Giuseppe ‘Mandrake’ Ninno, o l’irresistibile invadenza della famiglia italiana | Rolling Stone Italia
“Imbarazziamoci”

Giuseppe ‘Mandrake’ Ninno, o l’irresistibile invadenza della famiglia italiana

Dai social ai più grandi teatri italiani, l’attore comico interpreta da solo tutta la Famiglia Imbarazzi. Abbiamo parlato con lui di mestoli di legno, nonne su Whatsapp, Carlo Verdone e progetti per il futuro

Giuseppe ‘Mandrake’ Ninno, o l’irresistibile invadenza della famiglia italiana

Foto: Press

La maggiore età è una finzione giuridica alla quale la famiglia italiana non ha mai creduto. Il fatto è che si può diventare adulti, guadagnare abbastanza da mantenersi, sposarsi, divorziare e perfino trasferirsi dall’altra parte del mondo, ma basterà una telefonata della propria madre per ritrovarsi istantaneamente nella condizione psicologica dei dodici anni; con l’aggravante che oggi, grazie a WhatsApp, quella comunicazione può raggiungerci ovunque e pretendere di sapere non soltanto dove siamo, ma soprattutto se abbiamo mangiato.

La famiglia è probabilmente l’istituzione autoritaria di maggior successo nella storia italiana, l’unica capace di sopravvivere a qualsiasi cambiamento politico, sociale e tecnologico senza modificare sostanzialmente i propri rapporti di forza, e forse è per questo che continuiamo a considerarla il luogo degli affetti per eccellenza, anziché il più efficiente sistema di sorveglianza reciproca mai concepito, nel quale il controllo viene esercitato in nome dell’amore e ogni richiesta di riservatezza è interpretata come un’offesa personale.

La comicità di Giuseppe Ninno, in arte Mandrake, nasce dall’osservazione di questi fenomeni e dalla scoperta che per trasformare una famiglia italiana in una commedia non occorre inventare praticamente nulla, semmai eliminare tutto quello che potrebbe renderla interessante dal punto di vista narrativo. Nella sua Famiglia Imbarazzi, della quale interpreta personalmente ogni componente, madri, padri e figli si comportano esattamente come ci aspettiamo che si comportino, riproducendo con precisione iperrealistica gli stessi rimproveri, le stesse disobbedienze e gli stessi malintesi che da generazioni costituiscono il patrimonio immateriale della nostra civiltà domestica.

La nostra teoria è che il segreto del suo successo consista proprio in questa prevedibilità, perché se normalmente la comicità nasce dalla violazione delle aspettative, quella di Ninno sembra funzionare secondo il principio opposto: il pubblico ride perché sa perfettamente che cosa accadrà, e prova una soddisfazione quasi infantile nel veder confermata la propria previsione. Quanto al fatto che sia un solo uomo a interpretare tutti i personaggi, si potrebbe considerarlo la dimostrazione definitiva che, nelle famiglie italiane, ciascuno è destinato, prima o poi, a diventare esattamente la persona contro la quale ha trascorso la giovinezza a ribellarsi.

Il Ninno ha trasformato questa indagine sulle forme più ordinarie della nostra infelicità domestica in un universo narrativo capace di espandersi dai social ai fumetti, dal cinema al teatro. E dopo le 185 repliche di Imbarazziamoci ha riempito il Brancaccio di Roma con Citofonare Casa Imbarazzi. Com’è possibile? Siamo andati a chiederglielo.

Una domanda da Marzullo: eravamo più felici prima degli smartphone oppure ricordiamo quell’epoca con tanto affetto perché non esistono screenshot capaci di smentirci?
Io risponderò sempre che si stava meglio prima, anche se, senza la tecnologia, non avrei avuto questa carriera. Poi servono il coraggio di lasciare il lavoro e quello di rischiare una figuraccia sul palco. Ma se nel 1984 avessi chiesto a un quarantenne se fosse meglio vivere allora o negli anni Sessanta, probabilmente avrebbe scelto gli anni Sessanta. Ogni generazione rimpiange la precedente. E Marzullo lo nomino nello spettacolo: da ragazzino, sul più bello di certe trasmissioni, col gomito urtavi il telecomando e arrivava Sottovoce, con lui che ti chiedeva di farti una domanda e darti una risposta.

