La verità su Aileen Wuornos, o come l’intelligenza artificiale può rendere più “true” il “crime” | Rolling Stone Italia
serial killer n. 1

La verità su Aileen Wuornos, o come l’intelligenza artificiale può rendere più “true” il “crime”

‘Unmasking a Monster: Aileen Wuornos’ (su HBO Max) è la prima docuserie true crime a utilizzare l’IA per le ricostruzioni dei fatti reali. Una provocazione o una nuova frontiera? Abbiamo parlato con i creatori

La verità su Aileen Wuornos, o come l’intelligenza artificiale può rendere più “true” il “crime”

Morag Peacock nei panni di Aileen Wuornos prima e dopo l’intervento dell’intelligenza artificiale

Foto: Investigation Discovery

A prima vista, Unmasking a Monster: Aileen Wuornos*, il nuovo documentario true crime prodotto da Investigation Discovery e disponibile su HBO Max, sembra un’analisi già vista della serial killer più famosa d’America. All’inizio del primo episodio, la voce fuori campo della stessa Wuornos, giustiziata nel 2001, afferma di dover raccontare la verità sui sette omicidi di cui era stata accusata; c’è un detective della omicidi che si occupò del caso, e che racconta come entrò in contatto con l’assassina; c’è un’amica di Wuornos che parla dell’incredulità che provò quando venne a sapere dei suoi crimini. Nei filmati d’archivio, le immagini alternano video del processo, interviste odierne e ricostruzioni fedelissime.

Ma quelle ricostruzioni non sono interpretate da attori. Al contrario, come indicato in una didascalia iniziale che rivela l’uso di «effetti visivi generativi avanzati», si tratta di digitalizzazioni potenziate dall’intelligenza artificiale di scene reali della vita di Wuornos. Quando la serie mostra Wuornos che punta una pistola verso la macchina da presa per mostrare ciò che una vittima avrebbe visto nei suoi ultimi istanti, quella è la vera Aileen Wuornos. O quasi.

Unmasking a Monster è il primo documentario a utilizzare questo tipo di tecnologia di effetti visivi assistita dall’intelligenza artificiale – quella che Stephen Dost, vicepresidente di Arrow Media, la società che ha sviluppato il sistema, definisce «una maschera digitale» – per sovrapporre uno strato più realistico alle scene ricreate e interpretate dagli attori. I media dedicati al true crime sono cambiati moltissimo nell’ultimo decennio, spiega Jason Sarlanis, presidente di Investigation Discovery, che ha contribuito alla produzione della serie. Gli spettatori non si accontentano più di interviste agli esperti e ricostruzioni che ripercorrono l’arco narrativo di una storia in 44 minuti. «Ciò che è cambiato per noi, in termini di come ricerchiamo e sviluppiamo queste storie, si riduce all’accesso ai materiali e alle persone vicine al caso», afferma. «Ascoltare il loro punto di vista senza filtri e poi integrarlo con il maggior numero possibile di materiali d’archivio reali».

Ma ciò che l’intelligenza artificiale ha offerto è stato un modo per dare allo spettatore la sensazione di vedere materiale d’archivio quando in realtà non ne esisteva. Secondo Sarlanis, gli spettatori si sono costantemente lamentati del fatto che le ricostruzioni li annoiano. «Semplicemente non li interessano», dice. «Vogliono qualcosa di visivamente il più autentico possibile. Ciò che queste “protesi digitali” ci hanno permesso di fare è trasportare lo spettatore sul posto nel modo più fluido e autentico possibile, cosa che non riuscivamo a ottenere con le ricostruzioni classiche».

L’idea per la serie, spiega Sarlanis, è nata davanti a un drink circa tre anni fa. Stava parlando con Dost, la cui Arrow Media produce molte serie true crime, di uno show che aveva visto di recente, la comedy inglese Deep Fake Neighbor Wars, che utilizzava una tecnologia di intelligenza artificiale rudimentale per sovrapporre i volti delle celebrità a quelli degli imitatori che recitavano le scene. La tecnologia non funzionava ancora alla perfezione, ma era chiaro che nel giro di pochi anni avrebbe potuto diventare quasi perfetta. «Ci si è accesa una lampadina», racconta Sarlanis. «Avremmo potuto prendere una tecnologia simile, applicata in modo molto più ponderato e sfumato, e utilizzarla per le ricostruzioni – che sono una parte così importante di questi documentari – aprendo la strada a un metodo completamente nuovo di raccontare storie».

Dost concordò sul fatto che valesse la pena esplorare quella tecnologia e iniziò a pensare a quale storia avrebbe voluto raccontare con essa. «Perché bisogna avere una buona ragione per farlo», afferma. «La tecnologia fine a sé stessa non è interessante». Da veterano del true crime – aveva mosso i primi passi a metà degli anni ’90 come stagista presso Court TV – continuava a tornare con la mente a Wuornos. «Tutto ciò che aveva passato, dall’abbandono da parte della madre quando era bambina all’aggressione subita all’età di 14 anni, [fino alla] rinuncia a un figlio… tutte queste cose orribili che le erano capitate si potevano leggere sul suo volto», dice. «Il suo volto raccontava una storia».

Dost e Sarlanis sono consapevoli dello stigma che l’intelligenza artificiale potrebbe portare al progetto. Parte del motivo per cui ci sono voluti tre anni, dicono, è che volevano riflettere attentamente sulle implicazioni dell’inclusione di questo tipo di tecnologia nel loro lavoro. «Questa è stata una produzione umana», afferma Dost. «Abbiamo coinvolto oltre 70 persone. Abbiamo avuto i migliori sceneggiatori e intervistatori. Nonostante il tocco degli effetti visivi, è un documentario molto tradizionale. Penso che sapere cosa può fare l’intelligenza artificiale – e, cosa ancora più importante, cosa non può fare – sia il modo giusto per utilizzarla».

