Woke o non woke, questo è il dilemma | Rolling Stone Italia
le radici

Woke o non woke, questo è il dilemma

"Rimani vigile": lo dicevano Erykah Badu e Childish Gambino, e prima di loro Martin Luther King, e una comunità che sentiva il bisogno di proteggersi e identificarsi. Una parola bellissima, di cui ci siamo appropriati a sproposito

woke

Foto: Danny Burke su Unsplash

Invece dei Righeira il ritornello di fine estate, quest’anno, ce lo ha fornito AOC (Alexandria Ocasio-Cortez) quando senza preavviso, ha buttato là un «Woke I was crazy». Era fine agosto, il caldo non mollava e improvvisamente ci accorgemmo tutti che anche qui da noi, uno spettro si aggirava per il campo largo: lo spettro del Woke!

Ma da dove viene questa iper-parola? Allora innanzitutto, per essere linguisticamente precisi e decisamente woke, in origine l’etichetta completa era stay woke. Questa formula era in circolazione come latest street slang all’interno delle comunità nere degli Stati Uniti d’America già nei lontani anni Venti, com’è attestato da un articolo sul giornale di riferimento degli africani d’America in Texas The Houston Informer, pubblicato dall’editore nero Clifton Frederick Richardson Sr. L’articolo – ne verranno pubblicati almeno altri tre sullo stesso argomento in quel decennio sullo stesso giornale, che è stato un vero strumento di lotta culturale per i diritti civili dei neri – si apre con una domanda: «Have you heard the latest street slang, “Stay Woke?”».

Il senso della frase era “rimani vigile”, “tieni gli occhi aperti” rispetto alle ingiustizie e violenze razziste, che appunto la popolazione nera continuava a subire anche dopo la fine della schiavitù, sancita dal XIII Emendamento che, guarda caso, coincideva giusta giusta con l’anno della nascita di quel club di psicopatici incappucciati del Ku Kux Klan (dicembre 1865), in una continuità impressionante. Saranno invece di un decennio dopo le leggi Jim Crow, che stabilivano formalmente la segregazione razziale. Quindi possiamo dire che la sigla stay woke inizia a circolare in un periodo niente affatto semplice, in cui per dirne una linciavano i neri per strada facendoli penzolare dagli alberi come “strani frutti”, come canta l’iconica Billy Holiday in Strange Fruit (1939): “Southern trees bear a strange fruit, blood on the leaves and blood at the root, black bodies swinging in the southern breeze, strange fruit hanging from the poplar trees”.

Dopo questa prima attestazione documentata sullo Houston Informer , che la fa risalire appunto al 1927, stay woke entra nella società e nel linguaggio comune anche attraverso il medium più potente della storia: la musica. Musica che, anche durante la schiavitù, era stata uno strumento di resistenza per le persone nere, come è attestato dalle work songs intonate nei campi di cotone del Sud, sulla cui scia nascono anche il blues e gli spirituals. Questi canti servivano sia per dare ritmo al lavoro ma anche per non perdere quella connessione con il continente africano, mantenendo viva la propria cultura così fusa con il ritmo. «La musica è l’unica cosa che siamo riusciti a conservare intatta perché è un patrimonio immateriale custodito nell’intimo dell’essere umano. Questo ha permesso ai deportati in America di portarla con sé e di farla rinascere sotto un’altra veste musicale chiamata jazz, con tutte le sue altre forme sonore derivate» dice Dudù Koute, griot, musicista e parte del Art Ensemble of Chicago intervistato dalla jazzista italiana Ada Montellanico nel libro Esseri Umani Uguali – Una ricerca sulle radici del razzismo.

Tra i primi a usare stay woke nella musica è il cantante nero Huddie William Ledbetter, conosciuto però con lo pseudonimo di Lead Belly. Belly, nato in Louisiana nel 1888, era un cantante folk polistrumentista autodidatta, passato alla storia per la sua chitarra a dodici corde ma anche per una vita ai limiti con incarcerazioni, risse e violenza, una sorta di archetipico Baby Gang dei giorni nostri. Anche il soprannome lead (piombo) belly (pancia) gli viene da un proiettile conficcato tra le carni e mai estratto dopo una sparatoria.

