Si può brevettare un’idea? | Rolling Stone Italia
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Si può brevettare un’idea?

È la domanda che si pone il compositore e pioniere francese Pierre Schaeffer in 'Alla ricerca di una musica concreta' prima di rivoluzionare la musica contemporanea. Un estratto

Si può brevettare un’idea?

Foto: Unsplash

Difficilmente si ha l’occasione di poter assistere alla nascita di qualcosa di nuovo. Spesso le grandi idee arrivano a noi già realizzate, composte, affinate. Molto più raramente siamo parte del processo, del making of, del dietro le quinte. Dall’incubazione di un pensiero all’illuminazione che trova concretezza. E perché no, dei tentativi falliti, delle piste abbandonate, degli abbagli presi. Ogni grande idea, prima di concretizzarsi, ha la necessità di andare in luoghi errati, di muoversi libera nella terra del forse. È proprio in questo ignoto che trova i confini della sua forma. E per l’artista? Questo significa, ovviamente, sofferenza. Curiosità che diventa frustrazione, convinzioni che si frantumano. Si pensa, si mette in pratica, si riprova.

Alla ricerca di una musica concreta (Shake Edizioni), la splendida opera del compositore, innovatore e pioniere francese Pierre Schaeffer, è un diario aperto su tutto questo. «È un altro vicolo cieco, oppure sono entrato in possesso di una soluzione di cui posso solo immaginare l’importanza?», si chiede Schaeffer il 22 aprile del 1948 nelle prime pagine del Primo diario della musica concreta. Il libro pubblicato dalla casa editrice milanese nella collana Classici della nuova musica è proprio questo: l’accesso al pensiero creativo, personale, umano di Schaeffer nel tentativo (spoiler: riuscito) di inventare qualcosa di nuovo, di codificare la musica concreta, un impianto rivoluzionario di composizione e ascolto del suono. Dai dubbi delle prime pagine alla costruzione di un nuovo sistema (con tanto di grafici, schemi, progetti), il viaggio pionieristico di Schaeffer è un’esaltante lettura per chi ama, oltre alla musica, il coraggio delle idee.

Ve ne proponiamo un estratto con alcuni degli appunti che il compositore ha scritto nella seconda parte dell’aprile del 1948, quando l’idea primordiale di una musica concreta inizia a prendere una prima forma. «Se inventi qualcosa, devi farti dare il brevetto», si chiede Schaeffer. «Ma possiamo brevettare un’idea?». (Mattia Barro)

19 aprile. Facendo percuotere una campana, ho ottenuto il suono dopo l’attacco. La campana, privata della sua parte percussiva, diventa un suono d’oboe. Drizzo le orecchie. S’è aperta una breccia nelle file nemiche? Il vantaggio ha cambiato squadra?

21 aprile. Se taglio dai suoni il loro attacco, ottengo un suono diverso; se, d’altro canto, compenso la caduta d’intensità con il potenziometro, produco un suono prolungato di cui posso modificare la continuazione a piacimento. Allora incido una serie di note create in questo modo, ciascuna su un disco. Se posiziono i dischi sopra un piatto posso, manipolando i comandi, suonare queste note come più mi piace, in successione o simultaneamente. Ovviamente, la manipolazione è goffa, poco adatta a qualsiasi forma di virtuosismo, però adesso almeno pos- siedo uno strumento musicale. Un nuovo strumento? Ho i miei dubbi. Guardo con sospetto ai nuovi strumenti, come l’Onde Martenot o l’Ondioline, a quelle che i tedeschi chiamano pomposamente “elektronische Musik”. Quando m’imbatto in una qualsiasi musica elettronica reagisco come mio padre violinista, o mia madre cantante. Noi siamo degli artigiani. Il mio violino, la mia voce, li trovo in tutta questa paccottiglia in legno e latta, e nelle mie trombette da bicicletta. Cerco il contatto diretto con la materia sonora, senza elettroni nel mezzo.

