Davide Dileo, in arte Boosta, ha 52 anni e un nuovo disco uscito per la sua etichetta Torino Recording Club, Pianorama. Il co-fondatore dei Subsonica, che con la band ha vinto un David di Donatello per le musiche di Adagio e da solista ha scritto per Mina e collaborato con i Depeche Mode, si definisce «laico su tutto» quando parla di musica. La tecnica? «Ci sono dischi meravigliosamente suonati e cantati che a me non servono a un cazzo». I talent? «Lo specchio dell’industria dell’intrattenimento». E sull’intelligenza artificiale: «Rischiamo di essere superati».
Ma il suo laicismo ha dei confini. Alla discografia rimprovera la mancanza di cultura, perché «il grandissimo problema è l’ignoranza». Anche se, ricorda, l’economia dello streaming «non è accettabile». Sulla politica in particolare non concede sconti: «Prima ancora di essere artista sono un cittadino». Così, davanti alla crescita di certi movimenti, avverte: «Non si può pensare di lasciare in mano a queste destre e a questa revanche di autoritarismo il futuro dei nostri figli». E visto che per lui il microfono, «quello sì, è una responsabilità», lo riaccenderà dal 1° novembre quando partirà in tour dall’Auditorium Parco della Musica di Roma.

Foto: Ivan Cazzola
Che periodo è della tua vita artistica?
Bello perché trafficato. Ho appena fatto i miei 52 anni (lo scorso 27 settembre, nda), quindi comincio le considerazioni su quello che ho fatto, quello che sono, quello che vorrei diventare e quello che vorrei ancora fare. Sono sempre un po’ nel mezzo, mai tranquillo e rilassato, perché in fondo ho sempre bisogno di fare cose. Credo che sia tutto sommato un buon periodo, nelle difficoltà del presente sociale e culturale, come in quelle della vita quotidiana. Però ho la fortuna di poter fare il mestiere che amo e di lavorare ogni giorno con gli strumenti che mi fanno stare bene, per cui questo mi aiuta moltissimo.
Pianorama nasce da una scelta: rifiutare a tutti i costi l’iper-tecnologia, registrare in presa diretta, tenere i rumori dei pedali e del legno. Ma per chi ha fondato un gruppo come i Subsonica, dove la tecnologia è parte integrante, è una contraddizione o una presa di coscienza?
Non è un rifiuto. La tecnologia è uno strumento, e in quanto tale dovremmo utilizzarla quando ne abbiamo bisogno per realizzare quello che vogliamo. Nel caso di Pianorama non ne avevo bisogno. Avevo bisogno di riconnettermi con gli strumenti: i filtri analogici, quelli risonanti, i vecchi campionatori, ma proprio desueti, con una tecnologia che non è certo lo state of the art attuale. A me però è servita, perché ne avevo bisogno. Ho la fortuna di poter scegliere che tipo di tecnologia usare. Ma in fondo anche il pianoforte, di per sé, è una tecnologia.
Queste due facce di Pianorama sono anche lo specchio di quello che stiamo vivendo e, in qualche modo, ci mettono di fronte al dilemma da che parte stare?
Non so da che parte stare, ma sicuramente bisognerà fare una sintesi tra quello che siamo stati per millenni e quello in cui ci stiamo trasformando. La rivoluzione tecnologica, che ha accelerato dal Novecento in poi, apre un problema matematico: la tecnologia aumenta in maniera esponenziale, mentre la nostra capacità di assorbirla e gestirla no. L’essere umano è logaritmico, la curva sale rapidamente e poi si stabilizza: abbiamo avuto una bella impennata dalla preistoria e poi, più o meno, lì siamo rimasti. La tecnologia all’inizio era solo la punta di selce (la pietra scheggiata usata nella preistoria come utensile da taglio, nda), e ora siamo arrivati a dire che l’intelligenza artificiale ci annienterà. Quindi bisogna avere responsabilità e fare sintesi. Come in tutte le cose, sono cerchi che si allargano, quelli del famoso sasso che butti nello stagno: ci dev’essere un lavoro di concerto.
