I social media fanno male. La dipendenza data dall’utilizzo di queste app si colloca a metà strada tra quella da sigarette e quella da crack. I miliardari che gestiscono le società dietro queste piattaforme non hanno a cuore gli interessi degli utenti. La cultura aziendale del XXI secolo è un misto tra una setta e un’organizzazione criminale. Il profitto prevale sulla responsabilità civica. Il risultato economico è più importante della verità, indipendentemente dal fatto che si sia in grado di sopportarla o meno.
Forse avete già sentito tutte queste cose in passato. È bene, tuttavia, ricevere qualche promemoria di tanto in tanto, ed è qui che entra in gioco Aaron Sorkin. Lo sceneggiatore, regista e showrunner non è nuovo a questo tema, avendo già creato storie incentrate sui fallimenti delle istituzioni, su ottimisti che combattono contro i mulini a vento per necessità e, in particolare, su Facebook. The Social Network (2010) rimane un capolavoro assoluto, una origin story su come un’idea nata da un disadattato della Ivy League si sia trasformata in una rivoluzione. Era una storia alla Davide contro Golia, con il protagonista – il vero re dei nerd Mark Zuckerberg – a interpretare entrambi i ruoli. La regia rigorosa di David Fincher e la performance di Jesse Eisenberg meritavano i loro elogi. La sceneggiatura di Sorkin meritava il suo Oscar.
Da allora sono successe molte cose, e l’idea che Sorkin torni a prendersela con quella “piñata” con la mazza in mano sarebbe, idealmente, motivo di grande entusiasmo. Soprattutto perché l’autore, noto per le sue posizioni politiche schiette e che ora ricopre il doppio ruolo di sceneggiatore e regista, ha a disposizione un argomento davvero esplosivo: ovvero i Facebook Files, una serie di articoli pubblicati nel 2021 sul Wall Street Journal che hanno denunciato la negligenza e gli illeciti da parte dell’azienda nel diffondere disinformazione, ignorare potenziali rischi per la sicurezza e offrire ai gruppi di odio una piattaforma su cui reclutare nuovi membri e sfogare la propria rabbia.
Da una parte, c’erano il giornalista investigativo Jeffrey Horwitz (Jeffrey Allen White) e la ex fedele dipendente diventata informatrice Frances Haugen (Mikey Madison), che si incontravano in segreto, seguivano piste e facevano uscire di nascosto informazioni riservate. Dall’altro, Zuckerberg (Jeremy Strong) nei panni dell’imperatore autoproclamato dei “tech-bro”, che dichiarava con tono imperioso di poter fare tutto ciò che voleva, nascondendosi dietro lo scudo della difesa della libertà di espressione. Il risultato è stato un duro colpo ai cattivi. Non si può inventare una storia del genere, perché non ce n’è bisogno.
The Social – Il prezzo della verità, ora nelle sale, non è tanto un sequel delle precedenti opere di Sorkin, quanto piuttosto un ritorno sui vecchi campi di battaglia della Silicon Valley e un bilancio delle nuove vittime. È un dramma sull’importanza del giornalismo e della volontà delle persone di far sentire la propria voce, ora più che mai, oltre che una vetrina per l’immersione nella recitazione in stile Metodo e una screwball comedy del XXI secolo intrisa di quel particolare dialetto noto come “sorkinese”. L’autore ama i dialoghi serrati che richiamano i tempi delle dive del cinema, dei pasticcioni e dei ricconi, e, come nelle sue serie tv (Sports Night, West Wing – Tutti gli uomini del presidente, The Newsroom), ha caricato a pieno questo suo ultimo film con dialoghi pensati per scambi a velocità elevatissima. Che ciò si adatti o meno al resto della storia che sta cercando di raccontare è irrilevante, perché Sorkin fa sempre Sorkin. Ed è proprio qui che risiede sia il suo maggiore pregio che il maggior difetto.