Sui social basta un pollice su per apprezzarti; a teatro bisogna comprare un biglietto, trovare parcheggio e affidarti un’ora e mezza di vita. Che cambia?
A teatro ti danno tempo e soldi: sui social ti guardano gratis, magari seduti in bagno, mentre una famiglia può spendere centotrenta euro per uno spettacolo. Riempire i teatri è difficilissimo, anche con milioni di follower. Se prendessi cento creator, forse due riuscirebbero a riempire un teatro. Non conta soltanto quanti ti seguono, ma che pubblico ti sei costruito.

Il tuo, però, comprende bambini, genitori e nonni, che spesso ridono delle stesse situazioni per ragioni opposte. Come fai a parlare a tutti senza diventare innocuo o incomprensibile?
Ho iniziato a fare video per bambini senza fare video per bambini. Il primo della Famiglia Imbarazzi raccontava una madre che sorprende il figlio mentre si masturba davanti al computer: non proprio una storia per l’infanzia! Eppure i bambini mi seguono perché parlo loro come se fossero grandi. Nel nuovo spettacolo c’è anche Loredana, la zitella del gruppo, che ama molto gli uomini e dire le parolacce. Le battute arrivano anche da messaggi veri: una nonna che scrive “Come sta il cazzo del nonno? Scusa, volevo dire gatto”, oppure un’altra che manda un vocale per chiedere come si manda un vocale e poi ammette di non ricordare come abbia fatto. Come puoi inventare qualcosa di più divertente?

Tu interpreti un intero nucleo familiare e la fai litigare tra sé e col mondo. Quando la signora Maria sgrida il figlio, è un’autocritica oppure una seduta di psicoanalisi in cui il paziente interpreta anche lo psicoanalista?
Autocritica, mi piace. Quando faccio quei video critico certi comportamenti, ma penso anche che alcune cose del modo in cui siamo cresciuti funzionassero, per esempio le sgridate. Una sgridata può essere più utile del proibire qualcosa. Nei miei video la signora Maria non alza mai le mani, a differenza di quanto succedeva spesso negli anni Novanta. Il bambino dice: “Se torno a casa mia madre mi sgrida”, non “mi picchia”. Poi magari quella sgridata lo convince a non farlo più. Oppure a rifarlo senza farsi scoprire.

Dici di non essere un comico perché è la verità a far ridere. Ma esiste una verità domestica troppo crudele per diventare una battuta, qualcosa che non porteresti mai sul palco?
Dipende da quello che hai vissuto. Mio padre ha passato gli ultimi dodici anni della sua vita su una sedia a rotelle, quindi posso anche scherzare su quella condizione, perché la conosco da vicino. Ma un certo umorismo nero, per esempio sui tumori, non credo riuscirei a farlo. Non perché sia proibito, ma perché non è la mia comicità né ciò che il mio pubblico cerca. Io lo ascolto: leggo i messaggi che mi manda. Quelli che mostriamo sul palco sono veri; a volte tagliati e rimontati, ma non cambiamo il testo.

Hai trasformato il minaccioso mestolo di legno della signora Maria in un oggetto che i fan comprano volontariamente. È la vittoria finale del capitalismo sulla famiglia tradizionale?
È il ricordo di una bella serata. La gente magari aspetta un’ora per fare una foto con me. Ho sempre insistito perché i prezzi del merchandising fossero accessibili, e ho rinunciato ai meet & greet a pagamento: non mi piace che una persona debba spendere cinquanta euro in più per incontrarmi cinque minuti. Preferisco che aspetti dopo lo spettacolo e che ci facciamo una foto senza pagare.

