Cracovia è una città mite. Estesa sulle sponde placide del fiume Vistola, ti abbraccia col suo centro medievale, la vibe europea e qualche sprazzo di brutalismo che ci ha provato, ma non è davvero riuscito a prendersi il suo posto nella storia locale. È un mix che si sperimenta anche all’Unsound, lo storico festival di musica elettronica a cui guardano tutti in Europa per capire dove sta andando la scena. Anzi, le scene. Suddiviso su varie location, che vanno da teatri ai musei, dagli hotel “socialisti” alle miniere di sale del 1300 – e quest’anno suddiviso anche su due weekend che hanno coinvolto sia Varsavia che Cracovia – all’Unsound abbiamo assistito ad una quantità di live che ci ha saziati per un anno.
L’avanguardia domina ogni scelta in line-up: siamo stati ad esibizioni di sax solista subito dopo la pointillistic trance di Lorenzo Senni a concerti di musica ambient alternati al noise urlato di Cities Aviv, ad ascoltare l’industrial militante dei Mandy, Indiana e a scoprire tantissime chicche di musica polacca che mescolano folk, shoegaze e synth pop. Abbiamo selezionato i nostri cinque act preferiti e non sono assolutamente i nomi più grossi che c’erano in line-up. Ci hanno sorpreso i nomi in ascesa o ancora del tutto sconosciuti che speriamo di veder girare presto in tutti i festival europei.
L’Rain
Batterie accarezzate, shoegaze e psichedelia: la polistrumenista statunitense fresca di nuovo album (Fata Morgana) ha fatto un’ora di live che è stato un trip nei sentimenti più sottili dell’animo umano. È lei in persona una fata morgana: nel mito di re Artù, Morgana è una maga guaritrice capace di trasformare se stessa in base all’occorrenza. L’Rain si è fatta pioggia, sole, cristallo e nebbia sul palco, accompagnata dal suono dominante delle chitarre, un sax in sottofondo ad aggiungere profondità a un live sospeso e una voce che si ascolta meglio ad occhi chiusi. L’Rain gioca da sempre con la sperimentazione, aggiungendo note di soul e doppie voci che riverberano nell’altezza del teatro Łaźnia Nowa dove ci troviamo: il risultato è un concerto multiforme fatto di ambient, noise, improvvisazione jazz. È una liturgia contemporanea, un luogo spirituale per chi cerca nella musica una forma di accesso ad un luogo altro. Il flow del live è morbido, zero ingessato, gli strumenti prendono spazio a seconda del pezzo, sotto l’orchestrazione di L’Rain che tiene tutto insieme con la sua grazia rassicurante. A tratti ricorda i Comet is Coming, a tratti la leggerezza di Nala Sinephro, ma lei ci mette in più una sezione ritmica importante, voci estatiche, rullanti al punto giusto e risate beffarde che trasformano il concerto in una pratica performativa totale.

Tercet Imperial. Foto: Michał Murawski
Tercet Imperial
Da dove partire a raccontare i Tercet Imperial? La band polacca è talmente tante cose insieme da essere stata la rivelazione folgorante di questa edizione del festival. Immaginateveli così: tute in acetato della Diadora con il logo della Federazione Italiana Calcio (non chiedeteci perché) e stampa anni ’90, colbacco di ciniglia, mocassino in pelle, calzino di spugna bianco, pantaloni con le pince e un’estetica synth pop giapponese vicina a quella della Yellow Magic Orchestra. Ma siamo a Cracovia e i Tercet Imperial fanno oberek, una folk-dance polacca suonata in 3/4 che appartiene alla cultura popolare del Paese. Il trio riscrive il genere in chiave contemporanea, con synth e batteria elettronica, generando sonorità ibride che sembrano una cumbia quando incontra una mazurca (ovvero mai). Il trio è composto da due polistrumentisti polacchi di vecchia data e da Joanna Sztucka, voce giovanissima e viso innocente che volteggia sul palco come una vestale che sta per andare al corso di ginnastica. Per iniziare ad amarli partite dal loro pezzo più iconico: Kawalerka. Noi ci siamo innamorati della loro estetica, del ritmo trascinante e dell’autoironia con cui si mettono in gioco.