Tra i riferimenti del disco sono dichiarati Alvin Lucier, Brian Eno, Béla Bartók e Ryoji Ikeda, tutti novecenteschi.
Sicuramente c’è il limite della mia ignoranza, forse rischiamo di rimanere legati a un’epoca precedente. Sarà anche il motivo per cui mi affeziono meno alla musica di oggi: perché ce n’è di più. Una volta ne avevamo meno, quindi si andava più a fondo, la facevamo gocciolare di più sul nostro cranio e nella nostra anima. E poi, sembra un paradosso, persino una bestemmia, ma potrebbe anche essere che con questo grande sviluppo della tecnologia, musicalmente, sia rimasto tutto come una volta. L’ultima grande rivoluzione è la musica algoritmica, fatta con il computer, che ha cominciato la sua strada negli anni ’60. E gli strumenti convenzionali su cui suoniamo sono stati inventati migliaia di anni fa. Penso per esempio agli strumenti a corda, oppure al pianoforte, che comunque è del Settecento, o all’organo, che è del Duecento.
Più che trovare, oggi è difficile selezionare?
Ci sono dei limiti che non sono ancora stati perfettamente superati. Tu prima hai citato Ikeda, tra gli altri, che ha lavorato benissimo sulla parte dei microcampioni e sul suono, però è tutta una roba di tecnologia, resa possibile dalla musica algoritmica e dal computer, che esistono già da più di cinquant’anni. Quindi che cosa andiamo a trovare adesso? Uno strumento olografico? Una connessione neuronale diretta? Non ne ho idea. È un momento strano da descrivere.
Oggi si parla molto di libertà degli artisti, soprattutto dei giovani. Tu hai una tua etichetta, la Torino Recording Club, anche se il disco è distribuito da una major. Credi che prodursi in autonomia sia il primo passo per una piena libertà artistica?
Qui c’è un problema che fa ridere, in estrema sintesi. Non so se perché siamo in Italia o perché è così in tutto il mondo, ma dipende prima di tutto da una questione amministrativa. Se sei una partita Iva, puoi scrivere una composizione, venderla ed essere pagato per quella. Ma se questa composizione la vuoi mettere su un supporto e te la vuoi vendere direttamente, attraverso quel supporto, in Italia non puoi farlo.
Come mai?
È una roba un po’ bizzarra, quindi ti devi attrezzare per poterlo fare: devi avere un elemento terzo che te lo consenta. Avere un’etichetta è sicuramente utile, cioè è utile per me che sono un dinosauro. Magari, per quello che succede adesso, c’è la possibilità di far sentire la propria musica in maniera differente, quindi forse non è più un’esigenza avere un’etichetta che stampi un oggetto fisico, anche se poi ci dicono che si sta tornando all’idea del possesso dell’oggetto. Io spero che, oltre al possesso del vinile o della musicassetta, ci sia anche la presa in cura del contenuto dell’oggetto. Quello sarebbe molto più gradito.
Un altro passaggio del tuo percorso è l’essere stato direttore artistico della Cramps: dicesti di voler tornare a una discografia «nell’accezione migliore del termine». Pierpaolo Capovilla ci ha detto che la musica è stata turistificata e che la responsabilità è dei discografici. Tu vivi il dualismo tra musicista e direttore artistico, senti quella responsabilità?
È sempre difficile generalizzare. Se vogliamo restare legati all’idea di industria musicale, tutto sommato c’è sempre stata. Le operette che si suonavano per il pubblico erano commissionate. Poi è arrivata la radio. È vero che non c’erano le tecnologie di adesso, però c’erano le case editrici, prima ancora delle case discografiche, che mettevano sotto contratto cinquanta compositori, tra cui abbiamo avuto anche Burt Bacharach e altri grandi nomi: erano teste e mani, operai al lavoro della canzonetta, che poi veniva suonata in radio. Se l’industria discografica, che è un business, vuole fare degli utili, come darle torto? Secondo me la questione è un’altra.