Non sei padre, ma conosci benissimo le famiglie italiane. Sei stato un figlio attento oppure non sei mai riuscito a liberarti dei ricordi dell’infanzia?
La seconda. Da bambino non pensi di studiare i genitori per farne un lavoro. Sono talmente nostalgico che non voglio cancellare dalla memoria le cose belle di quando ero piccolo. Se mi chiedi che cosa ho mangiato ieri sera magari non lo so, ma se mi chiedi dove mi trovavo quando Baggio ha sbagliato il rigore ai Mondiali o quando Schillaci ha segnato, so risponderti. Ricordo ancora i numeri di telefono fissi degli amici, perché dovevamo impararli a memoria. Oggi chiedi a un bambino il numero di sua madre: magari non lo sa. Abbiamo messo la memoria dentro il telefonino e non facciamo più lo sforzo di ricordare.

Il digitale è solo una cosa brutta? Penso a maestri della commedia italiana, uno su tutti Carlo Verdone, che studiavano con profonda introspezione parenti e sconosciuti, prima di creare i loro personaggi. Non potrebbe essere che quello che fai tu col linguaggio di WhatsApp non somigli, in fondo, a un’attività del genere, mutatis mutandis?
Lo spero, e non solo sulle chat. Nel suo meraviglioso libro La casa sopra i portici, Verdone racconta di quando usciva anche alle due di notte per osservare le persone. Io faccio lo stesso. Chiedi alla mia compagna: alle due di notte esco in bicicletta, con gli auricolari, ascolto canzoni e giro per la città. Anche una scritta su un muro può suggerirti un’idea. Da bambino imitavo la maestra Adriana, il maestro Corrado, zio Antonio. E in Paolo Villaggio, modestia a parte, riconosco un percorso simile al mio: aveva un lavoro, lo lasciò e cominciò a fare spettacolo imitando persone che conosceva. Non mi paragono a lui, ma il principio è quello: per raccontare la realtà devi viverla.

Hai inventato personaggi, pubblicato fumetti, girato un film d’animazione, portato storie a teatro. Perché consideriamo autore chi pubblica un romanzo che magari non legge neanche sua madre, mentre chi inventa un universo narrativo su TikTok è solo uno che fa video?
Perché pensiamo ancora che TikTok sia un giocattolo e il libro sia per definizione qualcosa di culturale. Continuerà così per altri quaranta o cinquant’anni, temo. Ma sui social puoi raccontare storie e fare cose serissime. Prima certe critiche mi ferivano, oggi non me ne frega niente. Ho ricevuto un premio come brindisino dell’anno e qualcuno ha commentato: “Ma davvero questo? Adesso questo sarebbe lavorare?”.

Dopo 185 repliche, vorresti sorprendere il pubblico con un ruolo drammatico, come hanno fatto comici da Totò a Lino Banfi?
Non so dove mi porterà il lavoro: ho progetti cinematografici e televisivi di cui, per scaramanzia, non voglio ancora parlare. Ma sì, una parte drammatica mi piacerebbe moltissimo. Banfi ha dimostrato di essere un attore completo. Io sono convinto di poterlo fare e lo dico con tutta l’umiltà possibile. Se mi offrissero un milione di euro per ballare al San Carlo di Napoli, rifiuterei perché so che farei una figuraccia. Ma se qualcuno avesse il coraggio di affidarmi un ruolo drammatico, ci proverei senza esitazione.

Vorrei chiudere con tuo padre, che aveva l’abitudine di guardare soltanto l’inizio e la fine dei film, saltando tutto quello che c’era in mezzo. Tu hai costruito la tua comicità proprio su quel mezzo: telefonate, pranzi e rimproveri che diventano ricordi. Il tuo lavoro consiste forse nel salvare la parte del film che tuo padre preferiva saltare?
Una volta gli chiesi: “Papà, hai visto il video che ho pubblicato oggi?”. Mi rispose di sì, ma aggiunse: “Il problema è che io guardo sempre l’inizio e la fine dei film, e i tuoi video durano un minuto e mezzo, quindi non riesco a vederli”. Praticamente saltava i trenta secondi centrali, quelli fondamentali! Mi fece morire dal ridere. In realtà i miei video li guardava tutti, come Mudù [fortunata trasmissione di TeleNorba con Uccio De Santis, nda], di cui era appassionato. Quando partecipai al programma non gli dissi niente, perché sapevo che mi avrebbe visto e fu un’emozione enorme per lui. Ma quella cosa dell’inizio e della fine non me la dimenticherò mai.