Mette Rasmussen. Foto: Pat Pawlicki
Mette Rasmussen
Può un’esibizione di 20 minuti entrare di diritto tra i migliori act di un festival di quattro giorni? Se l’artista è Mette Rasmussen, entra proprio a mani basse. La sassofonista danese, ma di base in Norvegia, ha preso uno degli strumenti più classici del jazz e ne ha fatto una versione distorta. Non c’è nessuna nostalgia nel suo sax, nessun blues, nessuna devozione intoccabile verso il classicismo. Lei ci soffia dentro con tutto il fiato che ha, un fiato stonato che urla come fosse un concerto punk, incazzato, duro, improvvisato, che ti schiaffeggia. Il risultato sono 20 minuti di free jazz che diventa noise e noise che diventa ipnosi. Il suo modo di suonare il sassofono contralto è abrasivo, angosciante, inquietante. E bellissimo, come la colonna sonora di un film di Jonathan Glazer. Punto bonus: apprezzatissima la scelta di non farla suonare sul palco, ma su una pedana in mezzo alla pista, circondata dal pubblico, tra un dj set e l’altro, quasi non annunciata, spezzando completamente il flow del dancefloor. Improvvisazione nella sua forma più pura.

K Wata. Foto: Mattia Spich
K Wata
Altro nome da segnarsi per viaggioni spazio-temporali, con o senza additivi. K Wata fa parte della scena underground di New York, produce per Yaeji e gestisce la label Slink, con cui supporta gli artisti che approcciano l’elettronica in maniera sperimentale. Come tutti gli act che abbiamo amato di più in questa edizione del festival, non proviamo neanche a incasellare K Wata in un genere di riferimento, concetto che sembra ormai morto e sepolto in ogni set a cui abbiamo assistito. Ci muoviamo corpo a corpo con la pista in un flow continuo che tocca ambient, downtempo, dub/techno e minimal: le strutture ritmiche sono destrutturate, i dettagli sono microscopici, i suoni sintetici e le variazioni sottili. I bassi ti avvolgono in una ripetizione ipnotica da cui è letteralmente impossibile uscire. Te lo puoi ascoltare anche a casa mentre passi la scopa perché il trip è uguale uguale a quello che ti fai sotto cassa.

Foto: Michał Murawski
Księżyc
Qui ammettiamo che non sappiamo nemmeno pronunciarne il nome e non sarebbero capitati nelle nostre playlist neanche se l’algoritmo ci estrapolasse i gusti musicali direttamente dal cervello. I Księżyc sono una band di Varsavia attiva fin dagli anni ’90 che quest’anno ha festeggiato i 30 anni del loro primo album eponimo, famoso per il blend di musica etnica, minimalismo e folklore slavo. Ad ascoltarli oggi – nel nostro caso scoprendoli per la prima volta – suonano incredibilmente avanguardisti. Non solo perché l’ambient è diventata la musica indie degli ultimi anni, ma soprattutto perché assemblano un live che si colloca nello spazio liminale tra esoterismo e realtà. Le frontwoman sembrano due sacerdotesse che bevono da coppe d’argento e le fanno vibrare sfiorandole, il piano suona acuto e metallico come un clavicordo medievale, il sassofono entra di petto nei pezzi ad aggiungere interiorità. I Księżyc (che alla fine significa luna) sono sperimentazione pura, ma mai fine a se stessa. Recuperano suoni antichi, sono custodi di tradizioni e ne tirano fuori una forma di meditazione a metà tra psichedelia e guarigione. Plus inarrivabile: si sono esibiti in una miniera di sale a 130 metri sotto terra. Più matti di loro, solo gli elfi delle fiabe.
Invito caldissimo: andate ai festival dove conoscete pochi nomi in line-up invece che ai festival in cui conoscete tutti. La musica ha ancora il potere incredibile di farci sentire scopritori di qualcosa anche quando pensiamo di aver già assistito a tutto.










