«A forza di sfiorare la morte ne ho pagato il prezzo. Il tempo stringe e noi musicisti non campiamo a lungo. Lo so, lo accetto. Non mi piace, ma è così». Lo dice Josh Homme dei Queens of the Stone Age in una nuova intervista concessa alla rivista francese Rock & Folk. «Ho ancora due o tre conti da saldare. Qualche bella canzone da scrivere. Se scappassi, non potrei farlo. La sola bussola che mi resta è lo sguardo dei miei ragazzi. E l’opinione del gruppo. Il resto? Non me ne frega niente».
Nell’intervista Homme, che a fine mese pubblicherà coi Queens il nuovo album Perfecth, racconta uno dei momenti peggiori della sua vita recente, ai tempi della registrazione del concerto nelle catacombe di Parigi, uno show che ha anche portato in Italia. Era malato e ha avuto una crisi o forse una rivelazione. «Stavo per annullare tutto e scapparmene via», dice a proposito del progetto Alive in the Catacombs che ha inseguito per anni. «Ero a terra, distrutto dal dolore. Mentre mi addentravo nei sotterranei ho svoltato a sinistra e mi sono ritrovato da solo nel buio assoluto. Mi sono inginocchiato e ho detto: “Grazie per questo momento. Ho promesso di fare del mio meglio. Ma se mi liberi dal dolore, so cosa fare”. E ho l’impressione di essere stato ascoltato, di aver vissuto un momento di connessione con la fonte della musica. A volte ho bisogno di questi slanci di romanticismo per attraversare il fuoco. Quel giorno ho capito che c’era un solo modo per uscirne: passarci attraverso».
Nel resto dell’intervista Homme è decisamente più prosaico. Non ha (più) l’ambizione di conquistare le folle. «Quando la macchina diventa troppo grande, il mio primo pensiero è sabotarla. Suono per il rispetto. È la mia sola bussola. Tutto il resto, il ruolo di capo, le responsabilità, la pressione… non fa per me. Non vogliamo il grande pubblico. È per questo che ci siamo chiamati Queens of the Stone Age, per fra incazzare macho e omofobi».
Non a caso non gli è piaciuto granché andare in tour la scorsa estate con i System of a Down. «Ho capito che detesto suonare di fronte a 80mila persone. I tipi dei System non c’entrano niente. La colpa è mia. Quando mi hanno proposto di andare in tour con loro ho detto di sì senza riflettere. Ho capito solo dopo che ci stavamo ficcando in un’orgia di stadi».
Il nuovo album Perfecth, intitolato così per sottolineare l’imperfezione della vita e della musica, da una parte sembra avere a che fare con i tormenti personali di Homme, dall’altra è musicalmente diverso dai vecchi dischi. «Non è rock, non è punk, non è psichedelia… È musica fatta per la strada, da ascoltare con una mano sul volante e l’altra al finestrino», dice Homme. «Non è facile risolvere l’equazione: mi rifiuto di rifare quel che ho già fatto, voglio andare avanti, ma voglio farlo senza rinnegare quel che siamo. Direi che questo disco metterà alla prova i nostri fan, una volta ancora». Dieci anni fa, aggiunge Homme, non avrebbe mai pubblicato un pezzo come Easy Street. «Era fuori dalla mia portata. Sarei morto dalla paura. Troppo vulnerabile. Troppo onesto».
Secondo Homme tutti i gruppi attraversano tre fasi. «La prima è quella dell’incoscienza: nessuno ti sta aspettando, ma te ne freghi, vai a tutta velocità. Sei giovane, ti credi unico, vivi nell’illusione di reinventare la ruota. Arriva poi la fase intermedia, quando ormai conosci il mestiere. E poi l’ultima fase, quella in cui devi spremerti per dare tutto. Ecco, io sono in questa fase».
Per spiegare come si sente, tira in ballo l’ultimo Bowie. «Sapeva che il sipario sarebbe calato. Non c’era più tempo per le apparenze. Onestamente mi sento un po’ così anch’io. Non ho più niente da provare, ma ho ancora qualcosa da dire. Spesso le persone finiscono per copiarsi da sole. Hanno paura, vogliono i soldi, non vogliono più lavorare duramente. O peggio: inseguono le mode. Fermatemi prima che diventi anch’io così».















