

Foto: Anthony Pham per Rolling Stone US
Era un giorno d’estate del 2024, Harry Styles stava camminando in una stradina acciottolata a Roma quando ha visto un volto noto. Era Thom Yorke, uno dei suoi eroi. Proprio come lui, stava faceva un giro in incognito, senza entourage. Si è presentato e lo ricorda oggi, proprio di fronte a Yorke: «C’è sempre una persona che hai paura di incontrare. Per me quella persona eri tu».
I due appartengono a mondi lontani. Da una parte il principe del glam pop, dall’altra il sommo sacerdote dell’angoscia art rock. Eppure oggi, in un pomeriggio soleggiato di luglio a Londra, in uno studio nei pressi di Camden Town, non fanno che ridere alle battute dell’altro. Yorke si è fatto la fama fin dagli esordi dei Radiohead di essere un intervistato difficile. Oggi invece abbassa la guardia e si lascia conquistare dal fascino di Harry Edward Styles. Ridono come ragazzini.
A maggio Yorke ha ricevuto il prestigioso Ivor Novello Awards. Lo ha introdotto proprio Styles. «I Radiohead sono la mia band preferita», ha detto. E poi, citando un lato B del gruppo: «Ho perso la verginità ascoltando Talk Show Host». Si è poi corretto: «Ho perso la verginità ascoltando l’intro di Talk Show Host».

I Radiohead hanno pubblicato l’album d’esordio 1993, Styles è nato un anno dopo. Una cosa li unisce: amano sfidare le aspettative e si rifiutano di rifare le loro hit all’infinito. Styles con Kiss All the Time. Disco, Occasionally sta attraversando in un certo senso la sua fase Kid A. In estate ha fatto la residency record di 12 serate allo stadio di Wembley. Yorke era presente alla prima data: si è subito alzato in piedi e ha cominciato a ballare. In quanto a Yorke, è particolarmente creativo. Parlando con Styles rivela di essere al lavoro su un nuovo album solista, che non è stato ancora annunciato ufficialmente. Nel 2024 ha pubblicato due dischi con gli Smile, la band che ha con Jonny Greenwood. E i Radiohead hanno esaudito le preghiere di mezzo mondo tornando a esibirsi dal vivo per la prima volta in sette anni. Torneranno a farlo a metà del 2027 con altre residency in Australia e Giappone.
Sono entrambi performer magnetici, ma anche riservati una volta scesi dal palco, restii a rivelare qualcosa di sé, diffidenti nei confronti degli estranei. Eppure oggi, faccia a faccia per la cover story della serie Musicians on Musicians, fanno emergere lati che il pubblico raramente vede. In una conversazione a tutto campo durata due ore parlano di fama, fan, canzoni, sindrome dell’impostore e lacrime versate sul palco.
Styles: Ci siamo incontrati per la prima volta a Roma, in una stradina. Tu eri lì perché quella settimana ci suonavi con gli Smile e io dovevo venire al concerto.
Yorke: Era prima dello show?
Styles: Sì, prima. Non ci eravamo mai incontrati. Ti ho notato perché avevi un cappellino con la scritta “Acid”. Ho pensato: figo. Poi ho capito che eri tu. Avevo A Moon Shaped Pool nelle cuffie e per parlarti l’ho messo in pausa. «Ehi, salve…».
Yorke: «Mr. Yorke».
Styles: «Salve, Mr. Yorke». E tu: «Ehi, ciao».
Yorke: No, ho detto: «Che cazzo ci fai a piedi per strada?».
Styles: Poi sono venuto al concerto e ci siamo conosciuti bene.
Yorke: Non sapevo che passassi tanto tempo a Roma. Non ne avevo proprio idea. Ero doppiamente confuso.
Styles: C’è sempre una persona che hai paura di incontrare. Per me quella persona eri tu.
Yorke: Io ne ho una lunga lista.
Styles: Dopo però mi sono sentito leggero. Tipo, «oh, la gente è gentile».

Yorke: Mi ha colpito il fatto che stessi camminando tranquillamente per strada. Pensavo: dove sono le guardie del corpo? Io posso permettermelo, ma non sapevo che potessi farlo anche tu. È una scelta?
