Tom Morello, la storia siamo noi | Rolling Stone Italia
Suonarle al potere

Tom Morello
La storia siamo noi

Le cose non cambiano da sole, è la gente che deve mobilitarsi. Dal caso Ed Sheeran al festival Power to the People, passando per Springsteen, i Rage e i Dem americani, intervista politica a un musicista fieramente antifascista

Foto: Griffin Lotz per Rolling Stone US

Tom Morello ha iniziato il 2026 con un concerto di protesta a Minneapolis, a marzo è salito sul palco con Bruce Springsteen e la E Street Band nel tour anti-Trump, a ottobre ha pubblicato il suo album più heavy degli ultimi anni, Everyone Gets Everything They Want, e ha organizzato Power to the People, il festival all-star che si è tenuto alla vigilia delle elezioni di metà mandato. A 62 anni d’età è bello carico, ma come dice lui, «come si fa oggi a non esserlo?».

Dentro Everyone Gets Everything They Want c’è pure il lato cantautorale di Morello, che in Soldier in the Army of Love si cimenta anche col rap. Tra gli ospiti figurano Serj Tankian nella decisamente Rage-iana Adjourn It, i Kneecap e il figlio Roman Morello, chitarristaì prodigio di appena 15 anni.

Abbiamo incontrato Tom Morello per parlare di politica, della controversia che ha coinvolto Ed Sheeran e del nuovo album «che raccoglie tutto ciò che sono come artista e tutto ciò che so fare come chitarrista».

Il tuo primo disco rock, il festival… come sempre, non stai fermo.
Già. In quanto al disco, sarà probabilmente l’ultimo che farò prima che ci sbattano tutti in galera, quindi tanto vale sfruttarlo al massimo. E poi c’è il festival, che arriva in un momento cruciale per la nostra democrazia: stiamo facendo quello che possiamo coi mezzi che abbiamo.

Nel disco dici di essere finito in una lista nera. Lo pensi davvero?
Esserci sarebbe un onore. Viviamo in un’epoca in cui, se ha l’aspetto del fascismo, se parla come il fascismo, se agisce come il fascismo, se mente come il fascismo, se uccide come il fascismo, fratelli e sorelle, allora è fascismo. Proprio oggi Trump ha annunciato che avrà una sua rete televisiva statale per dare le notizie come vuole lui. A questo punto, chi non è sulla lista nera è perché non sta facendo abbastanza.

Tu stesso però ami molte band che si tengono lontane dalla politica, dai Judas Priest ai Rush. Detto questo, che idea ti sei fatto della vicenda di Ed Sheeran?
Per certi versi è una distrazione, per altri è il cuore stesso della questione. È una distrazione perché Ed Sheeran non è una vittima, non è su di lui che dovremmo concentrarci, così come non dovremmo concentrarci su Macklemore. I crimini di guerra che Macklemore ha portato all’attenzione col suo discorso dal palco dovrebbero essere il nostro principale motivo di preoccupazione. Non dovremmo farci distrarre dal fatto se Ed Sheeran piange oggi o domani. D’altra parte, la questione tocca il cuore del problema: l’idea che una manciata di miliardari della classe dominante possa decidere quali opinioni è lecito esprimere su un palco è molto preoccupante, è un segno dei tempi che stiamo vivendo. Chi decide qual è la verità? Chi decide chi può dire cosa? Poche persone straordinariamente ricche pensano di poter decidere tutto, in ogni circostanza. E io non sono d’accordo. Siamo a un punto di svolta per la nostra democrazia e penso che a decidere se le cose debbano andare avanti così oppure no saranno persone come te e come me. La storia non è una cosa che semplicemente accade: siamo noi a farla. Non è certo il momento di essere neutrali.

L’attenzione riservata a Sheeran è quindi una distrazione?
Sì, al 100%. È giusto criticarlo e anche duramente, perché lo merita, ma non è su di lui che dovremmo concentrare l’attenzione. Il punto è che i soldi delle tasse che paghiamo io e te vengono usati per commettere orribili crimini di guerra in Medio Oriente. E credo che sia questo il problema su cui dovremmo concentrarci e una cosa che dovremmo fare tutto il possibile per fermare. Il resto è roba da clickbait, è sensazionalismo: «Oddio, povero Ed Sheeran». Anzitutto, Ed Sheeran non ha mai visto un’esibizione di Macklemore negli ultimi tre anni? Avrebbe dovuto sapere benissimo a cosa andava incontro. E c’è un aspetto collegato a tutto questo: viviamo in un tempo in cui la parola viene demonizzata ed esprimersi è un crimine, dire la verità è un crimine, il colore della pelle è un crimine, essere immigrati è un crimine, il genere è un crimine, l’orientamento sessuale è un crimine. Ma il vero crimine è l’ascesa dell’autoritarismo, il vero crimine è la progressiva erosione delle libertà, il vero crimine è l’imminente disastro ambientale. Per questo, a ogni mio concerto, affido al pubblico il compito di diventare una squadra di combattenti antifascisti. È davvero così che, secondo me, dobbiamo guardare al mondo in questo momento: quali sono i veri crimini che stanno avvenendo e che cosa possiamo fare, tu e io, per fermarli?

