Per molto tempo guardare una serie tv non voleva dire solo sedersi sul divano e godersi lo show: c’era il rito dell’aspettare una settimana tra un episodio e l’altro e, nell’attesa, parlarne con qualcuno. Commentare era un rituale collettivo, esploso definitivamente con Lost e Game of Thrones, ma che nasce molto prima, in luoghi ormai disabitati chiamati forum.
Ma prima di fare un flashback e parlarvi di quei tempi antichi in cui estranei formavano community attorno alle serie tv, prendiamo l’ultimo fenomeno globale che ci ha visti più o meno tutti incollati al servizio di streaming, ossia Stranger Things. In un’epoca frammentata, in cui l’abbondanza di contenuti e gli algoritmi di raccomandazione ci portano spesso a guardare tante cose diverse rispetto anche solo al nostro gruppo di amici, la serie dei fratelli Duffer è stata l’ultima volta in cui abbiamo visto tutti (o quasi) insieme la stessa cosa. Un po’ è successo perché Stranger Things nasce agli albori dei servizi di streaming, dieci anni fa, quando ancora i prodotti seriali venivano trattati non solo come contenuti da pubblicare e spremere il più possibile per merchandising e correlati. Questo ha permesso allo show di essere l’ultimo della sua stirpe , quando si parla di visione condivisa; e forse uno dei primi ad essere diventato un prodotto commerciale potentissimo.
Quando ho finito di guardare gli ultimi minuti dell’episodio finale, già in preda alla nostalgia per quel mondo e per quei personaggi che ho visto crescere insieme a me, sono corsa a controllare l’app TV Time per leggere i commenti all’episodio, e poi su Reddit. Per chi ha vissuto la combo serie tv-forum, è la cosa più vicina a quei tempi ormai andati. Poi sono andata su TikTok per guardare qualche fanvideo. Ma non c’era più, quella cosa di una volta.
Per capire cosa abbiamo perso bisogna tornare al 2004, quando un incidente aereo fece finire degli sconosciuti su un’isola sperduta e milioni di persone iniziarono a farsi domande. Lost era un enigma da risolvere in compagnia, ogni episodio lasciava più misteri di quanti ne chiudesse e il momento dell’attesa – quello che fino ad oggi ogni servizio in streaming temeva a causa della possibile perdita di clienti – era un periodo di forte engagement , volendo utilizzare un termine commerciale.
Ci si collegava sul web per formulare teorie, scrivere fanfiction o fanart, si tornava sui dettagli fotogramma per fotogramma e si faceva amicizia. Quel lavoro collettivo aveva dei luoghi precisi: c’erano i forum, c’erano i blogger che recensivano ogni puntata e che diventavano piccole celebrità tra i fan, e c’era Lostpedia, l’enciclopedia scritta dagli spettatori dove ogni indizio veniva catalogato e discusso. Lo studioso Jason Mittell, che di Lostpedia è stato anche amministratore, ha chiamato questo modo di guardare “forensic fandom“: non solo seguire la storia ma anche indagarla, scavando sotto la superficie per capire come era costruita.
Non era un fenomeno isolato, e non nacque con Lost. Prima c’erano state le comunità di Twin Peaks e X-Files, e tantissimi altri forum di altri show che avevano reso il commentare una puntata in rete un rituale che faceva parte della vita delle serie stesse. Questo funzionava proprio perché eravamo tutti allo stesso punto della storia, o forse perché avevamo ancora voglia di dialogare tra noi.
In tutta questa metamorfosi digitale non abbiamo perso solo i forum, ma anche una rete di infrastrutture costruite quasi sempre da volontari, ognuna delle quali risolveva un problema. I newsgroup di Usenet, ossia i bisnonni dei forum, dove già nel 1990 i fan di Twin Peaks cercavano di capire chi avesse ucciso Laura Palmer , risolvevano quello della conversazione. C’erano i siti gestiti dai fan che scrivevano i recap di ogni puntata con tanto di screenshot, risolvendo invece quello della memoria. Le wiki come Lostpedia, quello dell’orientamento in trame sempre più intricate.
Poi c’erano i sottotitolatori, forse i più invisibili e i più decisivi. Il fansubbing non nasce con le serie: tra la fine degli anni Ottanta e i Novanta, i fan degli anime si facevano arrivare su videocassetta gli episodi e li traducevano in inglese ; con l’arrivo di Internet cominciarono a coordinarsi online dividendosi il lavoro. Quando quel modello si spostò sulle serie americane, in Italia, Paese dei “doppiatori più bravi del mondo” ma anche quello in cui i telefilm come i treni sono sempre arrivati in ritardo, nacquero community come Italiansubs e Subsfactory, e poi Subspedia: centinaia di volontarie e volontari che traducevano di notte, gratis, perché al mattino ci fosse un file da accoppiare al video che circolava su eMule.
Erano infrastrutture fragili e in una zona non propriamente legale, certo, ma erano anche una straordinaria manifestazione di collettività e passione: nessuno veniva pagato per quel lavoro, lo si faceva per amore verso la serie e per la gioia di poter far partecipare tutti alla visione, senza nessuna barriera.
Anche TV Time, l’app in cui si commentavano gli episodi che ha chiuso quest’estate, era un progetto insostenibile economicamente ma nato allora come social per gli appassionati di serie tv, quasi come potesse essere il sostituto dei forum nell’epoca del “there’s an app for that“.
Le serie sono diventate sempre più un’esperienza solitaria e accelerata, e le community si sono spostate dai forum ai social, dalle conversazione alle opinioni. Online si trovano soprattutto video e analisi. Monologhi, insomma, più che discussioni. Ma non è il binge-watching il colpevole dell’omicidio della nostra voglia di parlare online.
Certo, sarebbe comodo additarlo, ma tra X, TikTok, YouTube, Discord, Reddit e tante altre piattaforme abbiamo la prova che ciò che la visione in blocco ha tolto non è la voglia di parlare, bensì forse il momento in cui farlo: essere tutti allo stesso punto della storia, nello stesso istante, è più difficile, e con gli spoiler dietro l’angolo la soluzione spesso è non leggere nulla finché non si recupera.
L’attesa non era solo un tempo, ma un luogo in cui accadevano dialoghi che portavano a connessioni e alla creazione di qualcosa per tenere vive storie e personaggi. Il cambio di funzione delle piattaforme, ormai costruite come competitor reciproche più che per la creazione di network tra persone, ha reso i fan delle serie tv orfani di rituali in cui lo scambio era reciproco, e anche di un unico posto in cui poterlo fare.
Esiste ancora la voglia di parlare degli episodi, quindi. E le piattaforme stesse, dopo anni di stagioni pubblicate in blocco, stanno riscoprendo l’attesa: secondo dati di Ampere Analysis, mandare in onda settimanalmente le puntate riduce il rischio di disdette e facilita la conversazione intorno a una serie. Dalle ceneri di TV Time è nata Bingers, fondata da uno dei suoi creatori con l’idea di ricostruire quella community, mentre app come Serializd e Letterboxd provano a dare ai fan un posto in cui lasciare una recensione.
Eppure, forse, il problema non è la mancanza di posti in cui farlo, ma la fretta con cui li attraversiamo. Passiamo da una piattaforma all’altra, da una serie all’altra, senza fermarci abbastanza a lungo da far nascere ciò che fioriva nell’attesa: la passione che si amplifica parlandone, il dialogo. Ciò che fa la differenza tra essere fan ed essere solo consumatori.