Styles: Ai tempi della band (gli One Direction, nda) ce ne stavamo blindati in hotel. Quand’ero a casa non pensavo fosse sicuro uscire. Poi ho avuto una fidanzata piuttosto estroversa e quando veniva a Londra non potevo tenerla chiusa in casa per tre giorni, avrebbe pensato che ero pazzo. Ce ne andavamo in giro ed è stato allora che ho capito che potevo farlo e questa cosa mi ha cambiato la vita, mi dà modo di rimanere connesso al mondo.
Yorke: È così.
Styles: Ho letto da qualche parte che quello di chi cammina è il punto di vista tipico dell’artista, perché lì per la strada vedi cose che non vedresti se girassi in auto.
Yorke: È anche un buon modo per scrivere. Ho scritto A Wolf at the Door in un brutto periodo dopo aver camminato per due giorni e mezzo sotto la pioggia, ma non mi importava. Avevo un taccuino in mano, ho scritto tutto lì, mi ha fatto sentire meglio. E non è solo una questione di camminare, il punto è stare vicino alla gente, osservare le persone, immaginare dove vanno, che fanno. Smetti di pensare a te stesso e ai tuoi problemi. Se non lo facessi, mi perderei. Ricordo quando eravamo in tour coi R.E.M. (nel 1995, nda). Michael Stipe aveva capito che mi rintanavo in camerino e non uscivo mai. Per trascinarmi fuori mi ha suggerito questo trucchetto: «Se non ti curi di loro, loro non si curano di te. Se non li guardi, loro non ti guardano». E funziona. Mi ha detto di provarci a Stoccolma, in un locale molto affollato. Nessuno ci ha infastidito. Certo, ci sono comunque momenti in cui ti senti particolarmente vulnerabile, magari è successo qualcosa di brutto oppure il Sun ha pubblicato l’ennesima tua foto, e in quei casi non è facile uscire, ma è comunque meglio dell’alternativa. Conosco gente che dopo avere ricevuto minacce di morte non è più uscita di casa e ha la security fuori dalla porta. Non voglio fare quella fine.
Siete usciti tutti e due dalle vostre comfort zone. È tipico del vostro modo di essere artisti: dopo aver fatto qualcosa di enorme successo, decidete di non ripetervi. Come fate?
Yorke: Non potrei farlo neanche se volessi. Non riuscirei. Fai Everything in Its Right Place e dopo pensi «ora ne scrivo un’altra uguale»? Ma no, non ha senso. Non si può. Ci ho provato. Quando hai successo senti la pressione affinché ti ripeta e prima o poi ci provi pure, ma non porta da nessuna parte, è come lavorare su commissione.
Styles: «Rifammi quel dipinto».
Yorke: Esatto. È una forma d’arte commerciale, quindi ci sarà sempre qualcuno che te lo chiederà.
Styles: È un ciclo interessante. Se la tua musica arriva alla gente è perché hai colto qualcosa dell’esperienza umana, una vulnerabilità, una sensibilità, e quella cosa prende vita propria. Dopodiché tutto ciò che ti circonda rende l’esperienza incredibilmente… disumana.
Yorke: Artificiale.
Styles: Già. La questione è come fai a estraniarti da tutto quanto mentre crei, in modo da poter continuare a fare musica che parla dell’esperienza umana. Ho sempre pensato che se facessi musica sullo stare in studio di registrazione, sui tour e su tutte le cose scintillanti che ne derivano…
Yorke: Scintillanti per te amico, mica per tutti.
Styles: Non sarebbe una cosa che mi interessa fare, quindi non potrebbe interessare gli altri. La cosa che amo del tuo lavoro, per esempio, è che tantissima gente ti considera una specie di divinità e tu invece pensi che quello sia il lato peggiore della faccenda. Questo trovo impressionante nel tuo lavoro, il fatto che la gente ti veneri e tu continui ad andare oltre l’apparenza.
