Prima ancora che inizi, E morte non avrà dominio è già cominciato. Mentre il pubblico prende posto al Teatro Olimpico di Roma, dal retro palco arrivano suoni difficili da identificare. Muggiti di buoi o versi di animali marini. Che si tratti di bestie ammaestrate oppure creature libere negli abissi, il loro richiamo finisce per confondersi con le onde radio. Al centro della scena una vasca da bagno, che cambierà funzione più volte: bara, letto, imbarcazione, «arca rattoppata» di un Noè da fine del mondo. Dentro c’è Pierpaolo Capovilla. Intorno, nella scenografia di Giuliano Spinelli, un traliccio, il radio-piano, bottiglie di alcolici. I costumi sono progettati e realizzati dalla Sartoria Teatro Due, le luci sono di Loic Hamelin, la regia del collettivo La Cùpa. L’immaginario è un po’ Tim Burton e un po’ Francis Bacon, il gotico da una parte, corpi e oggetti sul punto di deformarsi dall’altra.
È la prima nazionale della ballad opera di Vinicio Capossela, presentata al Romaeuropa Festival e liberamente tratta dalla vita di Renato Striglia e dall’opera di Dylan Thomas. Contiene quindici nuove canzoni, teatro, radiodramma, musical, fantasmi. Nel programma di sala Capossela ha messo in guardia gli spettatori parlando di «ammutinamento, sabotaggio, ribellione, fragorosa solitudine, felicità, anarchismo». I riverberi di un’esistenza.

Foto: Andrea Morgillo
Esistenza che è soprattutto quella di Striglia, dj radiofonico, amico di Capossela e «beautiful loser» che aveva inseguito a lungo il progetto di una versione italiana di Under Milk Wood, cioè Sotto il bosco di latte, il radiodramma di Dylan Thomas. Non riuscì a finirla, così Capossela ha raccolto quel lavoro incompiuto e lo ha portato prima alla radio e ora sul palco.
«Fumo perché non riesco a dormire», esordisce Capovilla esanime nella vasca. E la sua voce contiene echi di Carmelo Bene, soprattutto quando smette la funzione di voce narrante e diventa essa stessa materia scenica: cavernosa, deformata, improvvisamente enorme. Capovilla non interpreta un solo personaggio. Dentro di lui si sovrappongono Striglia, Thomas, Capitan Gatto e qualcosa dello stesso Capovilla, come ci aveva spiegato nell’intervista a due (che trovate qui).
Siccome Striglia era stato anche un tuffatore, il tuffo diventa una delle prime porte dello spettacolo. Ma in seguito si continua a cadere, prima nell’acqua, poi nel tempo, poi nelle frequenze. Da queste ultime riemergono gli «annegati» con cui parla Capitan Gatto. Ma il gioco letterario dura poco, perché Capovilla apre una faglia e ci fa entrare il presente. Quanti, dice, oggi li «annegano per legge». E punta il dito contro gli ultramiliardari che «finanziano i fascisti». Dalla radio riaffiorano Paolo Rossi, Mauro Ermanno Giovanardi dei La Crus, Patty Pravo, Ornella Vanoni, Nada. In questo modo presenze reali e presenze fantasmatiche finiscono per confondersi.
E la musica si comporta allo stesso modo. Passa dal blues allo swing, dalle filastrocche alle ballate irlandesi, fino a storcersi nel folk e nel rock. Qui esplode la teoria del «diavolo custode». Un idolo che non deve necessariamente rappresentare ciò che vorremmo diventare, ma può essere quello in cui riconosciamo ciò che abbiamo fallito. Shane MacGowan, Willy DeVille, Dylan Thomas, Renato Striglia stesso, sono l’alternativa alla processione di vincenti che ci propone la società attuale. Una confraternita di perdenti con dignità, con i quali «condividere la catastrofe» e, possibilmente, vestirsi bene per farlo: «Fashion for loser».
