«Dottorato significa che potrei anche insegnare, ma tranquillizzo subito i miei affezionati detrattori: continuerò a fare concerti». Da ieri Vasco Rossi è ufficialmente dottore di ricerca in Politica e comunicazione. Il dottorato honoris causa gli è stato conferito dall’Università di Salerno, come ha detto il rettore Virgilio D’Antonio, per «il valore di un percorso capace non soltanto di interpretare il proprio tempo, ma anche di contribuire a definirne linguaggi, immaginari e forme di relazione. La continuità e la profondità del rapporto costruito con i diversi pubblici rappresentano un’esperienza di grande interesse anche per la ricerca nel campo della comunicazione».
Per l’occasione Rossi ha tenuto una lectio magistralis di cui riportiamo qui gli stralci principali sul tema canzone, importanza della parola e politica (e in corsivo qualche suo commento fuori copione).
«A volte mi chiedono cosa significa in fondo essere Vasco Rossi. Bella domanda. La risposta breve è: una gran responsabilità. Io che pensavo bastassero un microfono, una chitarra e qualcuno che sapesse dove avevo lasciato gli occhiali. Per me significa restare me stesso, senza tradire quello che sono per piacere a qualcuno. Prendere dubbi, fragilità, rabbia sogni e qualche incazzatura e trasformarli in canzoni. Poi le canzoni escono di casa, fanno molta più strada di me e diventano anche vostre. A quel punto la responsabilità aumenta perché non posso più dire: ehi, era solo un ritornello, era solo uno scherzo».
«Oggi dovrei parlarvi di politica e comunicazione. Non le ho studiate sui libri, all’università ho fatto Economia e commercio, però le ho vissute, le ho subite e qualche volta, lo ammetto, anche provocate. Ho scritto canzoni. Punto. E dopo quasi 50 anni scopro che possono diventare persino una tesi di laurea. Che meraviglia. Una canzone non è soltanto una canzone. È un messaggio che viaggia senza ufficio stampa. Entra nelle case, nelle automobili, nelle cuffie nelle piazze. Arriva a chi magari non leggerebbe un editoriale, non seguirebbe un dibattito politico, ma riconosce una frase perché parla di lui».
«La musica fa ciò che la comunicazione ufficiale spesso dimentica: non si limita a informare, muove emozioni, ricordi e domande. Questo non significa trasformare una canzone in un comizio. Non ho mai pensato di avere la verità in tasca, anche perché le tasche dei miei jeans sono già piene di cose inutili. Una canzone non dà istruzioni per vivere, non sostituisce la politica, però può aprire uno spazio in cui le persone si riconoscono, discutono e si sentono meno sole. Dà voce a un disagio prima ancora che quel disagio trovi le parole per diventare una richiesta collettiva».
«La politica non è soltanto quella dei palazzi, delle elezioni, dei programmi e della propaganda. È anche il modo in cui una società decide chi ascoltare, chi proteggere e chi lasciare ai margini. È il rapporto sempre difficile tra la libertà individuale e la responsabilità verso gli altri (“non è liberi liberi di fare quel cazzo che ci pare, non è così” aggiunge staccando gli occhi dal foglio, ndr). Quando una canzone parla di solitudine, esclusione, ribellione, libertà entra già in questo territorio. Non offre necessariamente una soluzione, ma mette in discussione ciò che sembra normale, inevitabile e già deciso».
«La parola per me è importantissima, è un’arma potentissima. Può manipolare, semplificare la realtà creare nemici e vendere paure, ma può anche dare voce a chi non riesce a farsi sentire, contrastare l’arroganza, difendere la tolleranza e l’inclusione. E qualche volta può essere anche una grande consolazione. Per questo chi comunica pubblicamente ha una responsabilità: deve sapere che ogni parola costruisce un clima. Può alimentare cinismo o fiducia, odio o confronto, rassegnazione o voglia di reagire. Anche il silenzio comunica e anche una battuta può avere conseguenze soprattutto quando arriva a molte persone (“questo dovrebbero sapre quelli che parlano in pubblico e parlano tanto tanto tanto e non diciamo niente su cosa dicono perché abbiamo perso la speranza, forse”, aggiunge; il riferimento e anche a Vannacci, visto il “generale!” che Vasco dice a un certo punto, fuori dallo scritto, ndr)».
«Essere ascoltati non significa avere sempre ragione. Significa sapere che ciò che diciamo può essere ripreso, interpretato e trasformato. Una frase nata in una stanza può diventare il pensiero di qualcuno, il titolo di un giornale, uno slogan o una risposta data a un amico. Quando una canzone entra nella vita degli altri non appartiene più soltanto a chi l’ha scritta. Questa è la sua forza e il suo rischio. Per questo cerco la parola giusta, quella che dice una cosa vera senza mettersi in posa».
«Comunicare non significa soltanto farsi capire. Significa assumersi il peso di ciò che si mette nel mondo. Se esiste una poetica di Vasco Rossi forse è tutta qui: dire le cose come le sento senza trasformare la fragilità in una vergogna e senza confondere la libertà con il diritto di fregarsene degli altri (“libertà non è quello che dicono i maître-à-penser della destra italiana”, aggiunge fuori dal discorso, “libertà non è fare quel cazzo che vuoi, forse bisogna rimandarne a scuola qualcuno”, ndr). La ribellione non è soltanto dire no, è rifiutare le parole già confezionate, le identità imposte, le risposte facili. È cercare un modo personale per stare nella realtà e quando serve provare a cambiarla».
«Una canzone non risolve i problemi del mondo, può cambiare l’umore di una giornata, può aprire una crepa nel muro dell’indifferenza, può far nascere una domanda, restituire dignità a un sentimento, mettere in contatto persone che non si conoscono. Non sostituisce l’impegno politico, il lavoro civile o le decisioni concrete. Però può preparare il terreno, può far capire che un problema esiste e che non siamo obbligati ad accettarlo in silenzio. A volte basta una frase per sentirsi meno soli. Se poi la cantano in 60mila, la solitudine diventa appartenenza. La vera responsabilità è fare in modo che dopo aver cantato insieme resti qualcosa, una consapevolezza, una domanda, magari il coraggio di guardare gli altri con un po’ più di attenzione».
«Nelle mie canzoni non metto parole in più, le distillo, tolgo il superfluo, cerco la sintesi, meno parole e più peso a ciascuna di loro e più spazio all’immaginazione di chi ascolta. È così che una canzone può arrivare al cuore e diventare una forma di resistenza attiva contro il conformismo, la banalità e le menzogne».
«Oggi comunichiamo dappertutto, a tutte le ore, sui social, in tv, attraverso algoritmi, siamo tutto col microfono acceso. Ma prima di parlare bisognerebbe imparare ad ascoltare. Abbiamo tutti una voce ed è una grande libertà, ma avere più microfoni non significa avere più chiarezza (e commenta: “Molti potrebbero anche spegnerlo, il microfono, e sarebbe meglio, però in democrazia giustamente possono parlare tutti, ma è diventato un bel problema”, ndr)».
«Quando ho saputo che il dottorato era stato votato all’unanimità sono rimasto veramente sorpreso. All’unanimità? A me? Io che sono sempre stato considerato divisivo, possibile che non ci fosse nemmeno uno contrario? Questa unanimità è la prova concreta che lo studio e la conoscenza aprono le menti e rendono liberi dall’ignoranza e dai pregiudizi». E infine, dopo i ringraziamenti all’ateneo: «Da oggi sono un prof anch’io. Ma tranquilli, non darò voti, al massimo chiederò il bis».