Yorke: È perché ho dovuto imparare a mie spese una lezione. All’epoca di Kid A e Amnesiac, e anche prima, faticavo a tirare fuori cose nuove. Mentre lo facevo, me lo spiegavo letteralmente da solo. È una forma di follia, ma non riuscivo a uscirne. Sentivo di doverlo in qualche modo giustificare, non chiedere scusa, ma giustificarlo a livello intellettuale. Avevo bisogno di uscire. Avevo bisogno di uscire dallo studio e camminare. Andavo a passeggiare sulle scogliere della Cornovaglia, per esempio. E il punto che alla gente non importa. Non importa che sia difficile. Se sei giù perché è difficile, beh, cazzo, smetti e fai altro, vai a ballare. Se poi hai dei figli per continuare a fare questo mestiere devi divertirti. E il divertimento sta nel fatto che ogni volta ricominci da zero. Qualunque cosa impari, devi disimpararla. Anche scrivere canzoni è una roba strana. Andare agli Ivor Novello… io non frequento gli autori di canzoni, ma a quanto pare sono uno di loro. Scrivere canzoni è una cosa naïf. Non puoi essere troppo evoluto. Puoi lavorarci duramente, sì, ma le cose belle succedono e basta, non sai perché. Se sei onesto con te stesso, devi ammettere che non sai perché succede. Quando prende forma qualcosa di bello ti ci aggrappi e non lo molli più. Pyramid Song, per esempio: sono tre accordi ripetuti in continuazione, e lo stesso testo che si ripete. Non dovrebbe avere senso, però ti piace e non ti importa se piace o meno a qualcun altro.

Styles: Mi sono sempre chiesto se è anche per questo che le persone di successo hanno la sindrome dell’impostore.
Yorke: Tu ce l’hai?
Styles: Se lavori in quella maniera, non ti senti responsabile di quello che scrivi e quindi pensi che non è merito tuo, che è successo e basta. Come dicevi prima, le cose migliori tendono semplicemente ad accadere. Ho sempre pensato che le cose che amo di più o che trovo speciali sono quelle che ti permettono di imparare qualcosa su di te, quando le riascolti. Capisci di aver detto una certa cosa senza averci pensato su.
Yorke: E non te ne rendi conto. Magari registri e tutto e te ne accorgi solo quando masterizzi il disco. Lì capisci: ecco che cosa volevo dire… Non che sia un intervento divino. Devi farti trovare pronto. Passi mesi con la sindrome dell’impostore, ti dici che non c’è niente che giustifichi tutta l’attrezzatura che hai nello studio e poi un giorno prendi in mano il taccuino e trovi una riga che ti fa scattare dentro qualcosa. Ma il punto è che ti sei fatto trovare pronto
Styles: Qualcuno ha detto che è come il surf: puoi allenarti finché vuoi, ma a volte le onde non arrivano. Però se l’onda arriva e non ti sei allenato abbastanza, non riesci a cavalcarla. È la combinazione tra l’essere preparato e il tempismo con cui accadono le cose.
Yorke: Devi farti trovare pronto. O nel mio caso, non pronto. Sei sugli scogli che urli: «Oh cazzo!».

Styles: Ho vissuto un bel cambiamento. Un tempo pensavo che l’arte fosse fatica, lavoro e quindi, per giustificarla, stavo mesi interi in studio.
Yorke: È la tua sindrome dell’impostore che parla. Io sono uguale: a volte è divertente, ma a volte lo fai perché senti di dovere farlo, per restare al passo. O perché devi continuare a dimostrare di essere chi dici di essere, o chi gli altri dicono che sei.
Styles: È un equilibrio difficile da mantenere. A volte mi succede quando sono sul palco. La situazione ideale è quando sei rilassato e tutto sembra facile. Però poi cominci a dirti: «No, aspetta, è fin troppo facile. Non è che devo lavorare più duramente?». Lo show va bene quando sembra tutto naturale, però poi senti una vocetta che ti dice che non dovrebbe essere tutto così facile.
Yorke: È normalissimo. La battuta che facciamo sempre noi Radiohead è che ci sono frangenti nel concerto in cui pensiamo: «Wow, siamo fantastici!». E in quel momento preciso qualcuno di noi fa una cazzata. Succede ogni volta, senza eccezione alcuna.