Intanto, in questo “Bosco di latte”, l’imperfezione non viene corretta, ma esibita. A volte fa sorridere, altre tocca le corde dell’anima. Come la donna che ha imparato a guardarsi attraverso lo sguardo feroce degli altri e conserva il ricordo di un bacio, l’unico, come prova che almeno una volta qualcuno ha visto qualcosa di diverso dal corpo sul quale tutti avevano già emesso una sentenza. Oggi lo chiameremmo body shaming? E non manca il desiderio che, quando non può essere vissuto, diventa morale. Da lì lo spettacolo arriva alla solitudine contemporanea: prima viene indotta, poi ci costruiscono sopra un mercato. E Capovilla pronuncia la formula in cinque parole: «La tua solitudine è il nostro business». Succede anche con il tempo. Quello dell’infanzia sembra non finire mai, in seguito gli orologi accelerano, gli anni acquistano un prezzo, lo scorrere del tempo diventa qualcosa da dover impiegare bene, possibilmente producendo. E per sabotare il tempo dell’utile resta soltanto l’erotismo: «Solo gli amanti inceppano le lancette. E la morte».

Foto: Andrea Morgillo
Ma il salto nella realtà più crudele, sempre in forma poetica, arriva quando viene invocato «ordine e pulizia». All’inizio sembra una nenia da spot pubblicitario e sia Capossela che Capovilla cantano di spazzare, lavare, disinfettare e rimuovere tutto ciò che, apparentemente, sporca. Non a caso sostengono che «la casa più pulita è quella senza vita». A un tratto, però, cambiano poche lettere e pulizia diventa polizia. Risuona una sirena, sul palco inizia uno sgombero, non si tratta più di eliminare lo sporco, ma le differenze, quelle che vengono considerati difetti e deviazioni. È necessario mettere in pratica «ordine e polizia». Il rumore dell’aspirapolvere si trasforma in esplosioni e Capovilla martella una parola: «Sgomberare». Che cosa? Gli spazi culturali, i centri sociali, i luoghi del libero pensiero, il dissenso, fino a interi popoli. In pochi minuti la pulizia di una stanza è diventata repressione, guerra e pulizia etnica: «Fare un deserto e chiamarlo pace».
Il pubblico esplode in un applauso fragoroso. Capossela, dal canto suo, alla denuncia di Capovilla risponde con la musica e interpreta Ai cancelli dell’Eden, una canzone struggente proprio sul diluvio umano che ha per vittime innocenti i morti bambini di tutte le guerre. La vasca, intanto, ha cambiato ancora natura. Adesso è davvero un’arca. Capovilla ci sta dentro come un Noè sgarrupato. E arriva il seme che fiorisce, soprattutto negli altri. È quello che è successo anche al progetto di Striglia: non è riuscito a portarlo a termine e, anni dopo, eccolo sul palco del Teatro Olimpico, passato attraverso altre mani e altre voci. E diventa plastico il senso del titolo: E morte non avrà dominio. Passaggio dopo passaggio salta alla mente anche La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda, ma qui la sofferenza preferisce convivere con la festa, i fantasmi bevono, fumano, fanno l’amore, ricordano e cantano.
Dopo il bagno di applausi il fuori copione. Capovilla torna sul palco e rende esplicito ciò che fino ad allora era passato dal filtro del teatro e dedica un omaggio alla Palestina. Poi rientra anche Capossela e tira fuori una delle sue storie laterali. È quella di Davide Rizzio, musicista piemontese emigrato in Scozia e arrivato alla corte di Maria Stuarda. Una tradizione gli attribuisce la melodia di Auld Lang Syne, il canto scozzese dei vecchi tempi e degli amici lontani, diventato da noi Il valzer delle candele. Vinicio lo interpreta, rivisitato, si scola una bottiglia di birra, come «brindisi che va oltre la nostra condizione biologica», e rievoca anche l’amico poeta Vincenzo Costantino “Cinaski”: «Il bar non ti regala ricordi, ma i ricordi portano sempre al bar». Sono gli ultimi crediti della “trasmissione”: «Con l’assenza straordinaria di Renato Striglia».