«La storia non è una cosa che semplicemente accade: siamo noi a farla»

Adesso che ti ho fatto scaldare, parliamo di Power to the People (l’intervista è stata realizzata prima del festival, ndr). Qual è l’obiettivo principale?
Non è uno slogan promozionale, né un’esagerazione dire che è un festival di pace, amore, giustizia e musica. In un’epoca in cui la guerra viene celebrata, questo è un festival di pace. In un’epoca in cui odio e divisione dilagano, questo è un festival dell’amore. In un’epoca in cui l’ingiustizia è la norma, questo è un festival che celebra la lotta per la giustizia. In un’epoca in cui c’è tanta musica di merda, su quel palco ci sarà tanta musica fantastica. Insomma, puntiamo a fare l’en plein, quattro su quattro.

Hai tenuto conto delle elezioni di metà mandato quando hai fissato la data?
La mia cara madre Mary Morello, scomparsa a 102 anni, era una donna impegnata politicamente e diceva che bisogna combattere i fascisti in ogni modo possibile. Uno di questi modi è votando. Non è l’unico e non bisogna pensare che, una volta votato, il lavoro sia finito. Il voto è una delle mosse sulla scacchiera: bisogna cercare di creare le condizioni affinché, nel periodo tra un’elezione e l’altra, si possa lottare per un mondo più giusto, più pacifico, più equo. Quindi, il festival si tiene tre settimane prima delle elezioni di midterm? Sì. I proventi saranno destinati a organizzazioni che difendono il diritto di voto? Sì. Il festival però riguarda una cosa più grande. Riguarda il mondo in cui vuoi vivere e se sei disposto a lottare per questo o ti accontenti di quello che gli oligarchi ci servono su un piatto d’argento.

Vorrei tornare tra un attimo sulla questione del voto, ma prima volevo dirti che mi dispiace la perdita di tua madre. Mi chiedevo se la sua scomparsa ti abbia dato una nuova motivazione.
La sua stessa esistenza mi ha dato la carica fin da quando ero bambino. Ha fatto una vita umile, ma piena di ideali e forza. Quando una persona entra nella fase finale della propria vita, passi molto tempo con lei e ti concentri soprattutto sulla sua salute. Ma quando mia madre è morta, ho ricevuto messaggi da alcune adolescenti rifugiate in Afghanistan, che erano state ispirate dalla sua vita. Ho ricevuto un messaggio dal presidente del Cile, che nel 2010 era stato nel pogo di un concerto dei Rage Against the Machine e aveva seguito la storia di Mary Morello. Alcuni dei miei artisti preferiti hanno osservato un minuto di silenzio durante i loro concerti in memoria di questa vecchietta dell’Illinois che non aveva mai avuto altra ambizione se non quella di cercare di aiutare gli altri, dando da mangiare ai senzatetto sulla veranda di casa durante la Grande Depressione o partecipando alle manifestazioni contro le guerre per il petrolio negli anni ’80 e ’90. Per il suo centesimo compleanno aveva due desideri. Il primo era dare da mangiare ai senzatetto alla Midnight Mission, a downtown Los Angeles. Il secondo era partecipare al picchetto dei lavoratori degli hotel in sciopero insieme al sindacato Unite Here, cosa che ha fatto sulla sedia a rotelle. Mi manca moltissimo. È sempre stata il membro più radicale e popolare della famiglia Morello, su questo non ci sono dubbi.

In pratica era una autentica Tom Joad.
È incredibile, sì. Non hai tutti i torti. Io la vedo così: ogni volta che qualcuno si fa avanti senza aspettarsi alcun riconoscimento, ogni volta che si batte per chi ha meno, mia madre è lì. Ogni volta che un genitore permette a una rumorosissima punk band di provare in cantina, mia madre è lì. Ogni volta che una persona bianca si schiera contro il razzismo o in difesa dei diritti degli immigrati, Mary Morello è lì.

Hai realizzato il disco dopo la sua morte?
No, no, no. Ha fatto in tempo ad ascoltarlo prima di morire. Sono riuscito a farglielo sentire nell’ultima settimana, più o meno, della sua vita. E mia madre ha sempre avuto opinioni molto schiette sulla musica che ho fatto. Quando avevo 17 anni provavo nella sua cantina, viveva proprio accanto al mio studio. Quando aveva 100 anni, provavo ancora nella cantina di mia madre e lei commentava le canzoni che le piacevano di più e quelle che le piacevano di meno. Per fortuna, questo disco ha ricevuto la sua approvazione.

A New York, settembre 2026. Foto: Griffin Lotz per Rolling Stone US

L’album è una specie di compendio di tutte le cose che hai fatto nel corso della carriera, che sono più di quanto ci si immagina.
Da una parte, è il disco più heavy che abbia fatto dai tempi del primo dei Rage, su questo non ci sono dubbi. Volevo realizzare un disco pieno di riff potentissimi, ma era solo uno degli obiettivi. L’altro era che amo Darkness on the Edge of Town, Nebraska e i primi dischi di Dylan, e il mio lato folk alla Nightwatchman, quello dei concerti al Cafe Wha?, è ancora vivo e vegeto. L’idea, però, era fare un disco bello pensante e la mia fonte di ispirazione è stato mio figlio Roman, che ha 15 anni ed è stato in tour con me nelle ultime tre estati. Me ne stavo con l’orecchio incollato alla porta della sua stanza cercando di rubargli i riff migliori per questo disco. Ha contribuito a cinque canzoni dell’album e abbiamo appena finito una serie di concerti. Non sono mai stato così entusiasta, né sono mai stato così felice di suonare e scrivere musica come lo sono adesso.