Styles: Quanto è diverso per te il piacere di fare musica con la band e da solo? Ti piace quello che nasce dall’attrito con gli altri oppure tendi a goderti di più il momento in cui ha un’idea e la porti a termine da solo? Immagino entrambe le cose.
Yorke: Entrambe, sì. C’è una storia folle dietro. È stato solo dopo Kid A che ricordo di aver detto a Nigel (Godrich, nda): «Ho della musica che voglio fare da solo con te, coinvolgere gli altri non avrebbe senso». Fino a quel momento non lo avevo mai preso in considerazione. Ci conosciamo da un numero di anni che fa girare la testa (i Radiohead si sono conosciuti nel 1985, ndr). Sappiamo quali sono i punti di forza e le debolezze musicali degli altri e quindi lavoriamo tenendone conto. Voglio dire, non lavoriamo insieme, è da molto tempo che non siamo in studio tutto assieme, quindi non so come andrebbe adesso. Con gli Smile è diverso, perché Jonny tira fuori idee di continuo e Skinner (Tom, il batterista, nda) lavora più velocemente di qualunque essere umano conosca e sa reagire a qualsiasi cosa proponga, come probabilmente sai. Io sono lì in mezzo che dico: «Perché quella cosa non la registrate voi due da soli? Non capisco cosa sta succedendo». Le mie esperienze preferite in studio sono proprio quelle in cui c’è qualcosa di bello e non capisco perché è bello, ma vado comunque al microfono. E quando lo riascolto mi viene da pensare che non ho idea di chi fosse quello lì. «Siamo noi questi?». Sì, siamo noi. E succede solo quando lavori con qualcun altro.
Styles: Ti senti più vulnerabile quando pubblichi qualcosa di tuo?
Yorke: La vulnerabilità c’è sempre, ma allo stesso tempo, non so tu, ma quando sto finendo un disco devo mettermi lì, ascoltarlo e non sentirmi a disagio. Se non sono contento del risultato non lo faccio uscire. Quindi la parte vulnerabile emerge…
Styles: Quando stai scrivendo?
Yorke: Sì, quando cerchi di finire quelle cazzo di parole. È quello il momento peggiore. Le parole. Tu come fai con le parole?

Styles: Mi piace e pure tanto il fatto di non avere escogitato un solo metodo, tipo scrivere un testo e poi metterlo in musica. Le cose belle tendono a venire dopo qualche settimana o un paio di mesi in cui non hai niente per le mani. Poi all’improvviso scrivi qualcosa che ti piace e manco sai perché. Può succedere in tanti modi diversi, magari ho una frase oppure una cosa al pianoforte o una melodia che canticchio senza parole e costruisco una canzone attorno a queste tre parole che assieme suonano benissimo.
Yorke: È così che si fa. Mi entusiasma avere qualche parola a cui agganciare tutto il resto senza neanche capire perché. Ma può essere anche penoso perché poi mi tocca passare settimane a cercare di riempire gli spazi vuoti.
Styles: Nei pezzi migliori a volte è difficile essere concisi. Capisco che una melodia mi piace tanto quando mi spinge a scrivere un sacco di strofe, un sacco di parole. Poi magari prendi tre strofe e qualche verso, li accorpi e il risultato diventa più potente. Meglio che spiegare tutto.
Yorke: Invidio chi si mette davanti a un microfono e riesce a fare freestyle cavandone fuori qualcosa. Tutti i miei preferiti dell’hip hop fanno freestyle. Vorrei avere la loro testa.
Styles: Ho ascoltato un podcast in cui eri ospite. Dicevi che consideri la tua voce uno strumento, che è così che componi oggi. È una cosa di cui ti sei accorto dopo, che è cambiata col tempo? Dicevi che non ti metti lì a scrivere un pezzo, ma pensi di più alla produzione, però ovviamente ai tempi di The Bends c’era High and Dry e quella è una canzone fatta e finita.
