

Foto: Filippo Moscati
«Ma tu ti rendi conto? Tu sei Neffa dei Sangue Misto!».
Fabri Fibra non si trattiene dalle risate. Stringe il braccio dell’amico e collega e ride perdendo il controllo. Non ho mai visto Fibra così preso bene. «Ma tu ti rendi conto che Neffa dei Sangue Misto, quello che ha scritto Lo straniero, si mette a rispondere ai commenti sui social? È proprio il segno dei tempi».
Che strana coppia quella formata da Neffa e Fabri Fibra. Sembrano due amici di una vita (e praticamente lo sono, visto che si conoscono da 30 anni) o due fratelli il cui più piccolo – Fibra – non perde occasione per stuzzicare con devota ammirazione il più grande. Così differenti, eppure così simili, uniti da quel grande amore che è stata l’ultima grande rivoluzione nella musica italiana: il rap.
Uno ama surfare il flusso dei suoi pensieri, cavalcandoli come un’onda da domare e mescolando citazioni colte a parole ed esempi – diventati improvvisamente politicamente scorretti – che mi chiede poi di “moderare”. L’altro è più serioso, più intimista, cerebrale. Ogni sua risposta è ponderata e arriva solo dopo aver riflettuto sull’ordine delle parole e dei concetti. Uno sostiene di non ascoltare musica contemporanea per sentirsi libero nella propria creatività («Non puoi dire che non conosci Madlib, ci rovini!», lo prende in giro Fabri), l’altro può citare artisti oscuri della scena rap mondiale e partire in uno scambio fitto sull’artista stampato sulla mia maglietta, The Street. Uno ha edificato le fondamenta dell’hip hop italiano, l’altro l’ha portato in cima alle classifiche contribuendo alla presa della Bastiglia del pop da parte dei popolani del rap.
Il loro passato è pieno di piccole parentesi. Un’amicizia nata dal rispetto e dalla stima artistica reciproca; un disco (Turbe giovanili, l’esordio da solista di Fibra) costruito sui beat di Neffa, che aveva deciso di abbandonare la scena; le collaborazioni (da Panico a Universo, con il vecchio amico Deda) che hanno portato al ritorno al rap di Neffa, oltre vent’anni dopo, in FoglieMorte. Parentesi che ora sono esplose in un nuovo universo, quello di Zarathustra Style, l’album annunciato lo scorso giugno che finalmente li vedrà assieme, dall’inizio alla fine, per ben 24 brani. L’uscita è prevista per questo venerdì.