Quali sono i suoi riff, in questo disco?
Soldier in the Army of Love, poi Adjourn It che è la canzone con Serj Tankian, Unconquered e un altro paio. Ma la cosa interessante del prendere in prestito i riff di Roman è che lui chiaramente conosce il mio catalogo, ha il dna dei riff alla Morello, ma li guarda attraverso una lente completamente diversa. C’è qualcosa di familiare, li senti e pensi: «Cazzo, è un riff fantastico, avrei voluto scriverlo io». Ci divertiamo da matti a suonare. Poi lui torna a essere il ragazzino umile di 15 anni che è, dopo aver suonato come un pazzo. È una cosa speciale.

Quando parli di una lente diversa cosa intendi? Qual è questa lente?
La sua individualità. Tanto per cominciare, i miei figli non sapevano davvero che lavoro facessi. Non ho mai messo su un disco dei Rage per loro. Non ho mai messo su un disco degli Audioslave per loro. Ero semplicemente papà, quello che li accompagnava alle partite della Little League di baseball. Poi, nel 2022, i Rage sono tornati in tour. Una sera non avevamo nessuno che potesse occuparsi dei bambini, ho dovuto portarli in sala prove, tra proteste e pianti. Hanno ascoltato i Rage Against the Machine per la prima volta lì, in mezzo alla musica, e hanno pensato: «Ah, quindi papà non è solo quello che dorme fino a tardi». Poi sono venuti in tour quell’estate e sono passati dall’ascoltare qualche artista K-pop, questo e quello, a immergersi completamente nei cataloghi dei Sabbath, degli Zeppelin e dei Rage Against the Machine.

Tu hai iniziato a suonare molto più tardi di quanto abbia fatto Roman.
Sì, io a 17 anni.

Quindi è più avanti di te.
Molto più avanti. Ha una padronanza tecnica dello strumento che io non ho mai nemmeno sfiorato.

«Non riuscire a tenere insieme i Rage è stato un fallimento»

Ti fa riflettere sul rapporto tra natura e cultura? Cioè, se tu avessi iniziato prima, saresti ancora più bravo?
Ognuno ha il suo percorso. Le basi di qualunque talento chitarristico io abbia o di qualunque successo creativo io abbia ottenuto sono nate tutte dai fallimenti. Il primo è stato quando ho ricevuto una chitarra a 13 anni. Ho preso due lezioni e ho fallito. Volevo imparare Black Dog dei Led Zeppelin e Detroit Rock City dei Kiss. Loro volevano insegnarmi la scala di Do maggiore e come accordare la chitarra. Io ho detto: «No, grazie». La chitarra ha preso polvere per quattro anni, finché non ho comprato la cassetta dei Sex Pistols. Quindi il fallimento delle lezioni mi ha fatto scoprire la possibilità di trovare una strada autonoma con la chitarra. Poi c’è stato il fallimento successivo. Ho ricevuto il mio primo stipendio lavorando per il senatore Alan Cranston, negli anni ’80. Mi sono fatto costruire una chitarra su misura ed era la peggiore chitarra di tutti i tempi. Non sono riuscito a ottenere una chitarra capace di produrre il suono che volevo. Alla fine ho smesso di cercare di comprare attrezzatura e roba del genere e ho semplicemente deciso che il suono che avevo, un suono imperfetto, il suono di una specie di giocattolo malandato sarebbe stato il mio suono e avrei creato musica con quello. Quella chitarra è la stessa che ho suonato su 22 dischi.

Il fallimento successivo, quello davvero importante, è stato quando mi sono trasferito a Hollywood per diventare una rockstar e incidere dischi. Ho ottenuto un contratto con la Geffen con la mia band, i Lock Up, che avevo prima dei Rage Against the Machine. Abbiamo fatto un disco con quello che è forse il peggior titolo nella storia della musica occidentale: Something Bitchin’ This Way Comes. Poi la casa discografica ci ha mollati senza troppi complimenti. Non abbiamo avuto nemmeno 15 minuti di celebrità. Abbiamo avuto 15 secondi in cui la gente ci richiamava al telefono. Avevo 27 anni. Non ero riuscito a fare quello che volevo. Non sarei diventato una rockstar, non avrei fatto dischi, ma ero ancora un musicista. Avevamo fatto tutto quello che ci chiedevano, il produttore sapeva cosa fosse meglio per noi, il responsabile A&R sapeva cosa fosse meglio per noi, ma non aveva funzionato. Così ho fatto un voto solenne: non avrei mai più suonato una singola nota che non sentissi veramente mia. Ed è allora che ho iniziato a scrivere i riff che sarebbero confluiti, almeno in parte, nel primo disco dei Rage Against the Machine.

