Fabio Mauri a L'Aquila: la mostra centenario | Rolling Stone Italia
segreti della mente

Fabio Mauri all’Aquila è una scioccante attualità

Per i 100 anni dalla nascita dell'artista, il capoluogo abruzzese ospita 'Gli anni dell'Aquila': una riflessione sulla natura devastante delle ideologie, e una chiamata alle coscienze di tutti, per non ricaderci

Fabio-mauri-gli-anni-dellaquila

Fabio Mauri, 'Gli anni dell'Aquila'. Installation view.

Foto: Roberto Marossi

Una storia può nascere per molti motivi, spesso per preservarne la memoria e conservarne il sapore, seppur amaro. Altre volte invece si sente la necessità di far riaffiorare i ricordi e ricomporli proprio come monito per il futuro. E così, a 100 anni dalla nascita, e in memoria del legame con la città, Fabio Mauri viene celebrato a L’Aquila con una mostra a lui dedicata che racconta il suo pensiero e la sua arte.

Fabio-mauri

Fabio Mauri, ritratto. Foto: Claudio Martinez. Cortesia: Fabio Mauri Estate e Hauser & Wirth

Artista precursore e profetico. Come lui, nessuno prima ha demonizzato il potere dello schermo come oggetto di propaganda e strumento di manipolazione. Ancora prima della massificazione dell’uso stesso, ha intuito il potere della persuasione delle immagini, schermi manipolatori, che inghiottono e annullano. In questa direzione ha costruito i suoi lavori, monito per il futuro per un passato che ritorna. La profezia del male.

La mostra Gli anni dell’Aquila, promossa dal Comune dell’Aquila e realizzata dal MAXXI, è tra i progetti di punta del programma dell’Aquila Capitale italiana della Cultura, e ha aperto sabato 26 settembre con un’esperienza quasi inedita per la nostra generazione: è stata riproposta la performance Che cosa è il fascismo. Festa in onore del generale Ernst von Hussel di passaggio per Roma (1971), dopo quasi trent’anni. Si tratta di una delle azioni performative di Mauri più intense da lui concepite.

Fabio-mauri-gli-anni-dellaquila

Fabio Mauri, ‘Gli anni dell’Aquila’. Installation view. Foto: Roberto Marossi

Come allora, all’ingresso della palestra dell’Istituto Istruzione Superiore “Amedeo D’Aosta”, si è stati accolti da giovani Balilla (allievi dell’Accademia di Belle arti de L’Aquila, la stessa dove Mauri per vent’anni ha insegnato Estetica della Sperimentazione – dal 1979 al 1999), che in divisa fascista e al canto di Giovinezza ti conducevano in tribuna assegnando un posto, e dove si era divisi per categorie: stampa e stampa estera, autorità e accademici, rurali e sportivi, artisti, costruttori e ingegneri, famigliari e magistrati, ebrei.

Da quel momento il pubblico diveniva partecipante stesso della performance.

Fabio-mauri-gli-anni-dellaquila

Fabio Mauri, ‘Gli anni dell’Aquila’. Installation view. Foto: Roberto Marossi

«Qui si sperimenta in poco tempo l’ideologia falsa, l’abisso della superficialità istituzionalizzata, la tautologia del potere assoluto, la malignità intima della bugia nascosta nell’ordine, la vergogna della confusione culturale, l’irresponsabilità di chi avoca a sé la libertà di giudizio collettivo, l’inganno della giovinezza che porta grazia e fiducia a fare da preludio ad ogni proprio massacro».

Fabio-mauri-gli-anni-dellaquila

Fabio Mauri, ‘Gli anni dell’Aquila’. Installation view. Foto: Roberto Marossi

Lo scrive Fabio Mauri nel testo di sala distribuito a Roma la sera del 2 aprile 1971, la prima volta che questa performance venne messa in scena.

Con la regia di Giancarlo Gentilucci si sono vissuti 70 minuti come nel ’38. L’Europa che si preparava al più grande sfacelo della storia, che incalzava a suon di grancasse, mistificato da splendidi corpi sportivi che tutto facevano presagire fuorché al massacro ideologico di interi Paesi.

Alla fine della performance c’era gente che piangeva, altri invece che ne han goduto, questo significa che c’è ancora tanto da imparare.

Fabio-mauri-gli-anni-dellaquila

Fabio Mauri, ‘Gli anni dell’Aquila’. Installation view. Foto: Roberto Marossi

L’esigenza di questa azione arriva dall’esperienza vissuta con l’amico – per la vita – Pier Paolo Pasolini dei Ludi Juveniles fascisti che si tennero a Firenze in occasione della visita di Hitler nel 1938, lui allora aveva 12 anni. Una manifestazione che coinvolse l’Italia intera di allora, nella propaganda assoluta, rappresentata dalla magnificenza fisica di giovani leve.

Prende così vita la prima di quelle che Mauri definisce “azioni complesse”, portando per la prima volta in scena il tema dell’ideologia, che caratterizzerà fortemente tutto il suo lavoro successivo.