«Non ce l’ha chiesto nessuno», ci tengono a sottolineare per spiegare come questa unione sia figlia di una lunga amicizia creativa piuttosto che del volere di una casa discografica. Prima di mettere a fuoco: «Zarathustra è questo: una cosa non richiesta». Quando ne parlano ripetono spesso un termine – radicale – a voler sottolineare un disco che rinnega le necessità discografiche a favore di quelle personali. Un radicalismo autoindotto, un posizionamento costruito su tre regole ferree: nessun featuring, produzione affidata totalmente a Neffa, la necessità di smettere di scrivere solo quando non ci sarebbe stato più nulla da dire.
Non è passato molto tempo da questo abbiamo incontrato i due artisti, appena un anno fa. Per Neffa era il ritorno ufficiale al rap, per Fibra la pubblicazione del suo ultimo disco, Mentre Los Angeles brucia. Ma vederli assieme è come riscoprirli. Le loro personalità hanno cambiato colore, spogliate probabilmente dal peso di un progetto solista. Oggi sorridono. Ridono. Fanno battute e si prendono in giro. Si stuzzicano, sempre mantenendo una lucidità fuori dal comune. Sti stimano, si rispettano perché entrambi sanno di amare questa cosa chiamata rap. Perché l’hip hop è proprio questo: una cosa non richiesta, un grande gesto d’amore.
Partiamo facendo un grande salto indietro, a trent’anni fa. Vi ricordate la prima volta che vi siete conosciuti?
Neffa: Era un momento particolare per entrambi. Fabri era da poco uscito con gli Uomini di Mare e quando ho sentito quella roba, ho pensato subito che fosse qualcosa di nuovo. C’era una jam a Bologna, con il palco in piazza Nettuno, e quando l’ho visto sono andato da lui. In lui vedevo una cosa diversa da quello che eravamo stati noi, ma allo stesso tempo si capiva che era una continuazione.
Fibra: La prima volta che l’ho visto era a Bologna, credo nel 1994, con i Sangue Misto proprio a una presentazione di SxM.
E come siete arrivati da quella jam a Turbe giovanili?
Neffa: Si è creato subito un grande feeling. Fabri prendeva la macchina e veniva a casa mia e io gli facevo sentire le cose che facevo. La cosa incredibile è che lui è stato uno dei primi ad aver sentito La mia signorina. Non so come possa aver reagito, considerando la testa che doveva avere all’epoca. Proprio in quei giorni, mentre producevo un album chiaramente rap, mi sono reso conto che non volevo più fare rap. Quindi ho preso quelle basi, ho chiesto a Fabri se le voleva, e così è nato Turbe giovanili.
Fibra: Dopo quella jam siamo andati a casa sua, dove aveva lo studio, e abbiamo cominciato a lavorare sulle basi e a sentirci molto al telefono. Lui aveva iniziato a fare pop quando, secondo me, aveva già dato tanto al rap, ma il rap non stava più dando nulla alla scena perché non c’era più il mercato. Quando mi ha fatto le basi per Turbe giovanili non c’era nessuno disposto a stamparlo. Non c’era mercato, non c’erano etichette discografiche.
La vostra amicizia è rimasta viva anche quando le strade si sono separate?
Fibra: Abbiamo sempre continuato a sentirci, magari in certi momenti con più frequenza, in altri meno, soprattutto al telefono. Ma posso dire una cosa che forse non è mai stata detta: Neffa non ha mai smesso di produrre beat rap.
Neffa: È vero, quando mi capitava un campione dovevo farci un pezzo. E soprattutto non prescindevo mai dal beat: anche mentre facevo pop, dovevo avere sotto una roba un po’ hip hop.
E per tornare a farti rappare, c’è voluto Fibra…
Neffa: Vero!
Fibra: A un certo punto ci siamo ritrovati a fare un pezzo in cui lui voleva tornare a rappare. Mi manda il beat e mi fa: voglio rappare, se butti giù una strofa e tracci il tipo di rap che vuoi fare, io ti seguo. In cinque giorni abbiamo chiuso FoglieMorte. Io ho registrato la strofa lunedì, gliel’ho mandata martedì e lui mercoledì mi ha chiamato con la sua voce, tutta in defibrillazione, perché aveva la strofa. Mi fa: «Ce l’ho». «L’hai scritta?». «Sì, ma la devo registrare». Ero in studio, ma dopo dieci anni che non lo senti rappare, ti chiama il pomeriggio e ti dice che ha scritto una strofa e deve registrarla, non sono più riuscito a lavorare.

Foto: Filippo Moscati. Outfit Neffa: total look Imperial, scarpe Nike. Outfit Fibra: Bomber Nude Projects

