Che cosa vuol dire essere kinky | Rolling Stone Italia
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Ok, ma che cosa vuol dire essere “kinky”?

Innanzitutto, doversi districare tra stereotipi e cattive rappresentazioni. E poi, esercitare cura e gentilezza verso la propri comunità. Ne abbiamo parlato con "Vescovo", autore di 'Cromosoma K'

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Foto: Nish Gupta su Unsplash

Possono disorientare, gli adepti del kink, ed è giusto che sia così. Li avete visti scorrendo nel feed, li avete incontrati sulle dating app e nella vita reale; magari in qualche film dove vi soste fermati a guardare interdetti (dài, Eyes Wide Shut non è un tabù). Comincia forse così, un diverso livello di scoperta di sé. Senza poter nominare l’attimo bello che cambia lo spettro della percezione come uno shock addizionale; ma percependolo sulla pelle, convinti che qualcosa sia indefinitamente cambiato.

Non lo so bene, come definire la comunità kinky. Forse perché bisognerebbe farne parte, frequentarla, lasciarsene sedurre nell’ottica della curiosità. Sta di fatto che spesse il kink subisce rappresentazioni stereotipate, semplicistiche, fuorvianti: non è che se vi dico Quentin Tarantino, non vi vengono in mente i piedi…

Desideri alternativi, ma poi alternativi rispetto a che cosa? È sempre una questione di generazione e ristrettezza di orizzonti: il kink si espande oltre il desiderio di un sesso penetrativo. Si potrebbe godere pure senza sfiorarsi: dovrebbe essere una questione decisamente più pura, e invece. Invece come lo si spiega, dice la famosa frase, al gentile consorte che se guardiamo un muro per metà giornata, per metà giornata abbiamo lavorato? È lo stesso scostamento di percezione, lo stesso malinteso, la stessa necessità di ridefinire la nozione di creazione.

Perché le relazioni kinky sono estremamente creative, generative, foriere di legami. Presuppongono la relazione, si basano sul consenso, obbligano tutte le parti in causa a impegnarsi attivamente, mettendoci la faccia – tranne chi desideri indossare maschere. O almeno, be’, una relazione kinky che si rispetti e che sia tale e positiva e virtuosa.

Sempre a girarci intorno, alla nozione di kinky, eh? Essere kinky può significare non accontentarsi di un membro eretto, per sentirsi eccitati. Non accontentarsi di una corretta stimolazione fisica. Lasciarsi invece guidare da un senso più sottile, prendere una partita e giocarla più lunga. È inutile perdersi in metafore: domani esce in libreria, con Agenza X, un libro anzi un manuale, che proprio questo si propone di fare: diradare le nebbie attorno al gran casino che si addensa attorno al “kink” e alla comunità “kinky”. Fornendo piccole regole di ingaggio e basilari nozioni di vocabolario per poter navigare con più sicurezza, per quanto da novizi, nella materia.

Non per nulla l’ha scritto un “Vescovo”: questo il soprannome di Giovanni Di Iacovo, scrittore, docente universitario, DJ techno, sex educator, sceneggiatore e autore televisivo. Si intitola Cromosoma K, ed è una raccolta di voci e conformazioni presentate da una delle voci più attive della scena italiana, evangelizzatore delle culture alternative e creatore, nel 2001, della prima comunità online kink italiana. L’ho raggiunto per farmi raccontare tutto un po’ meglio, direttamente da lui.

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Foto press

Cominciamo in medias res: le rappresentazioni mediatiche (penso al cinema soprattutto, ma ci si può sbizzarrire) della comunità kink nei suoi membri e pratiche, sono realistiche, esagerate, discriminanti, …?
Per decenni il cinema ha costruito una caricatura tossica: cuoio, latex, corde associati a serial killer e terrore. Le cose stanno cambiando, anche grazie a film recenti come The Invite e I Want Your Sex, ma lo stereotipo resiste: inviti qualcuno a una festa kinky e s’immagina che la gente si prenda a cazzotti. La realtà è esattamente l’opposto: chi pratica kink cerca piacere, intimità, creatività, connessione. La stella polare del kink è il consenso. Di conseguenza, il kink è l’opposto della violenza.

Questa domanda discende un po’ dalla prima ed è forse, immagino, anche parte della motivazione che ti ha portato a scrivere questo libro: se non si fa parte della comunità kink, come la si può conoscere? È “corretto” o voyeuristico che chi non fa parte e non vuole far parte di questa comunità ne sia incuriosito? Uso voyeuristico proprio perché di kink stiamo parlando…
Assolutamente sì. È il cuore di Cromosoma K: il kink contiene centinaia di pratiche, ruoli, scenari e identità; non tutto deve appartenerci perché qualcosa possa incuriosirci. Si può partecipare a un incontro, osservare, fare domande, ascoltare. La curiosità è una delle grandi molle della conoscenza di sé: ci porta verso ciò che siamo e ciò che desideriamo. Diventa voyeurismo solo quando guarda per deridere o giudicare. Se si guarda per capire, è una porta.

Facciamo un passo indietro: chi è Vescovo? Raccontami la tua storia.
Sono cresciuto a Londra, vivo tra Roma e Berlino, sono stato Vicesindaco di Pescara e ho nelle vene metà sangue sardo e metà serbo. Nella mia vita sono stato molte cose: assessore alla cultura, docente universitario e DJ in oltre quattrocento club, tra i quali il KitKat di Berlino. E poi scrittore: ho pubblicato sei romanzi e da uno è stato tratto un film. Parallelamente, fin da ragazzino, esploro le sessualità alternative, oggi raccolte sotto la parola kink. Tutti questi sembrano mondi lontani tra loro, ma per me hanno la stessa radice. Il desiderio vitale sia di essere felice che di generare felicità per gli altri.

