‘VisionQuest’ è una serie che solo un bot potrebbe amare | Rolling Stone Italia
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‘VisionQuest’ è una serie che solo un bot potrebbe amare

Un androide paranoico e il suo vecchio compagno di risse tornano per l'ennesima puntata di ordinaria amministrazione MCU. Il software però avrebbe bisogno di un aggiornamento

‘VisionQuest’ è una serie che solo un bot potrebbe amare

James Spader (Ultron) e Paul Bettany (Vision) in 'VisionQuest'

Foto: Marvel

Nelle puntate precedenti dell’MCU:

Allora, c’è questo tizio che si chiama Visione, presente? È un sintezoide creato da Ultron (esperimento di intelligenza artificiale degenerato in megalomane genocida, lunga storia) e attivato dagli Avengers. Alla fine uccide il suo papà robot, alla maniera di Edipo, ed entra nella squadra. Visione è alimentato da una cosa chiamata “Gemma della Mente”, una delle Gemme dell’Infinito che, incastonate in un guanto, possono orchestrare un massacro di massa (storia ancora più lunga). Per questo diventa a sua volta una vittima. Ma! La sua dolce metà Wanda Maximoff, alias Scarlet Witch, lo ha resuscitato all’interno di un lungo incantesimo alimentato dal lutto. Le cose si sono complicate. L’ultima volta che l’abbiamo visto stava combattendo contro una specie di versione di sé stesso battezzata “Visione Bianco” (pensate a Visione, ma, insomma, bianco). Poi i suoi ricordi sono stati caricati in Visione Bianco, e quel tizio è volato via, e [sviene per iperventilazione].

Buona parte di tutto questo viene riassunta a raffica proprio all’inizio di VisionQuest, la nuova serie Marvel Studios che debutta oggi su Disney+. Prima di immergervi, però, potreste comunque voler ripassare qualche altro capitolo dell’universo cinematografico in perenne espansione del franchise. Un rewatch di WandaVision, ancora oggi la migliore serie mai prodotta dalla divisione televisiva della compagnia, è d’obbligo. Lo stesso vale per un ripasso di Avengers: Age of Ultron (2015), se non vedete quel film da un bel po’. Qualche spiegone online di Agatha All Along, lo spin-off stregonesco di WandaVision, aiuterebbe di sicuro. Magari consultate un thread di Reddit, o due. Se nella vostra collezione di fumetti avete qualche vecchio numero di West Coast Avengers e il classico ciclo degli Avengers firmato da Jim Shooter e George Pérez alla fine degli anni Settanta, tirateli fuori dalla pila.

Certo, potreste semplicemente provare a guardarla come una miniserie autonoma di otto episodi dedicata a uno dei miliardi di eroi a cui la compagnia ha dato vita. Non vi consigliamo questa strada.

Marvel Television’s VisionQuest | Official Trailer

VisionQuest, come tanti dei prodotti che lo Studio sforna dalla sua catena di montaggio multimediale, non è pensata solo per dialogare con i capitoli precedenti. Questa storia di un’intelligenza artificiale in piena crisi esistenziale è costruita soprattutto per i superfan dell’MCU, quelli che vanno in brodo di giuggiole per gli easter egg e sanno recitare a memoria pagine e pagine di minuzie sui retroscena. La lamentela del “bisogna fare i compiti a casa” è ormai così vecchia da essere un cliché. Kevin Feige e soci hanno anche realizzato progetti interessanti a partire da materiale fumettistico rigorosamente per soli iniziati, che non richiedono un dottorato alla Marvel Cinematic University per essere apprezzati (un applauso a Werewolf by Night).

Ma c’è qualcosa di un po’ troppo autoreferenziale, tutto gomitate e strizzate d’occhio, in questo capitolo conclusivo di quella che la compagnia definisce “una trilogia rivoluzionaria” dedicata alla famiglia allargata di Visione. Il tutto sembra la prova numero uno a sostegno dell’accusa secondo cui ormai, in sostanza, la Marvel produce intrattenimento ad alto budget, pieno di effetti e fronzoli, per un pubblico di nicchia. È una serie che solo un fan sfegatato, o un bot, potrebbe amare.

Allora, cos’ha combinato il nostro androide paranoico e lunatico dall’ultima volta che lo abbiamo visto? Visione (Paul Bettany) si nasconde sotto gli occhi di tutti dai poteri forti: ha assunto forma umana e fa il barista in un pub di Edimburgo. Nel tempo libero si spegne e si ritira nel mondo interiore della sua unità centrale di elaborazione, che divide con una serie di altre IA senzienti residenti in una villa di campagna virtuale. In scena ci sono J.A.R.V.I.S. (James D’Arcy), ex assistente personale degli Avengers; F.R.I.D.A.Y. (Orla Brady), la sua vice, responsabile delle operazioni tattiche; D.U.M-E (Henry Lewis) e U (Jonathan Sayer), il duo di tonti che si occupa della manutenzione generale; ed E.D.I.T.H. (Emily Hampshire di Schitt’s Creek), una sorta di Es, agente del caos a tutto tondo che si diletta di teoria dei giochi, svago e armi.