Foto: Filippo Moscati. Outfit Neffa: overshirt CP Company, t-shirt e pantaloni Moose Knuckles, scarpe Nike. Outfit Fibra: felpa Palm Angels
E poi?
Fibra: Dopo cena me l’ha mandata. Quando ho sentito “Il cuore è a pezzi, ma non volta pagina, corre fino a te mentre sanguina, con le stigmate” ho proprio pensato: cazzo. E lui mi ha detto: «Ho aspettato dieci anni per fare questa rima».
Neffa: Ho sempre l’approccio melodico in testa, ma da quel momento mi scappano parecchie rime.
E da lì non ti sei più fermato. Dopo i tuoi dischi solisti, ora questo joint album.
Neffa: Ricordo che una sera ero da solo, guidavo per Bologna per andare a cercarmi un caffè e sentivo FoglieMorte. Ho chiamato Fabri e gli ho detto che dovevamo fare un progetto assieme.
Le rime stavano scappando…
Neffa: Esatto, avevo intrapreso un cammino che per me è stato una passione di Cristo. Rimettermi nella forma del rap, a quest’età, mi ha fatto fare parecchi esami: ne sarò ancora capace? Ha richiesto tempo. Nell’ottobre del 2024, un anno e mezzo dopo quel pezzo, ho capito che potevo farlo e ci siamo visti. Siamo andati nel suo studio, ho aperto il mio computer pieno di beat ed è partita la prima sessione di quello che sarebbe diventato questo disco.
Fibra: Ci siamo visti a pranzo, ma lui aveva il computer con l’hard disk. Chi va a pranzo con il computer e l’hard disk?
Neffa: Io il computer ce l’ho sempre dietro (ride)! Comunque avevo già dei beat tipo quello di Jay-Z, o altri che poi sono finiti in Canerandagio. Fabri è bravissimo a capire le potenzialità delle basi e quando abbiamo iniziato a sentirle è esplosa un’energia incredibile. Nella mia vita ho avuto varie giornate come questa, ma nessuno ha mai schiacciato REC in quel modo. Quello che lui ha fatto per me è stato qualcosa di miracoloso.
È stato tutto immediato?
Fibra: In una sessione avevamo praticamente mezzo disco!
Neffa: Sì, e poi nei giorni a seguire ci mandavamo le strofe e i ritornelli mentre stavo registrando Canerandagio. In due settimane abbiamo fatto due terzi dell’album. E poi per completarlo è passato del tempo, dove siamo stati meno impressionisti e ci siamo dedicati alla tecnica, alla metrica, a fare i duri che sparano sul beat.
Nonostante sia stato fatto con questa foga, è un disco che comunque propone molte cose differenti.
Neffa: Se tu analizzi musicalmente Zarathustra è una roba strana che va dal citazionismo degli anni ’90 alla trap. Abbiamo talmente tanta storia che era impossibile fare una cosa sola. Potevamo fare un disco furbo, attenendoci a una cosa sola, a un nostro passato, ma non abbiamo voluto.
Fibra: A un certo punto è stato chiaro che dovevamo fare una roba che non avevamo mai fatto; era arrivato il momento. In passato abbiamo singolarmente fatto già i dischi più calcolati, più puliti, più omogenei rispetto al mercato, capaci di strizzare l’occhio alla classifica. Quindi, a sottrazione, abbiamo detto: cos’è una cosa che non abbiamo mai fatto?
La risposta?
Fibra: Un disco che suoni quasi underground, ma con i concetti adulti.
Neffa: Una cosa sporca, che non c’è, che piace a noi.
Fibra: Abbiamo fatto un disco radicale. Un disco dove possiamo finalmente dire delle cose che non abbiamo detto prima.
Neffa: Non ci è stato richiesto da nessuno, è proprio un disco per i fan. Non è una cosa che ci è stata chiesta dalla casa discografica.
Che immagino sia stata bella felice di ricevere un disco di voi due assieme.
Fibra: Non proprio, ci hanno detto che il disco era troppo lungo.
Neffa: E noi abbiamo aggiunto altri sei pezzi (ride)!
Fibra: L’ho detto subito: poche regole ma rigide. Niente featuring, solo noi due. I beat solo quelli di Neffa. E ultima: registriamo finché non abbiamo più niente da dire.
Neffa: Zarathustra è questo: una cosa non richiesta.

Foto: Filippo Moscati. Outfit Neffa: overshirt CP Company, t-shirt e pantaloni Moose Knuckles, scarpe Nike

