappa di passaggio prima di partire».

In Europa, i Balcani restano l’area con il più alto tasso di emigrazione e secondo un rapporto delle Nazioni Unite, in Bosnia Erzegovina la volontà di andarsene è espressa da un giovane su due. Oltre alla forte disoccupazione, questa scelta è legata all’instabilità politica e all’assenza nell’agenda dei partiti tradizionali delle tematiche che stanno più a cuore alle nuove generazioni, come l’ambientalismo e le questioni di genere, temi che il collettivo affronta, anche se non nella misura in cui vorrebbe.

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Foto: Amer Cuco

«Sarebbe bello riuscire a organizzare ancora più eventi, ma per farlo ci servirebbe coinvolgere maggiormente la collettività, cosa che al momento ci risulta abbastanza complicata» spiega Nina (nome di fantasia). «Una parte cruciale dell’essere parte di un luogo come questo consiste proprio nel contribuire a cambiare la cultura. A volte ho la sensazione che veniamo percepiti più come degli organizzatori di eventi e che questo spazio venga visto più come un locale che come uno spazio della comunità. Mi piacerebbe far capire alla gente che questo spazio appartiene anche a loro, e che possono sentirlo e viverlo come un luogo proprio, non semplicemente come un posto in cui vengono organizzate serate».

Ed è forse proprio nella capacità di diventare un solido punto di riferimento che si gioca una sfida importante per il DKC. Essere un luogo in cui non soltanto organizzare concerti, mostre o dibattiti, ma dove persone che faticano a trovare altrove uno spazio per esprimersi possano sentirsi al sicuro, come spiega Sead Pasić, 26 anni, membro del collettivo.

«Essere queer a Sarajevo non è semplice. La prima volta che ho trovato davvero una sorta di bolla sicura è stato al DKC. Mi sono unito al collettivo senza sapere che fosse anche uno spazio queer, l’ho scoperto quando ho iniziato a frequentarlo regolarmente. Che io sappia, al momento in città è forse uno dei pochissimi spazi simili».

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Foto: Amer Cuco

Sead sottolinea come, nonostante il generale contesto sia diventato più sicuro, ci sia ancora molto da fare. «Nessun partito si è ancora fatto esplicitamente difensore dei diritti che non vengono riconosciuti alla comunità queer, tra cui il matrimonio egualitario, l’accesso agli ormoni e il cambiamento legale del genere. E quando si avvicina il Pride o ci sono eventi specifici al DKC la situazione si fa tesa, arrivano commenti molto aggressivi. Ma, in generale, la maggior parte della gente semplicemente preferisce ignorare la comunità queer. Non la supporta, ma nemmeno la attacca. Può sembrare una conquista da poco, ma non lo è. Il contesto generale è leggermente migliorato, anche se purtroppo si procede a passi molto piccoli».