Perché proprio ciò che contraddistingue il suo lavoro – ciò che gli conferisce un brio old school e la piacevole sensazione di assistere a persone rette che compiono azioni giuste, un discorso prolisso alla volta – tende a ridurre eroi e cattivi a semplici portavoce. Ci sono momenti in cui si assiste ad avvincenti duetti che si addentrano nel territorio dei thriller cospirativi degli anni ’70, con White e Madison che cavalcano lo slancio narrativo e interagiscono bene tra loro. I due formano una coppia sorprendentemente affiatata, soprattutto quando lo stile disinvolto della star di The Bear fa da contrappunto alla capacità di Madison di passare da 0 a 60 mph, e viceversa. In quei momenti si intuisce chiaramente ciò che il film vorrebbe essere, una sorta di Tutti gli uomini di Zuckerberg, e ci si ritrova coinvolti man mano che vengono alla luce una dopo l’altra statistiche sconcertanti sull’approccio tutt’altro che rigoroso di Facebook all’integrità civica, sulla sua enfasi sulle Interazioni Sociali Significative (Meaningful Social Interactions, abbreviato in MSI) che privilegiano l’«esca allo scandalo» e sullo smantellamento delle misure di sicurezza. Horwitz è tecnicamente un giornalista specializzato in tecnologia, ma inquadra il seguire le vicende di Facebook nel “settore politico”. Lui – e il film – vedono il quadro generale fin dall’inizio.
E poi ci sono momenti in cui si ha l’impressione che Sorkin si limiti a sistemare una tribuna e a far pronunciare ai suoi personaggi diatribe, digressioni, curiosità da trivia night, risposte taglienti a domande stupide e le sue personali tirate mentre se ne sta in piedi su di essa. Si avverte un certo disgusto nei confronti del tema che racconta. Gli attori adorano le sceneggiature di Sorkin perché lui ama scrivere dialoghi affilati, così come la scintilla che scatta quando il ritmo serrato permette agli interpreti di confrontarsi alla pari. Eppure i bruschi passaggi dal cinema d’azione ai botta e risposta rapidissimi e alle vere e proprie arringhe sono a dir poco stridenti. Ci sono pause dedicate a sfoghi fluviali e battute sui film di Frank Capra e sui musical della Golden Age della MGM. Una di quelle battute sul “mansplaining” avrebbe dovuto essere tagliata in fase di montaggio: sono momenti che non contribuiscono a umanizzare gli uomini e le donne che sullo schermo perseguono con tenacia la verità e la giustizia, li trasformano semplicemente in avatar in versione “Sorkin-lite”. White e Madison svolgono un lavoro impegnativo con grande eleganza, ma meritano di meglio.

Jeremy Strong (alias Mark Zuckerberg) e Bill Burr (Charlie Garrity) in una scena del film. Foto: Sony Pictures
Nel frattempo, chi è quello laggiù che si arriccia i baffi mentre lega delle fanciulle ai binari della ferrovia? È Jeremy Strong, che ci offre uno Zuckerberg per metà cattivo megalomane e per metà automa miliardario del mondo tecnologico. L’attore interpreta il fondatore di Facebook come un alieno, e sebbene l’intensità e la mimica siano impressionanti (quella voce!), si nota più lo sforzo che il coinvolgimento. Strong non è certo un dilettante quando si tratta di interpretare uomini di potere nella vita reale guidati dai loro angeli meno virtuosi – il suo Roy Cohn in The Apprentice è sbalorditivo – ma anche lui diventa una vittima collaterale dello tsunami di argomenti populisti e pretestuosi che costituiscono il grosso della satira sarcastica di Sorkin rivolta al potere. Nemmeno alcuni eccellenti personaggi di contrappunto – uno freddo e composto (Wunmi Mosaku dei Peccatori), l’altro irascibile e sbraitante (Bill Burr, davvero eccezionale) – riescono a dare l’impressione che il film consideri il proprio antagonista come qualcosa di più di un’occasione per urlare «Vaffanculo, Zuck!».
«Tutti meritano di far sentire la propria voce», afferma Horwitz. «Ma non tutti meritano un microfono». La voce di Sorkin è stata la sua ricetta per il successo e la sua arma preferita, brandita in difesa dell’uomo comune, della compassione e del buon senso. Tutti questi elementi sono presenti in questo film. Così come un’abbondanza di sentimentalismo, una manciata di personaggi secondari che sono poco più che robot spara-battute e un’inquadratura finale talmente imbarazzante da perseguitarti per settimane. Per non parlare poi delle ricostruzioni degli eventi del 6 gennaio. È una raccolta del meglio e del peggio di Sorkin, urlato in un microfono che produce un po’ troppo feedback.