Foto: Filippo Moscati. Outfit Fibra: Felpa Palm Angels
Davvero non avete mai pensato di fare qualcosa con l’ottica di finire in classifica?
Fibra: Non gli ho mai sentito dire quelle cose tipo «guarda che con questo beat andiamo in top 10 Spotify». E ti garantisco che molti altri produttori lo dicono: «Con questa vai primo in Spotify». Ma a me che cazzo me ne frega di andare primo su Spotify se il beat non mi dice niente?
E soprattutto, che valore c’ha questa cosa? Che valore c’ha la classifica del momento se poi non rimane niente?
Neffa: Ti compri una casa (ride)!
Fibra: Il ragazzino che fa 100mila euro con un pezzo da classifica su Spotify però non si compra la casa, si compra la collana, te lo dico io.
Neffa: Io non sono in grado di fare un pezzo per il mercato attuale. Io per andare al numero 10 su Spotify mi devo dare fuoco, morire e fare il video di me che mi do fuoco mentre esce il pezzo.
Piazza Tienanmen per la classifica italiana.
Neffa: Quando mi è capitato a Milano di fare sessioni con cantanti o rapper, soprattutto cantanti, che mi chiedevano di andare a scrivere, soprattutto gente che metteva delle reference, io dicevo: «Non farmi sentire niente». Quando faccio i beat, Fabri mi dice: «Cazzo, questo beat mi sembra una roba di Madlib». Ma io non so manco chi è Madlib.
Fibra: (Ridendo a crepapelle) No, ma questa roba non la puoi dire! Non puoi dire che non conosci Madlib, ci rovini la carriera!
Neffa: Ma sai che io non ascolto musica. A volte mi citi degli artisti che conosco solo perché ho visto qualche tutorial su YouTube di un ragazzino che insegna dei trick per fare i beat, non perché li ascolto o so chi siano.
Anche a livello di testi questo disco non va in quella direzione.
Fibra: I beat che senti in classifica sono rap, ma non c’è rap, la maggior parte sono cantati, il 50% è melodia. Il resto lo fa il beat, le strofe non sono così significative. Gli argomenti che senti in un disco di oggi sono il pezzo degli amici che fanno brutto, il pezzo club e il pezzo sulle tipe. Questi tre argomenti sono quelli che vengono capiti dal pubblico di oggi della top 10 di Spotify, che sono i quindicenni e i ventenni. Sono loro che ti mandano in classifica.
Neffa: Adesso noi dobbiamo affrontare degli argomenti che si riferiscono a un certo tipo di pubblico, il nostro, quello che è cresciuto con noi.
Fibra: Mi interessa fare qualcosa che mi stimoli e che mi faccia dire cose in cui risulto credibile.
Come vi immaginate il vostro pubblico?
Fibra: Il ragazzino di 13 anni che va a scuola non ascolterà noi, ma la trap. Io voglio che questa musica sia ascoltata anche dal quarantenne che la mattina in macchina va al lavoro.
Neffa: Credo che non ci sia nessuno oggi di 40 anni che va al lavoro e ascolta un disco di quelli che sono attualmente in top 10; è molto grave. È, comunque, un mercato temporaneo.
In che senso?
Neffa: Degli artisti che negli ultimi 10 anni sono piaciuti ai ragazzi di 12, 15 anni, chi è rimasto? Ne resta uno su mille. Come il pazzo shakespeariano che non gliene fotte niente del mondo, ma ne registra ogni cosa che succede, in questi anni ho sentito parlare di gente che sembrava che avesse spaccato il mondo in due. Ma dov’è sta gente ora? Questo è il punto. Quella è musica fatta per essere consumata velocemente, non per essere ricordata.
Quando abbiamo parlato per il tuo ritorno al rap con Canerandagio, mi hai detto che era il tuo primo disco social, il primo disco che nasceva in quel contesto.
Neffa: Certe volte leggo un commento e dico fra me: io spero nel padre eterno dell’universo, chiunque egli sia, che tu abbia 11 anni. Ma non ce li hanno mai 11 anni, è sempre gente che ha un’età. Noi siamo nei social dove guardiamo mentre siamo visti e ci comportiamo come delle blatte che sono state scoperte in mezzo a una stanza quando viene accesa la luce.
Fibra: Ma devi passarci attraverso e fregartene. Se non ci sono hater significa che i tuoi dischi non sono stati percepiti, non sono stati ascoltati. Se non c’è critica non c’è attenzione.
Neffa: Quando sono tornato i primi cinque che mi hanno scritto «fai cagare»… ecco, sta cosa mi ha fatto male. Mi veniva da…
Fibra: Ma tu sei Neffa dei Sangue Misto (ride)! Questa cosa è incredibile! (Rivolgendosi a me) Ti rendi conto che Neffa dei Sangue Misto, quello che ha scritto Lo straniero, si mette a rispondere ai commenti? È proprio il segno dei tempi.
Neffa: Sì, ecco…
Fibra: Neffa e i 107 commenti (ride forte)!
Neffa: Però io voglio un discorso perché c’è una cosa a cui penso da un po’…
Fibra: Un altro (ride)?

