Il sentimento più praticato dall’homo sapiens in questo millennio, specie negli ultimi anni minuscoli rispetto alla storia dell’umanità ma deleteri, è la mitomania, ed è anche il meno esplorato dal cinema, forse perché il cinema è un mondo di mitomani, altrimenti non potrebbe stare in piedi. Ci pensa Emanuela Fanelli a rimettere le cose a posto. In Peccato, appena arrivata su HBO Max dopo l’anteprima veneziana, che è un’ode alla mitomania in purezza.
Quella della finta/vera sé stessa, e quella che innerva anche tutti gli altri: il giornalista che la stana dopo anni di oblio ma che si sente sprecato (si potrebbero raccontare Moravia e Morante, vuoi mettere?); l’attrice e regista diventata Presidente della Repubblica che ci tiene a precisare che quello che credevamo essere il suo film di maggior successo è in realtà il minore fra i suoi incassi; l’altro regista diventato paladino dei pannelli solari; e tutto il resto di questa corte molto romana, molto ombelicale, ma anche universalmente accumunata dal sentimento in cui riconoscerci tutti – la mitomania, sempre lei.

Emanuela Fanelli in versione 2049 sul set con il regista e co-sceneggiatore Valerio Vestoso. Foto: Francesca Cassaro
Siamo nel 2049, come il secondo (sottovalutato) Blade Runner, ed Emanuela Fanelli è la replicante di sé stessa. Un personaggio ormai ai margini (vive in Valle d’Aosta, ora annessa alla Svizzera) con alle spalle scandali (altrimenti detti: shitstorm) e stagioni di fiera mitomania. Ripercorriamo la Fanelli due volte David di Donatello che si tiene la statuetta in borsa e ha il suo speech a Cinecittà come suoneria del cellulare; la Fanelli che sul divano della Balivo in Tv gongola fiera delle sue misure da mannequin, con conseguente indignazione dei body-positivi; la Fanelli che s’inventa un nuovo Metodo Strasberg mossa dall’intuizione – che per solita mitomania solo lei pensa d’aver avuto – che in inglese “recitare” si dice “to play”. E via dicendo, in un’escalation di finzione che corrisponde fin troppo alla (nostra) verità.
L’intervistatore Malcom Pagani (lo scopriamo bravo attore, nel ruolo – come tutti – di sé stesso), ormai in disgrazia e con appunto altre ambizioni autoriali, la rintraccia e scandaglia gli scandali (pardon) passati, ma soprattutto il “come eravamo”. Cioè quello che siamo oggi, nel tempo che narrativamente vale come un flashback. Un mondo infantilizzato dove tutti si prendono troppo sul serio o si offendono troppo (spesso le due cose vanno insieme), dove si racconta una società che non esiste per amor di identitarismo (vedi Pasticciona in amore – La serie), dove il cinema italiano è lo stesso circoletto di sempre, erano solo meno bianchi di capelli (Sabrina Ferilli ora è una sciura borbottona in poltrona, Alessandro Borghi testimonial Beghelli, Geppi Cucciari si è presa tutti i ruoli che Fanelli ha perso per gli scandali di cui sopra, Stefano Accorsi… ah no, non si doveva dire che era Stefano Accorsi: la sua è una delle apparizioni più spassose) – e questa del circoletto rimasto lo stesso di prima è la distopia tristemente più veritiera.

Emanuela Fanelli con Alessandro Borghi. Foto: Francesca Cassaro
Dicevo che Peccato è ombelicale perché tanti inside jokes (e tanti guest) li capiremo in pochi. O forse le capiranno tutti, com’era stato con Boris, mondo di nessuno (anche se quello vero si credeva e ancora si crede rilevantissimo) diventato di moltissimi per intelligenza di scrittura, racconto, recitazione. Le stesse cose che ci sono qua (sceneggiano, insieme a Fanelli, Giulio Somazzi e Valerio Vestoso, che l’ha anche – ben – diretta), e forse senza Boris questa nuova serie non esisterebbe. Ma la scelta del mockumentary (termine/genere che in Italia sembra ancora modernissimo) la rende un oggetto nuovo, inusuale, pimpante.
“Pensavate di aver visto tutto?” (cit.): probabilmente no. Non una serie italiana che sa pigliarsi allegramente per il culo senza offendersi, che ha una (ottima) idea al minuto, che sa sfruttare il multiforme ingegno (sono in vena omerica) di un’attrice/autrice come Emanuela Fanelli. [Fischi a braccia in su: chi la vedrà capirà.]
