L’ultimo fallimento decisivo è stato non riuscire a tenere insieme quella band. Mi vedevo un po’ come uno destinato a stare in un’unica band, tipo Jimmy Page, sei nei Led Zeppelin e quella è la tua band. Non è andata così e l’ho vissuto come un fallimento enorme. Voglio dire, il sogno si è realizzato, puoi portare avanti la politica in cui credi e fare la musica che ami, sei sulla copertina di Rolling Stone, e poi tutto svanisce. Però quella porta chiusa ha aperto la strada agli Audioslave, a Bruce Springsteen, alle collaborazioni, a Joan Baez, ai Wu-Tang Clan, fino a suonare oggi con mio figlio in quella che è la più grande esperienza musicale della mia vita. Una porta si è chiusa e si sono aperte un milione di bellissime finestre.

Ti senti responsabile del fatto di non essere riuscito a tenere insieme la band? Sembra quasi che tu stia dando la colpa a te stesso.
Mi assumo la responsabilità di tutti quei fallimenti, che sono stati la cosa migliore che potesse capitarmi.

Tom Morello - “ADJOURN IT”

La prima volta che ti ho visto alla guida di una rock band è stato con la E Street Band, quando hai duettato con Bruce Springsteen in The Ghost of Tom Joad.
La differenza con oggi è che all’epoca mi piaceva essere un cantautore folk. Suono molti assoli di chitarra in molti dischi e ho realizzato molti dischi pieni di chitarre, ma suonare l’assolo di 82 battute di The Ghost of Tom Joad mi ha riportato alla chitarra elettrica. Mi sentivo molto a mio agio nel cantare canzoni sulla giustizia sociale, ma farlo nel contesto di una band lanciata a tutta velocità e con un assolo di chitarra infuocato è stato per certi versi un passaggio fondamentale sulla strada che mi ha portato a Everyone Gets Everything They Want. Questo è il 22esimo disco della mia carriera, se contiamo quelli con Springsteen, i Prophets of Rage e tutti gli altri. Ogni cosa che ho fatto mi ha portato qui. Questo è il disco che riassume tutto ciò che sono come artista e tutto ciò che so fare come chitarrista. E forse, cosa ancora più importante, tutto ciò che so fare come curatore di esperienze artistiche, che sia su un palco o in una canzone.

Nel disco ci sono persino uno o due momenti in cui fai qualcosa di simile al rap.
Sì, Soldier in the Army of Love, come Joe Strummer in Sandinista!, non mi considererei mai un rapper, ma a volte mettere in fila parole che fanno rima e che esprimono idee forti non mi dispiace.

Hai dovuto convincere te stesso per farlo?
No, no. Se  scrivi qualcosa che ritieni vero, non ti serve. Lo fai e basta.

Ci sono anche ballate che mi fanno pensare, più che mai, a un incrocio tra Leonard Cohen e Roger Waters.
Beh, è la natura di quelli che hanno la fortuna e la sfortuna di avere una voce da baritono profonda, ma sono ovviamente un grandissimo fan di Cohen, dal punto di vista dei testi, dei temi, del canto. E I’m Not Yours to Command, che è la prima canzone al pianoforte che ho scritto per questo disco e che forse sorprenderà qualcuno, si muove decisamente in quella direzione.

Avere Roman lì, in qualche modo sempre nei tuoi pensieri, a darti una piccola spinta, ti fa venire voglia di esercitarti di più? Come funziona?
In realtà la vedo come una cosa complementare a quel che faccio. Dal vivo è bello riuscire a spostare l’attenzione. Ieri sera, per esempio, suonava quei due assoli in Mr. Crowley e la gente era lì a bocca aperta. Puoi chiamarlo nepotismo, ma non credo sia nepotismo se tuo figlio è così dannatamente bravo.

Ho visto alcuni concerti del tour con Springsteen, sono stati grandi show rock’n’roll. Avevi già suonato con la E Street Band, ma questa volta era diverso. Cosa ti porti dietro da quel tour? E cosa c’era di diverso?
La scintilla del tour è partita da un concerto benefico che ho fatto per le famiglie di Renée Good e Alex Pretti. Ho chiesto a Bruce di partecipare. In quel periodo stavamo parlando anche di organizzare il concerto Power to the People e credo che siano stati quegli omicidi ad accendere qualcosa, non solo negli artisti, ma nella gente di tutto il Paese. Era come se tutti dicessero: «Questa è una cosa seria. Il governo sta uccidendo impunemente cittadini americani per strada. Che cosa hai intenzione di fare?». Così io e Bruce abbiamo iniziato a parlare, lui aveva scritto Streets of Minneapolis e mi ha chiesto di farla al concerto. Me l’ha mandata e ho pensato: «È meravigliosa». Lui temeva che fosse forse troppo esplicita, che dicesse le cose troppo chiaramente, e io gli ho fatto notare che ha fatto 40 dischi pieni di grande poesia sfumata e ricca di sottintesi, e che a volte è giusto anche prenderli a calci nei denti. Ha pubblicato la canzone e mi ha richiamato: «Ho una buona notizia e una cattiva notizia. Quella buona è che la canzone è al numero uno su YouTube in tutto il mondo, quella cattiva è che non verrò al concerto di Minneapolis». E io: «Cosa? Ma perché?». È un tipo molto riflessivo, non voleva che sembrasse che stesse usando il concerto per promuovere la canzone, come se volesse spingerla in qualche modo. Ne abbiamo parlato a lungo. Io gli dicevo: «Dal punto di vista di chi fa attivismo, quelle persone potrebbero aver bisogno di te in quel momento. La tua presenza potrebbe dar loro la forza di andare avanti».