Quale?
Prima di tutto di cultura. Io sogno un mondo in cui tutti quelli che lavorano nel mio comparto lo facciano per passione. Qualcuno lo fa con molta passione, qualcuno perché è un lavoro come un altro. Ma è come per i ragazzi che fanno musica perché la musica è un modo per diventare popolari, quando la popolarità dovrebbe essere una conseguenza, non il fondamento. Il vero successo che hai nella vita è fare quello che ami. Sono due aspetti completamente diversi. Lo stesso vale per la discografia, per chi produce i tour, per chi lavora nella comunicazione: dovrebbero avere passione e cultura. Perché l’altro grandissimo problema con cui ci scontriamo ogni giorno è l’ignoranza.
In un settore culturale, parlare di ignoranza sembra un ossimoro.
Siamo un mondo di ignoranti, io per primo. Che è il motivo per cui continuo a studiare e rimango curioso. Però se non hai la cultura insieme all’amore e al rispetto per quello che fai, poi diventa tutto difficile. E naturalmente, quando lo spettro si allarga, per la legge dei grandi numeri, diventa ancora più complicato. Oggi non è facile per nessuno, che tu sia un piccolo artista o un grande artista: ognuno con le proprie difficoltà.

Foto: Ivan Cazzola
In passato hai indicato la «fabbrica delle hit» come il peggior trend musicale del decennio. La musica è diventata solo un bene di consumo?
Secondo me non è diventata solo un bene di consumo, perché rimane ancora uno strumento molto potente. Io non ho nessun problema con il pop: il punto è la qualità di quello che ci mettiamo dentro. Ho sempre fatto questo esempio piccolo e stupido: negli anni ’80 Claudio Baglioni fece una canzone come Avrai, che è entrata nell’immaginario collettivo del popolo italiano. Ed è complessissima: ha tantissimi accordi e un arrangiamento veramente importante. Vale per Baglioni come valeva per Battisti o per Tenco. Ci sono migliaia di esempi che si possono fare, tutti quelli che ti vengono in mente. Ma quando si scriveva musica, si scriveva una musica complessa, che aveva la meravigliosa qualità di apparire facile, ma che riusciva a entrava nel cuore delle persone.
E oggi?
Adesso è come se fossimo partiti da un’enciclopedia di come scrivere la canzone pop e poi, piano piano, questa enciclopedia si fosse trasformata in un tascabile, poi in un bignamino, fino a un foglietto di soluzioni, un fronte-retro. Ecco, questo un pochino mi spiace. Non ho nessun problema con la musica pop, di qualunque tipo, mischiata con urban, ska, rock o jazz, non mi importa. Però, da persona che ama la musica e che ne ascolta tanta, mi piacerebbe sentire ancora oggi delle cose che mi sorprendano, che mi lascino veramente qualcosa. E oggi possiamo dire che, purtroppo, non sempre è così.
Probabilmente hanno influito anche i mezzi con cui la musica viene veicolata. Ricordo che avevi definito l’economia dello streaming «distrofica e distopica».
Questa rivoluzione tecnologica non è ancora terminata. E non è partita neanche troppo lontano, se pensiamo che l’ultimo anno in cui si è venduto il più grande numero di CD, quindi di dischi fisici, è stato il 2001. Anche se sembra un’epoca clamorosamente lontana.
Il 2001 sembra proprio un anno spartiacque: dalle Torri gemelle al G8 di Genova, fino all’ultimo picco dei formati fisici.