Yorke: Un tizio con una chitarra acustica che canta la sua canzone. Quella in particolare vorrei non averla fatta (fa una smorfia di dolore, nda), ma non c’è niente di male. Non ascolto molti cantautori. Ascolto vecchio e strano folk oppure colonne sonore o musica elettronica. Raramente mi dice qualcosa un cantante che si accompagna con la chitarra. Non sono sicuro di sapere il motivo, probabilmente perché siamo cresciuti in un periodo in cui c’era un rinascimento di quel modo di fare musica e anche The Bends era così. Ma ai tempi di Kid A mi entusiasmava scoprire cos’altro si poteva fare con la voce. Jonny e Nigel hanno messo in piedi questa cosa in cui Jonny suonava il Martenot e io tiravo fuori delle frasi a caso che poi sono diventare la traccia vocale. Non cantavo, ma parlavo, letteramente. Uno dei miei cantanti preferiti di sempre è Michael Stipe, che nei primi due o tre dischi degli R.E.M. neanche si preoccupava di scrivere i testi. O, se lo faceva, erano flussi di coscienza. «Non renderò tutto esplicito. Sono semplicemente un suono umano in mezzo a tutte questi fantastici suoni di chitarra jingle-jangle». A volte non mi va che il testo attiri tutta l’attenzione, a volte è entusiasmante che la voce sia semplicemente un suono. (Tira fuori un bloc-notes pieno di domande, nda). Ho degli appunti.
Styles: (Fingendo orrore) Hai fatto i compiti a casa!
Yorke: Viaggi con un portatile?
Styles: Il mio portatile è morto da tipo sei anni (ride). Non so nemmeno dove sia il caricabatterie.
Yorke: Possiamo aiutarti con questa cosa. Dove tieni le idee? In tasca?
Styles: Sul telefono.
Yorke: Sul telefono. Lo sai che il telefono è praticamente un computer?
Styles: Ma è solo un telefono. Uso molto GarageBand e le note vocali.
Yorke: Davvero? Wow. Cazzo, è assurdo.
Styles: Primitivo.
Yorke: No, voglio dire, in un certo senso è una cosa positiva. Mi ricordo il mio MiniDisc. Era il mio migliore amico.
Styles: Sì, li ricordo ai tempi delle elementari (ridono entrambi così tanto da non riuscire a continuare, ndr).

Yorke: Ok, ricominciamo.
Styles: La cosa delle note vocali… mi piace il fatto che siano una versione grezza.
Yorke: È il disegno, ma fatto a matita.
Styles: Mi piace. La cosa che mi eccita di più è quando inizi a lavorare a un disco, o ancora prima, e non sai come suonerà.
Yorke: Mi sorprende scoprirlo perché il tuo ultimo album dà l’impressione che sia stato sviluppato in studio, non una cosa che nasce dalle note vocali.
Styles: Quello non è venuto fuori dalle note vocali. Ci sono un paio di cose, come la parte orchestrale (Coming Up Roses, nda) o i pezzi al piano. Ci sono un paio di canzoni più lineari. Probabilmente tre o quattro cose sono più in linea con quell’approccio.
Yorke: Il resto è stato sviluppato in studio?
Styles: In gran parte sì, probabilmente due terzi. Penso che rifletta il punto in cui mi trovavo nella vita e la musica che sentivo. Volevo mettere assieme diverse cose che c’erano nella mia vita. Avevo cominciato a uscire molto di più per andare a ballare, ma non volevo che fosse una cosa del tipo: ascolto questa musica però poi quando entro in studio faccio altro.
Yorke: Conosco quella sensazione, la conosco bene.
Styles: È stato più: sto vivendo queste cose, voglio portare questa sensazione sul palco e viverla. È questo che ha influenzato il disco.
Yorke: Penso che tu ci sia riuscito. È la mia parte preferita dello show, quando lo fai. Ho sentito della generosità, mi ha fatto pensare: «Figo, è chiaramente uno che sta scoprendo qualcosa e vuole condividerla». Mi è piaciuta molto questa onestà, mi ha preso. Voglio dire, è molto difficile portare quel tipo di musica in quei posti. È molto più facile farti uscire di testa facendo il dj in un club di Berlino. Volevo chiederti: dov’è casa per te? Ne hai più di una.
Styles: Londra è il posto in cui mi sento di più a casa. E non sono nemmeno di qui.