Nella sua canzone Scottsboro Boys, pezzo registrato nel 1938 a New York che parla del famoso caso dei nove giovani neri ingiustamente accusati di stupro in Alabama, a Scottsboro, Belly esorta tutta «la popolazione nera di Harlem […] a fare un po’ di attenzione quando si va laggiù [nel Sud degli Stati Uniti]», lì infatti «è meglio restare svegli (“best stay woke”)».

Iconico è anche il caso di ingiustizia che è al centro del pezzo, uno dei più esplicativi del razzismo giudiziario che esisteva in quegli anni negli Stati Uniti: era il 1931 e in Alabama, nove giovani neri tra i 13 e i 20 anni, vengono accusati di stupro e condannati a morte senza prove se non il colore della pelle. Il caso è talmente noto che ha ispirato anche il libro vincitore del Pulitzer, Il buio oltre la siepe, di Harper Lee.

Da qui il woke viene ripreso sempre a mezzo stampa, nel 1943 dallo scrittore nero J. Saunders Redding per un articolo sull’Atlantic: «Svegliarsi è dannatamente più difficile che andare a dormire, ma noi resteremo svegli più a lungo (“we’ll stay woke up longer”)» e nel 1962 dal romanziere nero William Melvin Kelley che pubblica un articolo sul New York Times dove riflette sugli usi linguistici di alcune espressioni usate dalla comunità nera americana come un codice cifrato per far passare dei messaggi come quello di stare in allerta che appunto si diffonde in musica ma anche sottotraccia.

L’articolo di Kelley si intitola dal titolo If You’re Woke You Dig It; No mickey mouse can be expected to follow today’s Negro idiom without a hip assist. If You’re Woke You Dig It e mette l’accento anche su un altro punto interessante. Molte espressioni in codice, e usate dai neri d’America, vengono usate anche da chi quel codice non lo conosce – noi bianchi – trasformandole in una scimmiottatura strana e pure vuota. Scrive Kelley: «Un giorno senti una nuova parola e cominci a usarla, proprio come accadeva con le “mode” quando eri bambino. Un giorno tutti i bambini del quartiere giocano a biglie. Il giorno dopo, senza che nessuno abbia detto una parola, tutti hanno una pistola fatta con un elastico oppure una castagna legata a una cordicella».

E così come bambini ci siamo appropriati di una parola svuotandola del significato originale denso di sofferenza e dolore per metterci dentro altre cose. Poi ci chiediamo – anche nel campo largo – perché la parola woke oggi sia un termine così ambiguo. Forse perché siamo un po’ ignoranti e pure un po’ ladruncoli.

Nel 1965 Martin Luther King fa il celebre discorso per la cerimonia di laurea dell’Oberlin College in Ohio, in cui ricevette anche una laurea honoris causa (il discorso pare fosse già stato pronunciato nel 1959), dove dice: «Remaining awake through a great revolution», riamando inevitabile a quella consapevolezza che serve per cambiare le cose. Infine, passando da sacro al mainstream, nel 2008 è Erykah Badu, con il suo stile inconfondibile e la sua voce a riproporre il woke in musica nel pezzo Master Teacher, dove nel ritornello canta, profonda e ferma: “I stay woke”, tirando tutti dento una responsabilità personale, con quel pronome. Di qui c’è tutta la fase successiva all’uccisione di George Floyd e al movimento Black Lives Matter, e nella musica la ritroviamo in Redbone di Childish Gambino e in altre espressioni minori.

Ora la domanda è una: ma AOC lo sa qual è il woke I? Perché a vederla così la storia sembra molto meno crazy di come l’ha messa giù lei. Anzi, in un mondo che vira sempre di più verso posizioni razziste, suprematiste bianche neonazi (vedasi vittoria Afd in Sassonia-Anhalt) se ci mettiamo a fare confusione anche tra progressisti è un bel cazzo di guaio. Semplificare sempre tutto non ci aiuterà ad avere un mondo più giusto, così come non ci aiuterà appiattire i dibattiti, silenziare le voci scomode. Lo vediamo anche per la Palestina oggi, sono cantanti e artisti a metterci la faccia, ma anche la voce, vedi Macklemore, e il corpo, vedi Susan Sarandon. Ma non può pensarci sempre l’arte o la musica a dire le cose come stanno a fare quello che va fatto. Sì serve pelo sullo stomaco, piombo nella pancia. Ma ehi, gente, stay woke!!!