Gli Space Afrika vogliono mostrarci la musica classica attraverso gli occhi della working class | Rolling Stone Italia
Quiet storm

Gli Space Afrika vogliono mostrarci la musica classica attraverso gli occhi della working class

Il duo di Manchester definisce il proprio stile working classical perché quando fai musica è impossibile ignorare quel che accade nel mondo. L’intervista prima del loro set all’Unsound Festival a Cracovia

Gli Space Afrika vogliono mostrarci la musica classica attraverso gli occhi della working class

Space Afrika

Foto: TimonBenson, AlexanderLuc, OmarAfridi

Se il nome non vi dice ancora nulla, aspettate di ascoltarli e vorrete recuperare tutta la loro discografia. Gli Space Afrika non sono un fenomeno chiassoso, ma una piccola rarità che con delicatezza si prende il suo spazio nella scena. Sono di Manchester e della città hanno assorbito il ricchissimo background musicale – che va dagli Smiths ai Joy Division – non tanto in termini di sonorità, quanto di istanze della working class che portano avanti tra spoken word e campionamenti post-industriali.

Nel loro quarto album in studio, Quiet Storm, si muovono negli spazi laminali tra elettronica, ambient, techno e new jazz per creare paesaggi sonori che sono intimisti nella musica, ma violenti nelle parole. La loro è una lotta di classe sussurrata che incorpora elementi urbani come pioggia, voci, sirene e li accosta ad orchestrazioni classiche che hanno ribattezzato working classical.

Li abbiamo intervistati in vista del live con cui chiuderanno l’Unsound 2026 l’11 ottobre a Cracovia (per poi esibirsi anche allo spin-off londinese il 28 novembre), il festival di musica sperimentale che da oltre 20 anni apre il brutalismo della città alla bellezza dell’elettronica nelle sue astrazioni più estreme. Con i due Joshua (Tarelle Reid e Inyang) abbiamo provato a mettere a fuoco come la musica possa aiutarci a creare forme di resistenza attraverso la comunità e lo scambio, l’esplosione della musica sperimentale post Covid e come quei luoghi di passaggio a cui non prestiamo la minima attenzione – strade, stazioni, mezzi pubblici – siano in realtà una fonte incredibile di ispirazione creativa per chi si mette in ascolto. «Nonostante il grigiore, la pioggia e tutte queste situazioni che vediamo intorno a noi, Manchester continua ad avere uno spirito molto forte che continua a manifestarsi attraverso la musica e l’espressione artistica».

Avete appena pubblicato Quiet Storm. Vorrei partire proprio dal titolo. Il suo ossimoro è qualcosa che volevate riflettere anche in musica?
Joshua Inyang:
Sì. È interessante il modo in cui siamo arrivati al titolo. Abbiamo iniziato una conversazione straordinaria con Glenn (Ligon, artista concettuale americano, ndr) e non solo è stato lui a dare il titolo all’album, ma ha anche realizzato l’artwork. Così ci siamo resi conto che era un’opportunità per lasciare spazio a qualcuno con una prospettiva diversa. Il titolo descrive perfettamente non solo il contesto del disco, ma anche il percorso che ci ha portati a realizzarlo. Il contesto dell’album, le sensazioni e le emozioni che emergono lungo tutto il suo percorso attraversano due estremi dello spettro dell’esistenza e di ciò che è accaduto negli ultimi cinque anni. Ci sono emozioni e storie molto estreme, raccontate in maniera diretta, ma anche silenziosa.

Space Afrika - "MLN ft. Tony Njoku"