È come se nel 2001 si fosse rotto il mondo. Ci sono i pro e i contro, come sempre: hai la possibilità di accedere a tutta la musica in circolazione, se hai una curiosità puoi esaudirla, saziarla subito, ma questa enorme bulimia di input alla fine rende difficile andare a fondo delle cose. Noi parliamo di musica, ma vale in tutti i settori. Pensiamo allo sport: il campionato di calcio una volta era la domenica dalle 3 alle 5, adesso parte il giovedì e finisce il martedì sera. E dal punto di vista economico non è più sostenibile. Non esistono più i dischi, esiste il prestito virtuale che fai pagando un abbonamento a terzi. Ma il tipo di diffusione discografica che ci ha regalato lo streaming non è accettabile, c’è poco da fare.
Però fuori dalle piattaforme si rischia di sparire.
Questo non significa che tu non possa stare sulle piattaforme streaming, perché comunque la tua musica hai bisogno di farla ascoltare. Le piattaforme sono uno strumento di diffusione. Certo è che abbiamo fatto un salto indietro nel tempo, per cui spesso si producono i dischi per poterli andare a suonare in giro dal vivo, che è un paradosso.
Hai parlato di continuare a studiare, tu che hai fatto il Conservatorio e ci hai anche insegnato. Un tuo collega come Alex Britti, però, ha detto che a un certo punto non ha voluto studiare la musica per non perdere «l’istinto del blues». Come convivono queste due visioni?
A me piace molto come suona Alex Britti. Quello che penso è che io non sono un interprete, non sono un concertista, quindi non ho studiato così tanto da essere uno strumentista perfetto. Ho privilegiato un’altra parte: a me la tecnica serve, per esempio sullo strumento, per realizzare quello che ho in testa. Molto spesso il mio studio è dedicato al fatto che voglio suonare una certa cosa perché mi serve in un pezzo, quindi imparo la tecnica per poterlo fare. Questo vale anche per tutta la tecnologia che mi circonda: le tastiere, il computer, un programma, una catena di processamento del suono. Alla fine sono arrivato a 52 anni e sono più o meno laico su tutto, nel senso che vale veramente tutto.
Cioè?
Se una persona vuole fare musica e vuole lasciarsi andare al suo istinto, ben venga. A me la tecnica è sempre servita, però ci sono dischi meravigliosi suonati di merda, cantati male, che sono comunque epocali, che mi stanno nel cuore e che ci rimarranno sempre. E ci sono dischi meravigliosamente suonati e cantati che a me non servono a un cazzo.
Il bello è che non c’è una regola?
No e non bisogna neanche cercarla: è veramente tempo perso. La relazione che hai con la musica è sempre binaria, zero o uno. Che io faccia una canzone e te la dedichi, e tu l’ascolti, che l’abbia fatta complessissima, con una fatica strumentale incredibile, facendomi sanguinare le mani, con un lavoro di intelletto pazzesco, oppure che mi sia nata in un minuto e mezzo, l’abbia registrata al telefono e te l’abbia spedita: se a te lascia qualcosa, se serve alla tua vita, allora ha fatto quello che doveva fare. Ma potrebbe anche non servirti. Nella musica non c’è relazione tra come fai le cose e come vengono percepite.
Ti sei dichiarato laico anche sui talent, tanto che hai fatto il professore ad Amici. Qual è il loro stato dell’arte?
A volte sento delle cose interessanti, altre volte cose poco utili per me. Ma il talent è lo specchio di quello che è l’industria dell’intrattenimento. C’è sempre stata l’idea di compiacere un pubblico, che tu lo faccia consapevolmente o meno. È nella storia dell’umanità. Nei secoli scorsi, nella musica classica, c’era il grande compositore e poi dietro tutta la scia di quelli minori su quell’onda.
Che cos’è che fa la differenza?
Io credo che sia ancora l’urgenza. Poi anche su quello non giudico, ma non perché sia particolarmente legato alla figura di Ponzio Pilato e abbia la sua foto sul comodino: è oggettivo che ognuno ha una vita personale e deve rendere conto di quello che fa a se stesso, prima che agli altri. Quindi se hai l’urgenza di fare certe cose e credi di essere i prossimi AC/DC, è giusto che tu sia così. Perché non dobbiamo dimenticare che, in fondo, tutti hanno sempre rubato da tutti. Ti dirò di più, per me gli artisti originali non sono mai esistiti. E infatti, guardando indietro, non abbiamo idea di chi sia stato il primo originale. Lo diceva David Bowie, non lo dico io che sono un coglione qualunque.