La svolta è arrivata quando ero in auto con mio figlio maggiore, Rhoads. Era interessato a quello che stava succedendo nel Paese e a un certo punto mi ha detto: «Papà, sai chi sarà felicissimo se Bruce Springsteen non verrà a Minneapolis? L’Ice». Bruce ha sentito e ha detto una cosa tipo: sai proprio come rigirare il coltello nella piaga. Alla fine è venuto. Ho suonato a moltissimi dei suoi concerti e Bruce ne ha fatti da 20 su una scala da 1 a 10, a livello emotivo. Ma in quella sala c’era qualcosa di diverso: la sensazione che fossimo coinvolti in una battaglia, proprio in quel momento, e che potessimo fare la differenza. Un paio di giorni dopo il suo manager mi ha chiamato: «Che fai ad aprile e maggio?». Portare l’energia di quella sala in 20 palazzetti è stato un colpo di genio da parte sua, ed è stato un onore farne parte. E sentire la natura intransigente, senza compromessi di quei concerti, proprio nel momento in cui, si spera, le cose stanno cambiando…

Sono curioso di sapere se hai avuto a che fare con la scelta di Clampdown.
La prima volta che abbiamo suonato Clampdown è stato nel 2014 su mia proposta, ma questa volta è stata un’idea di Bruce riportare al centro della scaletta quella che è la più grande canzone antifascista dei Clash e farne uno dei momenti centrali dello show.

Bruce Springsteen and the E Street Band: Land of Hope and Dreams American Tour (Philadelph...

Mi domando se consideri il tuo rapporto con Bruce in qualche modo rappresentativo del mondo in cui la sinistra moderata e quella radicale possono cercare un terreno comune e collaborare.
Al 100%, è una descrizione assolutamente corretta. È importante capire che siamo tutti sulla stessa barca. Molto dipende dall’identificare con precisione qual è il problema in questo momento e come affrontarlo. Il problema non sono gli atleti transgender, capisci cosa intendo? Il problema è che le persone che possiedono e controllano il mondo non ne hanno il diritto. Non agiscono nel tuo o nel mio interesse. Mi sorprende che per le strade non ci siano forconi, torce e ghigliottine, considerando che siamo credo al 35esimo posto tra i Paesi industrializzati per povertà infantile, al 36esimo per alfabetizzazione, al 54esimo per mortalità infantile, primi per numero di detenuti, primi per debiti studenteschi e sanitari, primi per quantità di denaro dei contribuenti destinata a commettere crimini di guerra nel mondo. Cioè, ma che cazzo?! Siamo arrivati al punto in cui è adesso o mai più: è in gioco anzitutto l’equilibrio del pianeta, la salute e il benessere di miliardi di persone sono appesi a un filo, non è il momento di discutere solo di Ed Sheeran o degli atleti transgender. È il momento di ribellarsi e fare qualcosa.

Tu e Bruce parlate dei vostri diversi punti di vista sulla politica?
Sulle questioni che contano siamo allineati. Oltre a Power to the People ho organizzato molti concerti più piccoli, credo che sia importante creare uno spazio ampio e accogliente, capisci cosa intendo? Il criterio è semplice: sei a favore o contro il fascismo negli Stati Uniti? Metti una crocetta. Se la crocetta è sulla casella giusta, il palco è anche tuo.

Tornando al voto, a sinistra c’è chi tende a dire che non conta, che non vale la pena andare a votare, che tanto i due schieramenti sono uguali. Cosa risponderesti a una persona di sinistra che ti dicesse: «Ascolta, amico, io ascolto i Rage Against the Machine e so che i politici sono tutti uguali. Il punto è abbattere il sistema di potere. Non importa per chi voti. Io quindi non voto»?
Da una parte penso che ribellarsi significhi prendersi cura di sé, ma a questa domanda ho già risposto. Mary Morello aveva ragione al 100%: bisogna fermare i fascisti in ogni modo possibile. Prima di tutto, ci sono moltissime persone che rispetto profondamente e di cui ammiro i sacrifici fatti affinché persone col colore della mia pelle potessero votare in questo Paese. Alcune sono morte, altre sono state linciate, altre ancora si sono beccate un proiettile nella schiena. E comportarsi in questo modo significa mancare di rispetto alla loro memoria. Ma questo, da solo, non cambierà in modo significativo i meccanismi del potere. Non li cambierà, no. Bisogna votare, ma il giorno dopo mettersi al lavoro ancora più duramente per il mondo che vuoi, senza compromessi e senza chiedere scusa. Non puoi semplicemente affidare questo compito al politico democratico di turno vicino alle multinazionali per il quale hai votato turandoti il naso. Devi contribuire a costruire il mondo che pensi sia possibile, aiutare chi ha più bisogno e chiamare a risponderne chi ha le maggiori responsabilità.