Nel disco avete coinvolto moltissimi ospiti e collaboratori, dalla soprano Axelle Fanyo alle sperimentazioni di Alto Aria. Avete ampliato notevolmente il vostro spettro musicale, passando dalla classica al trip hop. Ma integrare approcci così diversi non è semplice: il rischio di risultare pop o stucchevoli è dietro l’angolo. Come avete gestito questo rischio?
Joshua Inyang:
Se ci pensi, mettere insieme una soprano e la musica operistica con qualcuno come RXKNephew può sembrare un ossimoro. È una cosa che abbiamo capito abbastanza presto perché amiamo il rap e l’hip hop, siamo cresciuti ascoltandoli. Allo stesso tempo, abbiamo avuto i primi contatti con la musica classica, anche se magari non è qualcosa che frequentiamo regolarmente. Ma se analizzi il mondo dell’hip hop e del rap e ascolti le produzioni, gli archi e i sintetizzatori che ci sono dietro, se togli i testi e gran parte dell’immaginario visivo e dei temi, ti accorgi che sono molto meno distanti di quanto si possa pensare. Siamo partiti proprio dall’idea che ci fosse una contaminazione e una relazione tra queste cose. La parte più complessa è capire come passare da un elemento all’altro senza dare l’impressione di voler diventare pop o di uscire da ciò che ci viene naturale.
Joshua Tarelle Reid: Se esci dall’idea del suono in senso stretto e guardi ad altre discipline, come le arti visive, il cinema, trovi molti esempi in cui generi diversi vengono integrati molto bene. Puoi avere una scena costruita attorno a una struttura ritmica e, allo stesso tempo, una sezione di archi che racconta direttamente una storia e accompagna il passaggio da un punto A a un punto B. Durante questa fase di ricerca abbiamo guardato molto ai filmmaker e a questo tipo di relazione. Questo ci ha permesso di pensare alla struttura dell’album come a un passaggio da una scena all’altra, creando dei collegamenti tra generi apparentemente diversi. L’altro giorno parlavamo proprio di come questo suono potesse stare insieme alle nostre origini e al nostro approccio. Il termine che mi è venuto in mente è stato working classical: una sorta di riferimento alla musica classica, ma filtrata attraverso una provenienza working class.

Quiet Storm suona come un paesaggio sonoro astratto e oscuro, ma c’è una forma di critica sociale nell’album. Penso a brani come If This Is Hell o Validation che sembrano esprimere l’urgenza di un risveglio, personale ma anche collettivo. Sono temi presenti solo in alcuni brani o rappresentano il fil rouge di tutto il disco?
Joshua Inyang:
È incredibilmente difficile ignorare lo stato del mondo, le urgenze, le atrocità e le complessità che accadono ogni giorno. Viviamo ormai in una società iper-mediatizzata nella quale è quasi impossibile non assorbire le tensioni e le pressioni che sperimentiamo quotidianamente e ciò che accade nel mondo. Ogni traccia dell’album, da Vanity a Crying Never Had a Voice, racconta il processo mentale e le emozioni che stiamo attraversando. È una forma di catarsi personale: il tentativo di esprimere e articolare attraverso la musica ciò che abbiamo vissuto, i diversi momenti e le esperienze che hanno attraversato le nostre vite. Alcune cose derivano da esperienze dirette che io o Josh abbiamo avuto, altre da esperienze condivise, ma sono inevitabilmente influenzate anche da ciò che accade ogni giorno intorno a noi. E c’è un aspetto interessante. Quando apri un progetto come questo ai collaboratori c’è moltissima conversazione che va al di là della musica e della produzione vera e propria. C’è uno scambio di informazioni, di emozioni. Ci si chiede come ci si sente quel giorno, cosa sta succedendo, si condividono storie e informazioni. Un dei tratti distintivi del nostro lavoro sia proprio tradurre questa esperienza umana in qualcosa di più tangibile, che ci permetta di comprendere meglio ciò che stiamo vivendo e, almeno, di renderlo più comunicabile agli altri e a chi ci ascolta.

Foto: TimonBenson, AlexanderLuc, OmarAfridi

La vostra musica è profondamente radicata nella vostra città, Manchester. Quando si pensa a Manchester vengono subito in mente gli Oasis, Joy Division, gli Smiths. Probabilmente avete assorbito l’influenza anche di quel contesto, ma il vostro disco è interessante anche perché incorpora moltissimi elementi urbani: il rumore della pioggia, delle strade, le voci delle persone. Come descrivereste il rapporto che avete con la città?
Joshua Tarelle Reid: Direi che è un rapporto piuttosto complesso perché ci sono almeno due aspetti. Da una parte Manchester è una città post industriale e working class, e questo comporta delle difficoltà. Una cosa interessante rispetto ai musicisti che hai citato è che molti di loro parlano proprio di questo attraverso la loro musica: una sorta di realismo sociale legato alla vita in queste città. È difficile stabilire esattamente dove ci differenziamo perché anche noi siamo cresciuti nei luoghi a cui facciamo riferimento. Credo che alcuni degli elementi e dei suoni che associamo ai paesaggi urbani – la pioggia, le sirene, le automobili che passano – derivino proprio dal fatto che, crescendo come ragazzi working class a Manchester, trascorrevamo molto tempo per strada. E spesso ci trovavamo in questi spazi liminali: poteva essere una stazione ferroviaria, il tragitto da casa di un amico a quella di un vicino, o viceversa. Per noi il suono è anche memoria e storia. È la nostra eredità, la nostra famiglia e le situazioni nelle quali le nostre famiglie si sono trovate. L’idea di una quiet storm è quella di qualcosa che si sta formando lentamente: c’è forse la pioggia, il tuono, un lampo, ma la tempesta sembra covare in sottofondo. Manchester sarà sempre un punto di riferimento fondamentale per noi.