Hai scritto per Mina Non ti voglio più e hai raccontato di aver cantato i cori mentre lei ti registrava dall’altra parte del mixer. Per chi ha conosciuto le vette del canto, che effetto fa sentire tanti che oggi si affidano all’Auto-Tune?
Io credo che l’Auto-Tune sia uno strumento interessante, ma rimane uno strumento. Era nato per altri scopi, però, nel momento in cui si è diffuso, ci sono stati esempi eccezionali di canzoni fatte con l’Auto-Tune. Torniamo sempre all’urgenza. Se uno ha una grande urgenza di dire qualcosa, che io vorrei pensare sensato, non è capace di cantare e usa l’Auto-Tune per dirla, va bene. Ma sono affari suoi, no? Poi, se mi va di ascoltarlo, lo ascolto e non ho problemi. Ma ripeto, non è lavarsi le mani delle cose. Io non lo uso perché non mi piace, ma quando trovo qualche artista che lo usa in maniera bella, interessante, mi ci affeziono e dico «ma che figata», perché rimango sorpreso e me la godo.
Si torna sempre al modo.
Io vorrei veramente che tutta la tecnologia venisse usata per quello che è: uno strumento utile a realizzare quello che hai in testa e la tua urgenza di musicista. Può essere anche un’urgenza commerciale, tanto vendiamo tutti qualcosa, dalle bancarelle alle multinazionali. Però se fai il musicista, parlando di Auto-Tune, hai un microfono. E il microfono, quello sì, a quello ci credo veramente tanto, è una responsabilità. Perché se hai un microfono, più o meno grande, hai un uditorio davanti che ti ascolta. E siccome questo è un periodo sociale e culturale in cui l’attenzione è poca, quando ti guadagni l’attenzione delle persone dovresti essere davvero in grado di dire delle cose sensate.
Hai partecipato nei giorni scorsi a un incontro con Stefano Mancuso dal titolo “Intelligenza senza testa”. Ma siamo sicuri che questa intelligenza artificiale non abbia una testa, o prima o poi rischiamo di essere superati?
Immagino di sì, che rischiamo di essere superati. È un dato di fatto che la tecnologia stia viaggiando in maniera esponenziale, a una velocità folle, quindi suppongo che a un certo punto avremo delle sorprese. E poi vediamo se questo termine che tanti di noi si sono tatuati sul braccio, “resilienza”, ci porterà a gestire anche questo strumento. Come quando parlavamo del 2001: siamo in mezzo a diverse rivoluzioni. E quando sei in mezzo a una rivoluzione difficilmente puoi capire dove va a finire. Ma questo non vuol dire che devi stare seduto in un angolo a guardare.
Il tuo essere laico oggi sembra anche un po’ pericoloso, soprattutto su certi temi sociali e politici. Ti faccio l’esempio del caso scoppiato tra Ed Sheeran e Macklemore: non dire da che parte stai, forse, è peggio che dirlo?
Sono due cose molto differenti. Il termine laico lo uso sul discorso artistico, perché la parte artistica è quella in cui parliamo di composizione, di come senti l’idea di musica. Poi la mia storia, la storia dei Subsonica, dimostra che non siamo mai stati laici. E questo non vuol dire essere schierati: vuol dire semplicemente avere consapevolezza. Ho la responsabilità di un uditorio, e prima ancora di essere artista sono un cittadino. E se sei un cittadino, non puoi pensare di esserlo se non usi l’aggettivo “responsabile”. Quindi la responsabilità è in tutto quello che facciamo: in famiglia, nel condominio, nella città, in regione, in Italia, in Europa, nel mondo e nel nostro universo.
