Non eravamo a Woodstock, ad Altamont o a Wattstax, e nemmeno al Monterey Pop. Non abbiamo visto Bob Dylan a Newport negli anni ’60 e non abbiamo avuto la fortuna di essere al Pantages Theater di Hollywood quando nel 1983 i Talking Heads si sono esibiti per quattro sere consecutive. Per ogni spettatore del Winterland Ballroom il giorno del Ringraziamento del 1976, per l’ultimo valzer della Band, ce ne sono centinaia di migliaia che non hanno mai messo piede in quel locale. Se conosciamo benissimo queste performance leggendarie è grazie ai film. Qualcuno è stato sufficientemente lungimirante, scaltro o fortunato da avere le cineprese in funzione e i microfoni direzionali pronti quando si stava facendo la storia e un certo chitarrista dava alle fiamme la sua Fender Stratocaster o qualcun altro cantava Psycho Killer accompagnato da uno stereo portatile.
Abbiamo letto online commenti a non finire sulla presenza di Paul Thomas Anderson e Benny Safdie al concerto che Cameron Winter ha fatto alla Carnegie Hall a dicembre e sul fatto che entrambi si aggiravano con delle Panavision sulle spalle. Si era intuito insomma che prima o poi sarebbe uscita la cronaca visiva di un concerto notevole. Si poteva immaginare che sarebbe stata una cosa speciale, ma neanche sapendo chi c’era dietro a quelle macchine da presa si poteva immaginare qualcosa di tanto sublime da farti venire le lacrime agli occhi e, allo stesso tempo, renderti euforico.
Cameron Winter at Carnegie Hall è, per molti versi, un film semplice quanto il titolo: un documento del concerto solista del frontman dei Geese in una sala che ha ospitato artisti d’ogni tipo, da Benny Goodman ai Beatles, passando per Lenny Bruce e Robert Zimmerman. Che Anderson sappia fondere suoni e immagini in modo ultracinematografico è un dato di fatto (ancora oggi, almeno una volta alla settimana, mi ritrovo a pensare al needledrop di Dirty Work in Una battaglia dopo l’altra). Ha fatto abbastanza gavetta dirigendo videoclip di breve e media durata per Radiohead, Joanna Newsom, Fiona Apple e Haim da sapere come sintonizzare le idee visive con una canzone. Parla fluentemente la lingua del Vintage Music Docs 101 ed è per questo che il film si apre con spettatori ben vestiti che sorridono alla macchina da presa, biglietti scansionati e una panoramica dell’edificio che occupa un intero angolo di Midtown e sul cui palcoscenico si arriva solo dopo tanta pratica, pratica e ancora pratica, né mancano le classiche inquadrature delle reazioni estatiche del pubblico.
Il concerto di Winter consisteva semplicemente – anzi, “semplicemente” – in un uomo, un pianoforte e due microfoni tenuti assieme con del nastro adesivo. È questo che finisce nei mirini di PTA e soci, è questo che vediamo sullo schermo. Pezzi come It All Fell in the River, The Rolling Stones e Cancer of the Skull (che titolo incredibile) non hanno bisogno di essere pompati con trovate spettacolari, soprattutto non nelle versioni scarne suonate da Winter. Ma, come succede in tutti i grandi film-concerto, Anderson sa come si cattura una performance e come la si esalta. E se spesso Cameron Winter at Carnegie Hall fa vedere il concerto dal miglior posto in sala, sono anche campi lunghi che incorniciano il cantante in un solitario cono di luce e primi piani del musicista curvo su uno Steinway, intento a incanalare poesia e dolore, a renderlo trascendentale.

Non basta inquadrare e girare, anzi. C’è un momento leggermente straniante in cui ci ritroviamo dietro le quinte per poi salire sul palco dal lato accompagnando una cinepresa nel bel mezzo di una canzone. Il resto del brano lo guardiamo dall’altro lato dello strumento, con Winter immerso nel suo mondo, gli occhi chiusi, il baritono che di tanto in tanto si spezza. I movimenti lievemente traballanti della cinepresa fanno capire che PTA, Safdie (qui sia cameraman che produttore) e i loro collaboratori si sono diplomati a pieni voti alla D.A. Pennebaker School of Direct Cinema, dipartimento Musica. C’è un’inquadratura che lascia senza fiato e ci piazza direttamente sotto Winter mentre ulula e fasci di luce partono dal soffitto e gli arrivano sul volto. Ma Anderson non vuole certo mostrare quant’è bravo o rendere le cose più elaborate del necessario, non ci sono grandi trovate concettuali, sa chi è Winter, che performer è, che pianista è, ovvero uno “zero dollar man”. È più che sufficiente per riempire una pellicola da 35mm e una colonna sonora.
Stop Making Sense è per molti il metro di paragone di ogni film-concerto in grado di immortalare una performance, rendendola meno effimera. Anderson è un superfan di Jonathan Demme, come del resto dovrebbe esserlo ogni cinefilo degno di questo nome, ed è probabile che possa recitare a memoria intere sequenze di quel film sui Talking Heads. Il vero punto di riferimento qui, però, è un’altra produzione di Demme, il suo video di The Perfect Kiss dei New Order. Quattro persone in una stanza che suonano assieme, le camere che catturano il modo in cui comunicano senza neanche parlare, la loro concentrazione, la loro intensità. Alcune inquadrature si soffermano sulle mani dei musicisti mentre suonano, altre ne scrutano da vicino i volti. È una celebrazione degli esseri umani che fanno musica.
Come il suo eroe, Anderson è in fondo un umanista e guardando Cameron Winter at Carnegie Hall si ha la sensazione che sia affascinato e al tempo stesso lievemente intimorito da questo 23enne che carezza con grazia i tasti e canta filastrocche sconclusionate e flussi di coscienza con una gravosità che lo fa sembrare più vecchio di quel che è. Si è messo a nudo ed è una cosa che merita di essere tramandata. Come potrebbe dire lo stesso PTA, è grande musica realizzata da un grande nuovo artista. Di cos’altro hai bisogno, amico?
Per la cronaca, Anderson non ha detto queste parole quand’è salito sul palco con Winter alla prima mondiale del documentario al New York Film Festival. I due hanno ringraziato il direttore del festival Dennis Lim, Winter ha ringraziato anche Andrew (ovvero Carnegie). Nessuno dei due ha sentito il bisogno di dire molto altro, limitandosi a esprimere gratitudine. Anderson ha scherzato dicendo al suo partner particolarmente silenzioso e intento a guardare lo schermo alle sue spalle: «Non parli molto».
Anche il pubblico, durante la proiezione, ha accolto ogni canzone con un silenzio reverenziale. A un certo punto qualcuno ha iniziato ad applaudire, ma timidamente, per poi smettere perché questo è un film che ti fa sentire come se fossi in chiesa ed è così che devono essersi sentiti gli spettatori quella sera alla Carnegie Hall. La collaborazione tra Anderson e Winter offre quello che ogni grande film-concerto dovrebbe dare a chi non era presente. Non ti fa sentire solo dentro il teatro. Ti fa sentire dentro la musica.

L’album ‘Live at Carnegie Hall’ uscirà il 9 ottobre















