Sayf entra in carcere come fosse un vero detenuto, anche se non lo è. Lascia i suoi beni personali, si spoglia di tutto quello che non può portare dentro e attraversa le porte della Casa di Reclusione di Chiavari, in provincia di Genova. Comincia così Il cielo in una stanza, il documentario scritto da Claudio Cabona e diretto da Yuri Dellacasa, disponibile da oggi, 7 ottobre, sul canale YouTube di Sayf.
Il giornalista Cabona lo porta all’interno di un laboratorio musicale nel carcere per capire l’effetto di una canzone in un posto del genere. E la prima reazione è di Sayf: «Quando scrivi non devi rendere conto a nessuno». La sua forma di libertà. E aggiunge: «È nelle cose piccole, come la felicità. In quelle che diamo per scontate». Poi tocca ai detenuti e arriva una definizione che mette d’accordo tutti, al di là della provenienza, della religione o della classe sociale: «La libertà è un fuoco spento dentro di noi, si accende solo in caso di negazione di essere o fare».

Foto: estratto dal documentario ‘Il cielo in una stanza’
In seguito Sayf fa ascoltare i suoi pezzi, ma soprattutto ascolta quello che ne pensano gli altri. Gli racconta la differenza tra quello che sogni quando il successo non è ancora arrivato e quello che trovi dopo averlo raggiunto. Ottieni delle cose e ne perdi altre, com’è inevitabile. Per i detenuti, invece, la questione è ancora più semplice: «La canzone mi porta fuori», dice uno di loro. Una via di fuga legale, gratuita e replicabile all’infinito. Una delle scene più forti è durante l’ora d’aria. C’è un ragazzo con un quaderno e una biro in mano che rappa. Sayf lo ascolta come ascolterebbe un collega. Batte le mani per dargli il tempo, poi gli fa da seconda voce. E la distanza fra il dentro e fuori è annullata. Sayf è nato a Genova nel ’99 da una famiglia italo-tunisina, è arrivato secondo a Sanremo nel 2026 con Tu mi piaci tanto (disco di platino), ha pubblicato il suo primo album, Santissimo (disco d’oro), ma qui il curriculum, le classifiche e il successo interessano relativamente. Decisamente più significativo è che la stessa forma espressiva venga usata da due ragazzi che, in quel momento, si trovano dallo stesso lato di un muro.
Un altro giovane racconta quanto sia facile cadere e quanto sia difficile rialzarsi. Il passato complicato può tornare, ricorda, ma la musica lo aiuta a non abbandonare la speranza di un cambiamento. E prende in prestito un altro genovese, Luigi Tenco: «Vedrai, vedrai, vedrai che cambierà». Sayf legge poi alcune lettere dei detenuti. Dentro c’è quello che manca quando si è fuori dal mondo: l’amore, i figli, il sapore di un piatto mangiato al ristorante. Oltre alla sensazione devastante di stare sprecando la propria vita chiusi tra quattro mura. Le cose piccole, di cui parlava Sayf all’inizio, diventano improvvisamente quelle più grandi.
Non può mancare Genova, che entra ed esce dal documentario. Cabona e Dellacasa avevano già lavorato a La nuova scuola genovese, il docufilm che metteva a confronto il cantautorato ligure con il rap contemporaneo. Quel dialogo continua, ma si sposta in un carcere. E alla fine non poteva mancare un tributo a Gino Paoli con la canzone Il cielo in una stanza, una di quelle che conosciamo talmente bene da rischiare di non trovarci più nessuna novità. Scritta nel 1960, costruita sull’idea che, quando sei con qualcuno che ami, le pareti spariscono e una stanza diventa infinita, in carcere acquista un significato diverso, nella versione di Sayf. Perché qui c’è gente che, da quelle stanze, il cielo non lo vede mai. E se una canzone non ha il potere di aprire le porte di una cella, può almeno portare qualcuno fuori con la mente per tre minuti.
Il carcere di Chiavari organizza da tempo laboratori musicali e Il cielo in una stanza, realizzato con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo nell’ambito delle attività dell’associazione Il Cuore di Federico, prova a ricordare che iniziative del genere non sono soltanto un modo per passare il tempo. Infatti, nel finale, compare un dato che merita attenzione: il documentario indica tra il 60 e il 70% la recidiva di chi esce dal carcere, percentuale che scenderebbe al 6% tra chi partecipa a laboratori e percorsi di questo tipo.