Francesco De Gregori ha detto di provare imbarazzo nel vedere artisti e cantautori fare proclami politici o prendere posizione su questioni internazionali e d’attualità.
L’artista non dovrebbe essere quello che ha più voce in capitolo, perché sarebbe una presunzione, ma una delle definizioni di artista è quella di avere la capacità empatica sufficiente a cogliere i segnali che poi, nell’arco dei decenni, sono finiti nei dischi e nelle composizioni. La musica ha fatto respirare, o meglio, ha dato un ritratto e un volto al periodo sociale e culturale che stavamo vivendo. Questo è un dato fondamentale, e su questa roba non sono laico. Il laicismo è quando parliamo di «ma tu usi l’accordo minore o quello maggiore, perché è più allegro, così viene più gente a vedermi?». Quando invece si tratta di essere cittadini e di difendere la democrazia, quello è tutto un altro paio di maniche.
Con i Subsonica siete stati dei simboli della controcultura. Oggi, con Internet e i social, il rischio non è che la ribellione sia diventata essa stessa un contenuto?
Mi sembra di no. O meglio, una parte sicuramente la utilizza come contenuto. Ma poi torni a casa, accendi il telegiornale e vedi gente in piazza in Francia o in Spagna. E abbiamo avuto la gente in piazza anche qui. Alla fine mi sembra che la partecipazione civile, l’insofferenza e l’intolleranza verso il presente ci siano ancora. Che poi adesso vengano veicolate anche attraverso i social mi pare chiaro. Che i social siano un argomento complesso, perché sono facilmente manipolabili, è anche un dato certo. Però, vedendo come va il mondo, non mi sembra che si sia spostato tutto sullo schermo del telefonino.
Dall’altro lato delle proteste, però, Vannacci cresce in Italia, in Francia Marine Le Pen è protagonista della corsa presidenziale, in Germania c’è l’AfD, in Spagna si è aperta una crisi di governo e alle prossime elezioni i Popolari con Vox sono in vantaggio. Come vivi una situazione in cui tante persone, in particolare i giovani, vorrebbero un mondo diverso, mentre tante altre sembrano spingere per tornare a guardare all’indietro?
Con grande paura, ma è una battaglia che bisognerà combattere fino alla fine. Per fortuna non ci sono solo sacche di resistenza: c’è una parte sostanziosa che resiste. Credo che sia molto facile vendersi con gli slogan, lavorando alla pancia della gente e, come sempre, sul concetto del diverso che ti ruberà tutto e ti ucciderà. È così dai tempi delle caverne. Però, oggettivamente, non si può pensare di lasciare in mano a queste destre e a questa revanche di autoritarismo il futuro dei nostri figli. Io non lo vorrei, non lo voglio, e cerco di fare quello che posso da cittadino. È un momento buio. Immagino che sia sempre stato così nell’umanità, con scale diverse, però un Novecento di destra l’abbiamo già avuto: vediamo di non rendere così anche il XXI secolo. All’epoca non è andata benissimo.
Chiudo con Pianorama, il disco in cui hai voluto lasciare il tratto umano, anche se non perfetto. Dopo tutto quello che ci siamo detti, forse l’imperfezione ci salverà?
Io sono affezionato alle mie imperfezioni, perché in quello che faccio musicalmente sono una cosa che trovo affascinante. Sono difficilmente ripetibili, lo diceva anche John Cage. È la sorpresa di accettare qualunque cosa arrivi da fuori per inserirla all’interno della tua performance e della tua partitura. Umanamente, come ben sappiamo, lo stesso errore lo puoi fare diverse volte. Quando stai suonando un pianoforte, la tua imperfezione arriva da una parte, poi da un’altra, e magari può succedere che ti apra degli scenari affascinanti. Se vogliamo utilizzare questa metafora e spostarla su un concetto più universale, credo che possa valere esattamente nello stesso modo.