Fabio-mauri-gli-anni-dellaquila

Fabio Mauri, ‘Gli anni dell’Aquila’. Installation view. Foto: Roberto Marossi

Mentre in una conversazione fittizia tra i curatori (Marta Papini e Maurizio Cattelan) e l’artista ci viene svelato come questo lavoro sia maturato partendo da un’idea di mostra che non ha potuto realizzare allora. Siamo nel 1970 circa, e partendo da riflessioni legate all’esperienza del fascismo che non veniva più nominato, dandolo quasi come evento già assodato, perdente e archiviato, nacque in Mauri la necessità di ricercare oggetti attraverso i quali rappresentarlo. In questa fase trovò il possessore del microfono di Mussolini.

La ricerca di acquisto da parte di Mauri per il microfono fallì, lasciando in lui un tale desiderio di denuncia, eh sì, quella cara cosa che si dovrebbe verbalizzare più spesso, tale da creare un lavoro toccante e fondamentale, come quello riproposto oggi a L’Aquila, riportando alla luce la memoria di quell’esperienza nel 1938 a Firenze.

Riportare in scena le sensazioni contrastanti di chi quel periodo lo ha vissuto veramente è un’esigenza. La forza della bellezza, la malia del potere, accanto a canzoni fasciste e al rumore di aerei e di bombardamenti. Una memoria da non dimenticare, un passato capace di ritornare. Una denuncia di allora, ma attualissima oggi, un monito per non rimanere in tribuna fermi a guardare incantati dall’inganno di un artificio esperto.

Fabio-mauri-gli-anni-dellaquila

Fabio Mauri, ‘Gli anni dell’Aquila’. Installation view. Foto: Roberto Marossi

La mostra vera e propria è a Palazzo Ardinghelli, sede de L’Aquila del MAXXI, dove si possono trovare opere cruciali del lavoro di Mauri, e i temi fondamentali della sua ricerca: il fascino delle ideologie, i meccanismi della propaganda, il potere delle immagini.

Molte le installazioni, tra le quali una sezione immersiva dove trovare le opere appartenenti alla serie degli arredi Arierwiege (1995). Accolti da pareti color arsenico, tra mobili e arredi, compaiono oggetti marchiati “ariani” di varia natura e tipologia: il servo muto con il completo da uomo, le lenzuola e i cuscini del letto matrimoniale, la valigia (Dieser Koffer ist arisch), la radio a valvole, il metro da sarta (Arisch Meter), l’estintore, la borsa del medico (Dr. Caligari, medico ariano), fino alle mascherine (Aryan mask). Tutto marchiato con la scritta: «io sono un ariano», e volto all’assurdità di una classificazione razziale delle cose, da quelle più nobili a quelle più semplici e quotidiane.

Mauri scriveva a proposito della bugia del fascismo: «In cui il mare era il mare. La luna era la luna. E entrambe erano fasciste».

Al centro del percorso espositivo vi è Io sono un ariano, pubblicato nel 2009 da Edizioni VOLUME!, ultimo progetto editoriale dell’artista, un diario di sole immagini che crea una linea temporale dove si raccontano la vita e le opere di Fabio Mauri. Intorno a questa linea la disposizione delle opere non segue un ordine cronologico o filologico, ma si sviluppa come una sequenza di immagini costruita attraverso associazioni visive, risonanze e contrasti.

Opere, installazioni, fotografie e azioni mettono costantemente alla prova il rapporto tra la responsabilità di chi produce le immagini e di chi le osserva. Lo spettatore non è mai posto in una condizione di neutralità, ma è chiamato a confrontarsi con le ambiguità, le rimozioni e gli oblii della Storia. Questa una delle forze dell’opera di Mauri.

Sul suo pensiero, e filosofia, c’è molto da dire e da leggere. Il catalogo ragionato da poco uscito per Allemandi e curato da Carolyn Christov-Baghiergev, è una fonte lucida sul suo pensiero per chi lo volesse approfondire.

Il perché un’idea si insinua e prende forma è un segreto della mente. È l’insieme della miriade di pensieri, memorie, sensazioni vissute, sentimenti, paure, barlumi di luce e d’istinto intuitivo che la compongono. Credo che possa essere così che la volontà dell’idea giusta, quella della forza critica e del valore civile, si manifesta nella mente di un artista. E solo chi ci è passato attraverso ha potuto avere la forza e la lucidità per raccontarlo.

A estendere la presenza della mostra nello spazio urbano sono tre tombini in bronzo scelti da Maurizio Cattelan e Marta Papini come lascito permanente alla città: un gesto che affida allo spazio pubblico la memoria dell’Aquila Capitale italiana della Cultura e della mostra dedicata a Fabio Mauri, attraverso i simboli dell’aquila e dell’iconico rosone della Basilica di Collemaggio. Collocati in Piazza Duomo, Piazza Palazzo e via Verdi, gli interventi trasformano un elemento ordinario del paesaggio urbano in una presenza artistica destinata a rimanere nel tempo, creando un ulteriore punto di contatto tra la storia di Fabio Mauri, quella dell’Aquila e lo sguardo curatoriale.