Yorke: Dove sono le tue cose, quelle importanti?
Styles: A Londra. È casa mia da più o meno 12 anni, è il posto in cui sento di aver vissuto tante versioni di me stesso, anche restando fermo lì. Sento di essere cresciuto in quella casa, e tanto. Ricordo quando ci sono entrato, subito dopo aver compiuto 19 anni. Ho vissuto tanti cambiamenti, ma è là dentro, in cucina, che sento più di poter dire: questa è casa mia.
Yorke: Cucini?
Styles: Sì.
Yorke: Sei bravo, immagino.
Styles: Me la cavo.
Yorke: Io faccio schifo al cazzo.

Styles: Tornerei un attimo a te, se posso (Yorke schiocca le dita, contrariato, nda). Mi incuriosisce la cosa degli Ivor visto che tanta gente si è sorpresa del fatto che tu abbia accettato di essere oggetto di una celebrazione e quindi mi chiedo se e come è cambiato col tempo il tuo rapporto con questa cosa. Essendo tu uno votato all’innovazione, hai sempre sentito il bisogno di rifiutare ogni forma di nostalgia per essere certo di guardare sempre avanti? A me pare che molto semplicemente tu stia attraversando una fase felice e ti sei reso conto che puoi fare entrambe le cose, continuare a innovare e allo stesso tempo permettere alla gente di celebrare quello che hai fatto, che siano gli Ivor o andare in tour e fare canzoni da tutto il tuo catalogo. Suonare quelle canzoni senza pensare «oddio, stiamo vivendo nel passato», ma semplicemente «abbiamo fatto bella musica, la posso suonare e al contempo andare avanti».
Yorke: Stai rispondendo tu meglio di quanto riuscirei a fare io. Hai ragione: oggi sono in uno stato d’animo leggermente migliore, ma mentirei se dicessi che non mi ha lasciato profondamente perplesso ricevere la fellowship agli Ivor Novello. Ammiro moltissime delle persone che hanno ricevuto quei premi, alcuni sono miei eroi, ma ho un rapporto molto strano con… è difficile da spiegare… ho un rapporto strano con quella parte del mio lavoro.
Styles: Guardarsi l’ombelico?
Yorke: Credo nell’andare avanti. Ci credo, mi rende felice. Fare il tour della reunion dei Radiohead è stato divertente, ma quand’è finito l’autostima è crollata, ma crollata di brutto. Ci sono voluti mesi… È stato solo quando ho ricominciato a lavorare al mio disco, due mesi dopo, che ho pensato: ok, adesso sto bene. Ho un rapporto strano con questa cosa, mi ci sono abituato. Gli Ivor, a essere onesti, sono stati fantastici anche grazie al tuo discorso, era sincero e personale e potevo riconoscermi in quello che dicevi. Quando però è una questione di business, quando fai parte di un business e ci sono le telecamere accese… non lo so, amico. Quando ci penso c’è questa parola che incombe, legacy…
Styles: Una cosa mi incuriosisce: forse è una cosa che succede quando hai dei figli e continui a creare.
Yorke: È importante che tutte queste cose si integrino e continuino a influenzare la persona che sei. Probabilmente agli Ivor hai visto Agnes e Noah (i figli, ndr). Erano molto emozionati e lo era anche Dajana, mia moglie. Lo faccio per loro, perché se loro si emozionano, allora va bene, sono lì per questo. Perché io, personalmente, mi sento piuttosto indifferente a cose del genere. Una delle cose di cui vado più fiero è che parte dell’atteggiamento che ho si è trasmesso (ai figli, nda) mentre crescevano. Vedo che hanno quel tipo di atteggiamento, hanno coraggio quando si tratta di essere creativi, sono molto aperti. Non si vergognano. Perché, voglio dire, quando tuo figlio è adolescente pensa: «Oddio, mio padre è bla bla bla». Ma ora è bello. È una bella cosa. Mi sento fortunato perché per molto tempo non è stato affatto facile.