Unmasking A Monster: Aileen Wuornos | Official Trailer

Una delle linee guida che si erano imposti era che le persone la cui immagine digitale sarebbe stata utilizzata nelle ricostruzioni – a parte Wuornos, che era un personaggio pubblico – dovessero dare il proprio consenso. «Se avessimo voluto utilizzare la tecnologia su di loro come personaggi, [avevamo bisogno] di un’autorizzazione scritta», afferma Dost. «Non l’abbiamo utilizzata ogni volta che c’era un punto interrogativo». Uno di questi casi incerti era quello di Mike Joyner, un investigatore sotto copertura che aveva lavorato al caso: lo avevano intervistato diversi anni prima per un altro progetto, ma nel frattempo era deceduto. «Quando abbiamo girato quell’intervista, era prima ancora che pensassimo di utilizzare questa tecnologia», spiega Dost. Nel 1991, Joyner si era finto un criminale e aveva attaccato bottone con Wuornos al bar Last Resort, un ritrovo di motociclisti in Florida dove la serial killer era stata infine arrestata, e quella lunga conversazione era qualcosa che i produttori sapevano di voler includere. Ma invece di sovrapporre il vero volto di Joyner a quello di un attore, hanno optato per un attore che gli assomigliasse, dato che lui non era più in vita per dare il consenso.

«Inizialmente, avevamo intenzione di applicare questa tecnica solo ad Aileen, poi ci siamo resi conto che sarebbe stato interessante vedere anche gli altri personaggi, [quindi] siamo tornati da loro perché avrebbero dovuto firmare una liberatoria modificata», spiega Dost. «Ma tutti hanno accettato molto volentieri».

Inoltre, afferma Dost, non hanno utilizzato l’intelligenza artificiale nella stesura di nessuna parte della serie. Le sceneggiature sono state scritte sulla base del loro lavoro di inchiesta, che includeva documenti giudiziari, trascrizioni delle indagini e interviste con investigatori, testimoni e persino Laurie Valdez, una vecchia amica di Wuornos che non aveva mai parlato con la stampa prima d’ora. «Nulla è inventato», dice Dost. «Tutto qui si basa su una trascrizione, su qualcosa che il nostro [intervistato] ci ha raccontato di ricordare che fosse accaduto. Quindi è quanto di più autentico si possa immaginare».

Morag Peacock, l’attrice scozzese che ha interpretato il ruolo di Wuornos nelle ricostruzioni, ha studiato ore di registrazioni per cercare di imitare le emozioni della serial killer, «le sue stranezze, i suoi manierismi, il modo in cui usava gli occhi in modo molto espressivo», spiega. Eppure, anche dopo che gli effetti speciali sono stati sovrapposti alla sua interpretazione, riusciva a ritrovare sé stessa. «Riuscivo a riconoscermi. Ho detto: “Mi sembra che siano i miei occhi”. E Stephen ha risposto: “Lo sono. Non abbiamo fatto nulla per modificarli”», racconta. «Non è un’immagine completamente inventata. Sono io con una maschera sopra». (Una cosa meno riconoscibile è la voce di Peacock; sebbene durante le riprese parlasse con accento americano, Sarlanis sottolinea che hanno «addestrato un modello utilizzando registrazioni d’archivio reali della voce di Aileen, che sono state poi utilizzate per perfezionare la sua interpretazione vocale. Ma la recitazione di fondo è tutta di Morag».)

Peacock racconta di aver esitato ad accettare il lavoro proprio a causa dell’uso della nuova tecnologia. «L’intelligenza artificiale è un tema oggi molto delicato, suona quasi come una provocazione» dice. «È qualcosa che può essere usato bene o, come qualsiasi strumento, può essere abusato». Ma nel complesso, è rimasta soddisfatta delle scene che ha visto, anche se al momento della nostra conversazione non aveva ancora guardato l’intera serie.

Sarlanis, dal canto suo, non teme che l’uso dell’IA possa mettere in secondo piano la storia che la serie vuole raccontare. «Semmai, potrebbe essere un faro per attirare l’attenzione su questo nuovo modo di fare giornalismo e sull’incredibile accesso alle informazioni», afferma. «In un mondo in cui il true crime è uno dei generi più richiesti, ci sono tantissime opzioni per gli spettatori. Se non si dispone di un elemento in grado di attirare l’attenzione sul proprio progetto, questo rischia di passare inosservato».

Ma proprio come Peacock, che vedeva la tecnologia come «un costume aggiunto alla fine», Dost e Sarlanis insistono sul fatto che gli elementi aggiunti dall’IA siano semplicemente trucco e protesi high-tech. «L’IA non sa recitare», afferma Dost. «È in grado di osservare Morag e rilevare anche le più piccole microespressioni nel modo in cui recita una battuta, così che, quando viene applicata la maschera digitale, questa riproduca ogni minima emozione».

C’è un motivo per cui non hanno voluto limitarsi ad aggiungere dei prompt a un bot di IA per fargli riprodurre una scena completamente ricostruita. «Deve partire da qualcosa di umano», dice Dost. Non è poi così diverso, aggiunge, dall’elaborata trasformazione che Charlize Theron ha subìto per il film biografico del 2003 su Aileen Wuornos, Monster, che le è valso un Oscar. «Perché voleva assomigliare alla vera Aileen? In parte era esattamente per lo stesso motivo: il suo volto raccontava una storia», dice. «E quello che stiamo facendo è la versione del 2026 di tutto ciò».

Da Rolling Stone US