Ah, e al piano di sopra, in un ambiente isolato, vive Ultron (James Spader). Sì, proprio quell’Ultron. Visione ha effettivamente distrutto ciò che restava della carcassa metallica del robot. Ma a quanto pare ne ha scaricato la coscienza per pietà, e ora l’essere artificialmente intelligente che aveva giurato di sterminare il genere umano se ne sta in una gabbia dorata. Siccome il padrone di casa ha una regola ferrea sull’uso di avatar umani in questo ambiente, il cattivo ora si presenta come il signore di The Blacklist, con tanto di barba da mago. «Gli umani restano per me creature contraddittorie», si lamenta Visione. «A chi lo dici, ho provato a ucciderli tutti», risponde Ultron. Qualcuno, in un altro franchise a fumetti, una volta ha osservato che o muori da eroe o vivi abbastanza a lungo da diventare il cattivo. A quanto pare, o muori da supercattivo o vivi abbastanza a lungo da diventare la spalla comica con la battuta pronta.

Spader e Bettany in ‘VisionQuest’. Foto: Marvel

Ultron e Visione sono una strana coppia alla Jack Lemmon e Walter Matthau, e i loro battibecchi sono l’unico aspetto davvero piacevole di VisionQuest. Spader questo tipo di sarcasmo a mezza bocca lo fa a occhi chiusi, e Bettany rimanda indietro con mestiere ogni palla a effetto che gli arriva. Prima che il flusso continuo di commenti sarcastici di Ultron cominci a stancare, più o meno a metà serie, la sintesi del cattivo è un bel contrappunto a tutta quella noia esistenziale da macchina senziente. Come tutti ricorderanno dalla conversazione sulla “nave di Teseo” nel finale di WandaVision (se non ve la ricordate, niente paura, qui la tirano fuori un’altra mezza dozzina di volte), l’idea è che questo nuovo Visione sia e al tempo stesso non sia il “vero” Visione. E allora chi è? Il dilemma scatena nel nostro eroe una crisi d’identità coi fiocchi, che manda all’aria tutto il suo mondo interiore. «Come può qualcuno conoscerti se non conosci te stesso?», gli chiede F.R.I.D.A.Y. [Tiro lungo di canna] Che trip, bro.

Bettany interpreta questo sintezoide con un’anima da oltre dieci anni, e sa esattamente su che tono impostare questi tormenti da pensieri profondi senza farli sembrare un corso di filosofia post-laurea o uno scarto di Miracles degli Insane Clown Posse. Lo showrunner Terry Matalas e la sua squadra di sceneggiatori e registi a rotazione puntano sul lato quest dell’equazione, lasciando comunque ogni tanto spazio a qualche gag visiva (la cucina di Visione è rifornita di Vibranium Foil, la stagnola al vibranio) e a un po’ del caro vecchio sbam-pow-kabum. La combinazione funziona, finché non smette di farlo. Anzi, prima che tutte le faccende collaterali entrino a pieno regime, VisionQuest sembra poter essere quel tipo di eccezione che aveva reso la serie gemella, metà sitcom e metà trauma, una pausa così gradita da tutto quel costruire mondi e potenzialmente distruggerli.

Poi qualcuno si schiarisce la voce e, come un malware, le trame cominciano a radicarsi a scapito dell’atmosfera e a moltiplicarsi. A quanto pare un borseggiatore di Londra potrebbe in realtà essere Tommy Maximoff (Ruaridh Mollica), uno dei figli perduti di Visione. Un cacciatore di taglie di nome Paladin (Todd Stashwick) è stato ingaggiato da un cliente misterioso per trovare Visione e farlo fuori. Un serial killer chiamato Butcherbird continua ad accumulare cadaveri. Visione cerca di individuare un legame tra le vittime. Ultron pensa di avere un indizio su cosa stia succedendo. I lettori di vecchia data degli Avengers indovineranno abbastanza in fretta chi sia questa figura misteriosa, cosa voglia e perché.

I cecchini da SWAT, col dito sul grilletto, che i Marvel Studios tengono puntati su chi scrive dei loro film e delle loro serie ci impediscono di dire molto di più. Possiamo dire che il lupo perde il pelo ma non il vizio, che i riferimenti interni all’universo si sprecheranno e che, se avete un budget musicale che vi permette di accompagnare due sequenze rispettivamente con Calypso di John Denver e Rhinestone Cowboy di Glen Campbell, tanto vale approfittarne. Verso la fine compare un personaggio MCU davvero di nicchia, che farà esultare un piccolo gruppo di persone e costringerà il restante 90% di noi a precipitarsi su Google per capire perché la sua apparizione dovrebbe essere un evento importante, o anche solo mediamente importante.

Ciò che parte forte non è detto che finisca forte, e anche quando VisionQuest inserisce un richiamo diretto al formato meta-televisivo di WandaVision, sembra troppo poco e troppo tardi. La serie si presenta sia come un team-up Marvel sia come la chiusura della storyline di un supereroe secondario, costruita sulla benevolenza accumulata dai suoi predecessori. Poi getta la maschera e rivela di essere soltanto l’ennesima puntata di ordinaria amministrazione MCU: tanto rumore e furore apocalittici che, alla fine, non significano quasi niente. La “Fase” in corso, che inserisce questa serie in un racconto seriale più ampio, sta per accelerare a dicembre con l’uscita di Avengers: Doomsday. Si ha la sensazione che, nonostante si appoggi a storie passate, snodi di trama e fan service, questa immersione nella psiche di un sintezoide sia soltanto un segnaposto agganciato a niente in particolare. Ancora più deludente è che non riesca a reggersi sulle proprie gambe robotiche né a dire alcunché sull’ansia di oggi verso l’IA. Visione sarà pure metà del titolo, ma una vera visione è proprio ciò di cui questa serie ha disperatamente bisogno.

Da Rolling Stone US