Styles: Ricordo di aver visto il video di Karma Police e di averlo trovato geniale. Mi sembra che molta della tua musica abbia una solennità tale che te la fa ricordare. Mi ispira vedere uno che riesce a essere così brillante in modo costante e in tanto modi diversi. Sono sempre stato attratto da cose come Codex o True Love Waits. Everything in Its Right Place, per me, è quel pezzo.
Yorke: Everything in Its Right Place è nata in reazione al fatto che non riuscivo più a scrivere. Eravamo in una casa vuota, c’erano un pianoforte a coda e un materasso. Scriverla è stata la prima cosa che ho fatto quando ci siamo trasferiti lì. Mi sentivo perso dai tempi di OK Computer. Era come un mantra. Non pensavo: sto scrivendo una canzone. Mi divertivo a suonare il piano in quella casa vuota. Avevo un solo CD di Arvo Pärt e basta. Era inverno, c’erano di continuo tempeste, ed era fantastico suonare quel riff ancora, ancora e ancora, per sentirmi meglio.

Harry, hai appena chiuso la tua lunga serie di concerti a Wembley e, nell’ultima serata, la gente si è commossa vedendoti piangere. Chiedo a entrambi: che effetto fa lasciarsi andare alle emozioni sul palco?
Styles: Quando sono in studio cerco di ignorare il fatto che qualcuno poi ascolterà la musica che sto facendo. Devi pensare solo a cosa vorresti ascoltare tu in quel momento della tua vita. Cosa sento di voler fare, dire, creare? Il fatto che la gente lo ascolterà… è una consapevolezza che arriva dopo. Il concerto è il momento in cui capisci che le persone ascoltano quello che fai, che la tua musica li ha toccati. Credo che l’emozione che ho provato alla fine dei concerti di Londra sia nata dalla consapevolezza che quegli show rappresentavano il culmine del sostegno ricevuto da tantissime persone. Mi sono sentito sostenuto in un modo che andava oltre il semplice «siamo qui perché vogliamo sentire le tue canzoni». Era più una cosa tipo: «Siamo qui perché crediamo in quello che fai». Ecco perché mi sono emozionato tanto.
Yorke: E poi devi dare molto di te stesso, e questo ti rende molto… qual è la parola? Scoperto. Ti esponi di fronte a tutta quella gente. Una volta mi creava problemi, adesso non più, ma ti rende molto scoperto.
Styles: Spesso quando crei cerchi di non pensare alle reazioni e lo fai per mantenere la mentalità di chi è alle prime armi. Cerchi di continuo di replicare la sensazione che provi quando ricominci da zero, quei momenti in cui ti lasci andare, ti apri e permetti al mondo di entrare e riesci a sentire tutto questo… è come un’onda e non la vivi tutti i giorni.
Yorke: Quando abbiamo fatto il primo concerto dei Radiohead l’anno scorso a Madrid abbiamo fatto una cosa che non avevamo mai fatto prima: dovevamo camminare passando tra la gente per poi restare sul palco mentre ci preparavano prima di iniziare. Era la prima volta che lo facevamo (salire sul palco insieme, nda) dopo non so quanti anni. Eravamo tutti, tutta la band, a dirci: «Manteniamo la calma». Avevo una voglia matta di scoppiare a piangere e non avevamo ancora suonato una sola nota. Non ero stato esposto a una cosa del genere per tantissimo tempo e camminare lì in mezzo… voglio dire, eravamo tutti lì a pensare: «Porca puttana, porca puttana».
Styles: E questo ci riporta al camminare, la prospettiva dell’artista da cui siamo partiti. Il cerchio si chiude, è il sigillo finale.
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Photography: Anthony Pham
Styling: Harry Lambert for Bryant Artists
Hair: Malcolm Edwards for LGA Management
Makeup: Niamh Quinn for LGA Management
Set Design: Patience Harding
Production: Farago Projects
Photographed at Big Sky
Lighting Director: Kai Narins
Photo Assistance: George Hutton and Benedict Moore
Digital Technician: Giles Smith
Styling Assistance: Naomi Phillips And Ella Bacon
Set Design Assistance: Miranda Latimer, Eddie Amos and Jack Short
Photographed at Big Sky
Styles: outfit by Celine, socks by Calzedonia
Yorke: artist’s own clothing