Come spiegheresti la comunità kink nella sua essenza non dico tanto a un bambino (sarebbe disdicevole!), ma a qualcuno che non ne ha mai sentito parlare?
Se devo parlare di essenza, direi che la comunità kink è solo uno dei modi di vivere questo sentimento perché il kink, più che un’appartenenza, è uno sguardo sul desiderio. Puoi viverlo da solo, in coppia o in una delle attivissime comunità in Italia. L’importanza delle comunità, però, è grande perché incontrare ragionamenti e desideri simili ai tuoi può essere liberatorio: l’antidoto al farti sembrare sbagliata (o addirittura malata). Da questo punto di vista, direi che il kink è il glitch erotico che incrina il codice del conformismo.

“Essere kink” ha strettamente a che fare solo con il sesso e/o diverse pratiche sessuali?
No, il kink comprende pratiche, ma anche ruoli, identità, scenari, emozioni e può quindi esistere anche senza sesso genitalizzato. Essendo un alfabeto erotico più vasto di quello del cosiddetto “sesso vanilla” (ossia quello che prevede unicamente la penetrazione), con le centinaia di lettere del kink puoi comporre infinite parole, frasi, possibilità di piacere. Questo perché il kink è ciò che accade quando la sessualità smette di camminare in linea retta e comincia a danzare.

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Giovanni “Vescovo” Di Iacovo. Foto press

Nel tuo libro con Agenzia X sottolinei un aspetto importante della scena kink: sono le donne a esserne (più) protagoniste. Spiegami meglio che cosa intendi e in che modo si verifica questo protagonismo.
Negli ultimi dieci anni il kink è cresciuto anche grazie alla sinergia con le battaglie femministe e queer e oggi ha uno straordinario protagonismo femminile: donne che guidano comunità, che organizzano e ne diffondono cultura. I dati Censis 2026 ci dicono che il 20,8% degli italiani tra i 20 e i 50 anni pratica kink e il lato femminile di questo mondo è il 67%. Questo anche perché il kink ti libera dai codici della performance maschile e dai canoni estetici che ti soffocano nel body shaming: non è il centimetro di carne in più o in meno ad accendermi, ma il tuo ruolo, un tuo dettaglio dell’outfit, un’intrigante forma relazionale. Per questo ho scritto il libro interamente al femminile. Siamo figlie di desideri troppo vasti per i confini del decoro.

Nel sottotitolo il tuo libro recita: “manuale”. Come mai manuale? E aggiungo una parte per completezza: credo che esista una narrazione sulla spontaneità del comportamento sessuale, mentre forse le dinamiche kink, nelle loro regole assolutamente scritte e mai taciute, ci insegnano il contrario. Che serva cioè un po’ di studio anche per godere, che le cose non debbano essere fatte a caso.
Certo, non che per iniziare a praticare kink serva un Master in Frustologìa, ma conoscere un oggetto, una dinamica e avere straordinaria cura del corpo e dell’emotività della persona con cui giochi permette di vivere questi desideri con più piacere e sicurezza. Cromosoma K vuole essere come un atlante: mostra pratiche, oggetti, scenari, cultura, consenso e cura. Se qualcuno vuole affidarti il proprio corpo e la propria vulnerabilità… be’, è giusto che un po’ tu debba studiare.

Una domanda che può essere personale, che può non esserlo, e forse a cui non si può completamente rispondere: qual è il momento nella vita, per tua diretta esperienza o racconti che ti sono stati fatti, in cui si scopre di appartenere, forse, alla comunità kink?
È successo prima ancora che sapessi che quel mondo avesse un nome. Da ragazzino persi presto i miei genitori ma continuai a vivere nell’immensa biblioteca paterna, più di dodicimila volumi. Alcuni libri e immagini mi mozzavano il fiato. Crescendo incontrai persone abitate dagli stessi differenti desideri e capii che quella differenza aveva una lingua, una storia, una comunità. Il mio “Cromosoma K” era già lì, fra quelle pagine, lontano dalla pornografia ortodossa e dai modelli di mascolinità in cui non mi riconoscevo. In sintesi: prima riconosci il desiderio, poi scopri che ha un nome.

Quanto è importante poter rivendicare il termine kink, togliendo così dalle bocche esterne alla comunità altre parole violente e stereotipizzanti (immagino a termini come malattia, etc)?
Il kink compie una piccola rivoluzione linguistica: prende parole come dominazione e sottomissione, legate, nella società, al sopruso e le trasforma in piacere, fiducia, connessione. Rende visibili anche i meccanismi del potere: ciò che può sembrare scontato e “naturale” può essere nominato, rinegoziato, rovesciato. Rivendicare la parola kink significa sottrarsi a etichette imposte come “devianza” e “perversione”. Dare un nome al desiderio è già strapparlo all’ombra. È riscrivere la vergogna in un linguaggio sacro.

Ultima domanda: quanto è articolata oggi la scena kink in Italia?
Molto più articolata e diffusa di quanto si immagini. In Italia esistono oltre ottanta comunità che organizzano aperitivi, talk, podcast, incontri e play party. Ma la trasformazione più interessante è geografica: una volta il kink sembrava qualcosa da cercare in luoghi clandestini, quasi mitologici, oggi abita moltissime città, con forme e linguaggi diversi. È uscito dall’ombra senza perdere la propria anima. E chissà che nel silenzio di stasera, proprio nell’appartamento accanto al tuo, sentirai l’affettuoso click di qualche manetta.