Foto: Filippo Moscati. Outfit Fibra: bomber Nude Projects

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Vai…
Neffa: Se un ragazzo di 13 anni, che non ha passato le tempeste che abbiamo passato noi due, oggi fa un pezzo e spacca è già nei casini. Perché se quel ragazzo lì è un tipo come me, uno a cui piace rigenerarsi, non vorrà fare la stessa cosa. Però se cambia, gli arriva una valanga tale di merda che quello, se vuole continuare, tenderà a scrivere un pezzo come il primo che ha fatto. Secondo me è in grosso pericolo la libertà artistica. Ti assicuro che io, rivedendo la mia storia, tre quarti delle cose che ho fatto non so se le avrei fatte in questo tipo di arena, con la gente che ti tiene gli occhi addosso. È come quando andavi a scuola e dovevi passare nel corridoio dei bulli. La terza volta che ti menavano, ti chiedevi se volevi ancora passare di là o se era meglio fare il giro da dietro. Questo succede ai ragazzini di oggi. Si domanderanno: ma davvero io voglio affrontarmi una valangata di odio solo per portare la musica che ho dentro?
Parliamo di social, vero. Ma comunque la tendenza all’hating ha sempre fatto parte della scena. Pensiamo ai forum hip hop di quegli anni, una sorta di pre-social. Quando ho iniziato ad ascoltare rap nei primi Duemila, in questi forum si diceva che Neffa aveva smesso di rappare per le critiche ricevute per Chicopisco, un disco avantissimo, funk, lontano dal rap purista. O di Fibra quando ha fatto Mr. Simpatia, che era impazzito, che non era più quello di Uomini di mare o Turbe giovanili.
Neffa: Forse è vero, tendenzialmente questa cosa c’è sempre stata, ora è semplicemente esplosa.
Fibra: Questa cosa che hai detto è molto importante e non bisogna sminuirla. Il rap in Italia è sempre stato visto dal punto di vista di chi ascolta perché anche noi, oltre a essere artisti, siamo prima di tutto ascoltatori. Quando abbiamo incontrato il rap abbiamo conosciuto una cosa che sembrava fuori dalle regole, incontrollabile, ribelle. Il rap è l’unico genere che dice la verità, che dice quello che gli artisti vogliono dire senza che ci sia qualcuno che dica cosa si può o no. Quindi in tutti noi è scattato una specie di istinto di difesa per questa cosa. Ognuno pensava di poterla salvaguardare a suo modo, mettendo in guardia su quello che sarebbe potuto succedere. Quando arriva l’odio, lo interpreto sempre così. Non la vedo mai come una cosa meschina, denigratoria o dannosa. Capisco che il valore di questa cosa del rap è così importante per certa gente che è normale porti con sé dell’hating, è un principio di autodifesa di una certa purezza. Soprattutto in Italia, un Paese fortemente compromesso dai poteri forti, dove la gente non ha mai creduto a cosa dicono i giornali o i politici. A cosa dice lo status quo. I Sangue Misto sono stati i primi a parlare di stragi di Stato.
Neffa: SxM è un disco rap con tematiche hardcore.
Fibra: Ti porterai sempre addosso quel significato perché ci sei passato, perché l’hai fatto, perché lo incarni. Quindi questa cosa, naturalmente, ti viene rinfacciata quando farai qualcosa di leggero, ma non te la potrà mai togliere nessuno.
Neffa: Penso che nessun artista debba mai prescindere dalla propria storia. Questa è una regola.
Sono questi temi che fanno o hanno fatto parte anche delle vostre conversazioni private?
Fibra: Sì, facevamo dei pranzi a casa sua e ne parlavamo perché quanto si incista su certi argomenti ne sa. (Rivolgendosi a Neffa) Perché hai fatto quella musica ed eri credibile? Perché ci credevi.
Ci stanno facendo ampi segni che il tempo è finito. Quindi ultima domanda. Fabri hai iniziato con il rap ispirandoti a Neffa. Hai fatto il tuo primo disco solista grazie a Neffa. E tu Giovanni sei tornato a rappare grazie a Fibra. Ora, a quasi 25 anni da Turbe giovanili, vi sembra di chiudere un grande cerchio con questo disco assieme?
Fibra: È il completamento di un percorso. Quando abbiamo fatto FoglieMorte ho pensato: funziona talmente tanto che se non ci fosse un disco sarebbe un peccato. Ora il disco c’è.

Foto: Filippo Moscati

Foto: Filippo Moscati. Outfit Fibra: bomber Nude Project, T-shirt Luter. Outfit Neffa: total look Imperial, scarpe Nike

Foto: Filippo Moscati. Outfit Fibra: bomber Nude Project, T-shirt Luter. Outfit Neffa: total look Imperial, scarpe Nike
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Photographer: Filippo Moscati
Producer: Maria Rosaria Cautilli
Art director: Pierfrancesco Gallo
Zarathustra style press office: Goigest
Zarathustra style label: Dischi Numero Uno, Sony Music Italy
Fibra management: Big Picture Management
Fibra press office: Jessica Gaibotti
Fibra personal stylist: Caterina Adele Michi, Davide Turcato
Neffa personal stylist: Floriana Serani, Diletta Pecchia
Talents MU & HS: Gaia Dellaquila
Director/DOP: Silvio Cuomo
Sound designer: Alessio Parmizano
Photographer assistant: Marco Turelli
Location: si ringrazia l’Ing. Franco Macchi per Fonderia Macchi Milano