«Non è il momento di discutere di Ed Sheeran, ma di ribellarsi e fare qualcosa»

Pensi che le persone di sinistra avrebbero dovuto votare per Kamala Harris?
Ho le idee chiarissime su questo: la coscienza di una persona non può permetterle di fare qualcosa che ritiene fondamentalmente sbagliato. Ho curato l’agenda del senatore Alan Cranston. Ho visto da vicino come fanno le cose nel Partito Democratico al servizio delle multinazionali. È peggio di quanto pensiate. E c’è un motivo, c’è una rabbia sacrosanta contro il sistema elettorale controllato dalle grandi aziende e dal denaro, ed è una rabbia legittima. Non si può chiedere alle persone di votare turandosi il naso – lo capisco – per una candidata che ritengono responsabile di ciò che è successo a Gaza. Non riescono a farlo e io di certo non li biasimo. Credo che scaricare la responsabilità su di loro sia la cosa più codarda che si possa fare. Bisogna prendersela con quel cazzo di Partito Democratico. Prima di tutto, non credo che sia una responsabilità che spetti a loro e non penso che il Partito Democratico farà necessariamente sempre la cosa giusta, ma credo che sia responsabilità di tutti noi contribuire a costruire il mondo che vogliamo, invece di puntare il dito contro chi dice semplicemente: «La mia coscienza non mi permetteva di farlo, quindi è colpa tua». Io non avallerò mai una posizione simile.

Hai votato per Kamala?
Certamente no.

Non hai votato per lei?
No, non potevo farlo.

Non lo sapevo.
V for Vendetta, quel centimetro di te che ti appartiene è tuo e loro non possono portartelo via. Vivo in uno Stato in cui forse il mio voto non avrebbe cambiato alcunché, ma non riuscivo a farlo. Non potevo.

Quand’è stata l’ultima volta che non hai votato per il candidato democratico?
Non riesco neanche a ricordarlo.

Wow, pensavo ti fossi ammorbidito un po’.
Non riesco a ricordare l’ultima volta.

Ecco, questo è un punto su cui non sei d’accordo con Bruce Springsteen.
Credo che lui stia facendo la cosa giusta, seguendo il suo orientamento politico e personale, e io faccio lo stesso. Io rispetto il suo punto di vista e credo che lui rispetti il mio.

Con i Rage Against the Machine. Foto: Kevin Winter/Getty Images

Parlando di metafore, è corretto anche dire che a sinistra c’è il luogo comune secondo cui si tende a dividersi in fazioni e a spaccarsi in gruppi?
Non è un luogo comune, è sempre andata così.

C’è chi dice che i Rage Against the Machine sono una metafora di questo atteggiamento. Tu come la vedi?
Questi sono i problemi di quella band, di cui non parlerò per non farti fare del clickbait. Ma no, la sinistra ha sempre avuto questo problema e uno dei motivi per cui faccio concerti come quelli che faccio è che si crea un piccolo pezzo del mondo che vorresti vedere realizzato. Crei una forma di unità. Crei una celebrazione della resistenza. Crei uno spazio in cui accogli persone che oggi sono dalla stessa parte perché amiamo questa musica e siamo contrari al fascismo. Mi sembra la strada da seguire.

Brad Wilk ha detto che i Rage non suoneranno mai più insieme. Sei d’accordo?
I Rage Against the Machine hanno pubblicato il loro ultimo disco 26 anni fa. I Rage Against the Machine hanno suonato 19 concerti negli ultimi 15 anni. Se dovesse tornare a essere un argomento, sarai il primo a chiamerò.

Però, avete suonato fino a pochi anni fa.
Sono stati 19 concerti negli ultimi 15 anni. Dirò questo. Anzi, esito persino a dirlo perché so come funziona il giornalismo. Possiamo parlare per ore di altre cose e poi il titolo sarà: “Tom Morello aggiorna i fan sui Rage Against the Machine”. Funziona. Davvero, non posso dire niente. Mi fermo qui. Se mai ci saranno novità sui Rage Against the Machine, saremo noi quattro a comunicarvele.

Parlami di cosa significa suonare dal vivo da solo. In che modo è diverso per te?
Questo disco è stato fortemente influenzato dai concerti che ho fatto negli ultimi quattro o cinque anni, durante i quali ho toccato tutto il mio repertorio. Amo e rispetto il fatto che in questo momento le persone hanno bisogno di sentire i riff dei Rage Against the Machine, ma sento il bisogno di onorare la memoria di Chris Cornell a ogni concerto e di suonare le canzoni degli Audioslave, e le cose dei Nightwatchman e i brani acustici mi sono molto cari. Non ci rinuncerò mai, ma allo stesso tempo non mi è mai piaciuto tanto suonare riff nuovi e cazzuti. Negli ultimi tre anni abbiamo suonato davanti a due o tre milioni di persone in tutto il mondo con la mia grande band, la Freedom Fighter Orchestra. Volevo fare un disco che lo rispecchiasse, un disco che restituisse la pesantezza dei riff, l’autenticità del mio punto di vista e il tentativo, in ogni canzone e in ogni luogo in cui suoniamo, di creare un piccolo pezzo del mondo che un giorno vorremmo vedere realizzato.