22 aprile. Passata l’euforia iniziale, rifletto. Ho già un sacco di problemi con i miei giradischi perché ottengo una sola nota per piatto. E mi vedo, come in un’anticipazione cinematografica in stile Hollywood, circondato da dodici dozzine di giradischi, ciascuno con una nota. Sarebbe in fin dei conti, come direbbero i matematici, lo strumento musicale più generale possibile. È un altro vicolo cieco, oppure sono entrato in possesso di una soluzione di cui posso solo immaginare l’importanza?

23 aprile. Questa volta ragiono in astratto: la scienza e l’ipotesi… Mettiamo di avere un organo con tutti i tasti collegati a un giradischi provvisto a volontà di dischi adatti sul piatto; immaginiamo che la tastiera di questo organo attivi i pick-up in simultanea o in successione, all’istante e per la durata desiderata grazie a un mixer-commutatore con “n” comandi: in teoria otteniamo uno strumento madre capace non solo di sostituire tutti gli strumenti esistenti, ma tutti gli strumenti concepibili, musicali o meno, le cui note corrispondano o meno ad altezze date in una estensione. Per il momento questo strumento è solo frutto dell’immaginazione ma, entro certi limiti, può essere realizzato. In ogni caso, poiché non si prevede una sua prossima realizzazione che sia pratica ed econo- mica, può tornare utile come ipotesi di lavoro per costruire una teoria. Miracoli della cultura scientifica! Anche in assenza di strumenti per sperimentare, per un po’ ci è concesso di proseguire l’esperienza con il puro gioco dell’immaginazione. E così nella mente, mi metto a suonare per qualche momento questo pianoforte più generale possibile, uno strumento per enciclopedisti. Non è forse questo il secolo di una nuova enciclopedia?

Fine di aprile. Trascorro queste giornate in uno stato di semi-incredulità. Se inventi qualcosa, devi farti dare il brevetto. Un mezzo sorriso: possiamo brevettare un’idea? Sembra che si possa.
Sto sperimentando senza sosta. È sorprendente constatare fino a che punto la stessa procedura condotta continuativamente e in modi differenti non esaurisca mai completamente la realtà: resta sempre qualcosa da imparare, e sempre c’è un qualche esito inaspettato che ci coglie di sorpresa. Perché è il principio che conta.
Ricapitolo quanto è successo.
Dove sta l’invenzione? Quando si è prodotta? Rispondo senza esitare: quando ho manipolato il suono delle campane. L’atto generativo è consistito nel separare il suono dall’attacco. Il complesso della musica concreta era contenuto in embrione in questa azione intrinsecamente creatrice sulla materia sonora. Non ho alcun ricordo particolare del momento in cui ho realizzato questa registrazione. All’inizio la scoperta è passata inosservata. Ringrazio la mia testardaggine. Quando ti intestardisci contro ogni logica, è perché ti aspetti qualcosa da un evento casuale, che quella logica non avrebbe saputo prevedere. Il mio merito consiste nell’aver notato tra cento esperimenti l’unico, apparentemente deludente quanto gli altri, che creava un’apertura. Inoltre, dovevo avere l’audacia di generalizzare.
D’altronde, quasi sempre non approfittiamo delle rivelazioni che scaturiscono da un incidente sperimentale. Ecco un esempio: tutti hanno fatto scorrere il suono al contrario. È un fenomeno curioso, e certe volte ne ricaviamo effetti sorprendenti. Tuttavia, da quanto ne so, nessuno lo ha mai generalizzato. Nessuno ha mai preso in considerazione il suono al contrario come materiale musicale degno di essere prodotto e strutturato. Eppure, il suono al contrario di per sé raddoppia, almeno a priori, il numero degli strumenti noti. Alla comunità dei musicisti questo non interessa, tuttavia si tratta di un’esperienza che ha luogo quotidianamente da vent’anni.
Ovviamente, l’esperienza paga soltanto se dà subito il via a una sperimentazione: gli accordi al pianoforte suonati al contrario sono interessanti soltanto a certe condizioni. In questo modo puoi ottenere dal pianoforte sonorità d’organo, o di un carillon di campane. Allora, lo strumentista non è più il vincitore del Premio del Conservatorio, bensì un ingegnere del suono.

Da Alla ricerca di una musica concreta (Shake Edizioni) di Pierre Schaeffer.