Volevo chiederti della storia vera dietro a Date Night.
Scrivo canzoni antirazziste per gli antirazzisti, canzoni antifasciste per gli antifascisti, nel caso di Date Night, canzoni antinaziste per gli antinazisti. Date Night racconta una storia vera, tre adolescenti olandesi durante la Seconda guerra mondiale sotto l’occupazione tedesca seducevano gli ufficiali nazisti per poi ucciderli nei boschi. Hannie Schaft ha iniziato la sua attività di guerrigliera a 14 anni. Le sue sorelle sono sopravvissute alla guerra e hanno vissuto fino a tarda età. Hannie è stata catturata, torturata e uccisa dai nazisti negli ultimi mesi della guerra, ma non ha mai tradito le sorelle. Ho scritto Date Night per ricordare loro, quegli eroi. Che assurdità, nel 2026 è diventato controverso cantare una canzone antinazista. La canzone ha suscitato parecchie reazioni negative. Pensavo che la questione fosse stata risolta, che fosse ormai assodato che i nazisti della Seconda guerra mondiale erano i cattivi e che chi li aveva combattuti e aveva resistito fosse dalla parte giusta. Nel 2026, invece, questa questione è tornata a essere oggetto di discussione.

Ho sempre pensato che da questa storia si potesse ricavare un film, ma almeno abbiamo avuto una canzone.
Sì, l’ho pensato anch’io. Sono andato da tutti gli studi cinematografici e le case di produzione di Los Angeles cercando di convincerli a farne una serie o un film, ma non è successo. Così l’ho scritta io.

Tom Morello - Date Night (ft. Roman Morello)

Continui a scrivere i riff sempre e soltanto su una chitarra acustica con le corde di nylon?
Adesso dipende. Il motivo per cui scrivevo i riff dei Rage e degli Audioslave su una chitarra con le corde di nylon era che, in un appartamento di Hollywood, non potevo accendere l’ampli Marshall a tutto volume quando mi veniva un’idea. Quindi sì, ho ancora una chitarra principale a casa, ora però è un’acustica con corde di metallo. È la vecchia chitarra di Wayne Kramer, che adesso è a casa mia, e quando scrivo nuovi riff cerco di evocare il suo spirito… quando non sto rubando quelli di Roman.

Quindi, scrivendo su un’acustica con corde di metallo ti sei avvicinato un po’ di più all’elettrica.
Sì, esatto, ma anche se è una chitarra acustica con corde di nylon o con corde di metallo riesco comunque a capire come suonerà a Reading con una band alle mie spalle.

Adesso scrivi qualche riff direttamente sulla chitarra elettrica?
Sì, a volte, per esempio Beth From Electronics, lo strumentale che apre il disco. Stavo registrando un assolo di chitarra per un’altra canzone e mentre il tecnico armeggiava con qualcosa ho suonato quello dall’inizio alla fine. Mi è venuto così, su due piedi. Gli ho chiesto: «L’hai registrato?». «Sì». «Allora apriamo il disco con questo». Quindi non è stato semplicemente scritto sull’elettrica: è stato scritto e registrato in una sola take.

Questa è una domanda che potrebbe essere la meno controversa o la più controversa: molti stanno abbandonando gli amplificatori fisici e usano simulatori digitali. E suonano pure bene. Tu cosa ne pensi?
Lo vedo. Primo, sono un tipo abitudinario, non ho mai usato una chitarra wireless o cose del genere. Non per una questione di purezza del suono. Suonava piuttosto bene nel ’92 e suona piuttosto bene nel 2026. Però devo dire che negli ultimi due concerti che ho fatto si sono guastati degli ampli sul palco e il mio tecnico di chitarra, che lavora con me da tantissimo tempo, mi ha proposto di avere almeno un’alternativa di riserva, qualcosa su cui poter contare. Ho detto di no.

Hai una posizione ideologica su questa cosa…
Esatto. La mia posizione più intransigente è che non userò il wireless e non userò nessuna di quelle cose.

Di recente hai detto che ci sono parecchie canzoni inedite degli Audioslave. Le ascolteremo prima o poi?
Non vedo perché no. Non c’è nessuno che ne impedisca la pubblicazione, ma non c’è nemmeno nessuno che la faccia succedere. Comunque sì, esistono. E, da fan, spero che un giorno potremo ascoltarle.

Ho l’impressione che, anche per via dell’enorme ombra proiettata dai Rage Against the Machine, gli Audioslave siano stati un po’ sottovalutati, nonostante il successo. Erano una grande band.
Non potrei essere più d’accordo sulla parte relativa alla grande band. Come dicevo, sono state una delle tante splendide finestre che si sono aperte quando i Rage si sono fermati nel 2001. Avere Chris Cornell, di cui ero e sono un grandissimo fan, diventare suo amico e suonare in una band con lui per sei anni è stato straordinario. E realizzare quelle canzoni con lui e con gli Audioslave è uno dei momenti più importanti della mia carriera.

Pensi che il nome della band non fosse l’ideale? Avreste potuto trovarne uno migliore?
Nessun nome di band è ideale, nessun nome è perfetto. Su questo ho le idee chiarissime. L’unica cosa di cui sono assolutamente sicuro è che il nome della band non conta, a meno che tu non ne scelga uno talmente respingente tipo Butthole Surfers da impedire alla gente di andare oltre e arrivare alla musica. Beh, quello forse li ha frenati, potrebbe averli frenati. Ma agli inizi dei Rage Against the Machine il nome era mal visto da tre quarti delle persone nella band, da tutti i nostri amici e pure dalla stampa. Il L.A. Weekly non riusciva mai a scriverlo correttamente. Spesso ci chiamavano Rage… com’era? Qualcosa tipo Rage and If the Machine. Alla fine però ha funzionato, non si è rivelato un nome alla Butthole Surfers.

All’epoca mi ero fatto l’idea che il nome Audioslave fosse il frutto di una discussione finita con un compromesso o qualcosa del genere.
(Ride) In realtà abbiamo registrato per intero il disco e poi la band si è sciolta prima ancora che uscisse. Quando abbiamo ricominciato a lavorare assieme, ci siamo detti: «Siamo una band? Allora ci serve un nome». Rick Rubin ci ha dato una grossa mano a far andare avanti la cosa. Audioslave era un’idea di Chris.

Audioslave - Cochise (Official Video)

Chi è un tuo modello nel modo in cui si guida una band?
Direi sicuramente Bruce, con cui mi sento in sintonia per un paio di motivi. Primo: non risparmia una goccia di sudore, né agli altri né a sé stesso. Secondo: a ogni concerto ha la determinazione a fare in modo che quello sia il miglior concerto possibile, per poi superarlo il giorno dopo. Terzo: magari sei emozionatissimo all’idea di vedere un concerto di Bruce Springsteen o di Tom Morello, ma nessuno in quella sala è più felice di esserci del tizio che è sul palco. Ai miei concerti, nessuno in sala è più felice di me.

Sei davvero molto carico, in questo periodo.
(Ride) Come si fa a non esserlo?

Se pensi a quando sono iniziati i Rage, era l’epoca di Clinton, per certi versi le cose sono peggiorate parecchio. Come fai a non cadere nella disperazione?
Non è così che la vedo. Basta studiare la storia. In passato ci sono state enormi disuguaglianze, grandi sfide, autoritarismo, fascismo, e la gente si è ribellata. Io sono fatto così: non penso «oddio, sono disperato perché le cose non sono migliorate». Anzi, grazie a Dio abbiamo fatto qualcosa. Chissà quanto peggiore sarebbe la situazione se non ci fossimo ribellati, ognuno di noi. E non parlo solo di me o della mia band: parlo delle persone che, nel loro tempo, hanno deciso di agire. Anch’io traggo continuamente ispirazione da quello che vedo fare agli altri. E non credo che spetti a un musicista di 62 anni decidere come avverrà la rivoluzione. Saranno i ragazzi ad avere le idee in grado di cambiare il mondo o di farlo precipitare nell’abisso. Io sono qua per fornire la colonna sonora.

«Tocca ai ragazzi cambiare il mondo, io sono qua per fornire la colonna sonora»

Mi chiedo se non ti lasci scoraggiare dagli eventi attuali anche perché hai visto arrivare Trump prima di altri.
Per certi versi sono rimasto sorpreso da alcuni aspetti. Ci sono cose che puoi e altre che non puoi controllare. Puoi controllare ciò che pensi e ciò che fai, poi il mondo fa il suo corso e tu reagisci a quel che succede. Sì, amo Randy Rhoads e amo i Clash, ma le mie ispirazioni erano le Pantere Nere e il movimento Weather Underground, capisci? E quindi l’idea di poter cambiare il mondo e combattere. Essere un chitarrista è stata sia una benedizione che una maledizione. Non l’ho scelto io, è stata la chitarra a scegliere me. E quindi ormai sono fregato, e il punto è trovare un modo per far confluire le mie convinzioni nel mio lavoro. È quello che faccio da 35 anni. Ci sono ben altri percorsi attraverso i quali avrei potuto avere un ruolo più incisivo nel determinare il corso della storia, ma questa è la mano che mi è stata servita, è la cosa che so fare meglio, è quella che mi piace di più e non riuscirete a fermarmi.

Voglio chiederti delle azioni dei Weather Underground e fino a che punto tu le condivida.
Beh, prima di tutto Bernardine Dohrn e Bill Ayers sono i fantapadrini dei miei figli. Sono tra le persone migliori che esistano al mondo, sai? E Zayd Dohrn e io abbiamo scritto insieme il musical Revolutions.

Ma hanno rinnegato alcune delle loro azioni, giusto?
Sì, sì. Ma, a differenza delle amministrazioni democratiche e repubblicane, loro non hanno ucciso milioni di vietnamiti, ed era proprio quello contro cui si sono ribellati e per cui hanno combattuto. Ed erano bianchi che si sono schierati contro i suprematisti in un modo che forse nessuno aveva fatto dai tempi di John Brown. E questa sì che è una cosa ammirevole.

Da Rolling Stone US.