Non so se siete appassionati di serie tv, ma negli ultimi anni sono uscite alcune produzioni molto interessanti ambientate nella vostra città e nel nord dell’Inghilterra, come Adolescence o Tip Toe. Entrambe raccontano una società polarizzata, nella quale la rabbia sembra prendere il sopravvento e le persone sembrano trovare nei propri nemici la ragione di ciò che accade a loro. Avete questa stessa percezione di Manchester e dell’Inghilterra di oggi in generale?
Joshua Tarelle Reid:
A Manchester viviamo all’interno di una comunità che può proteggerti da una parte di questa rabbia e di questo odio esterni, perché esiste una rete molto forte fatta di amore, amicizia, famiglia e relazioni. Ma sarebbe ingenuo non riconoscere che esistono anche pressioni esterne che influenzano la comunità. E questo emerge anche dalle condizioni economiche, dal fatto che abbiamo attraversato periodi molto turbolenti e che le persone ne stanno subendo gli effetti. Una delle cose che la nostra comunità sta cercando di fare bene sia utilizzare l’arte per andare oltre alcune di queste differenze politiche, per creare connessioni e riunire ciò che è stato separato. Se allarghiamo lo sguardo alla dimensione nazionale, esistono molti contesti in cui ci sono problemi legati alla politicizzazione delle comunità e anche alle dinamiche di classe. Ma credo che una cosa su cui possiamo essere fiduciosi sia la possibilità di creare spazi nei quali queste espressioni possano trovare una casa, incontrarsi e mettere in relazione le persone.
Joshua Inyang: Poi ci sono il costo della vita e la situazione politica. A Manchester lo sentiamo molto, con l’aumento vertiginoso dei prezzi delle case e questa direzione sempre più capitalistica che sta prendendo la città, con i grattacieli e le persone che vengono progressivamente espulse dal centro, con la gente costretta a spostarsi verso le periferie, dove gli alloggi sono più accessibili e gli spazi più tranquilli. C’è sicuramente un livello di frustrazione e di rabbia con cui siamo costretti a fare i conti abbastanza regolarmente. Ma, come diceva Josh, c’è anche una sorta di speranza che continua a resistere. Nonostante il grigiore, la pioggia e tutte queste situazioni che vediamo intorno a noi, Manchester continua ad avere uno spirito molto forte. C’è una comunità di persone che sa come affrontare i propri demoni.

Space Afrika - "If This Is Hell ft. Deuén" (Official Video)

Parlando di musica elettronica sperimentale e ambient, mi sembra che da diversi anni questo genere stia conquistando sempre più spazio nella scena elettronica. Esiste oggi un nuovo pubblico per questo tipo di musica che prima non c’era? Oppure secondo voi c’è stato un momento specifico, magari dopo il Covid, in cui questa musica ha iniziato a ricevere più attenzione?
Joshua Inyang:
Sono vere entrambe le cose. Nel periodo post Covid le persone hanno avuto l’opportunità di rallentare e di dedicare tempo a questo tipo di musica. Non c’era più accesso ai club e quindi si poteva davvero rallentare, ascoltare con attenzione e cercare di capire cosa stesse dicendo l’artista attraverso quella musica, senza che venga incasellata in un genere specifico. Ma anche con le riaperture dei club le persone hanno continuato a desiderare connessioni che possono avvenire anche al di fuori di quella dimensione. È anche merito degli artisti e del modo in cui si esprimono: hanno spostato i confini e si sono inseriti in spazi che permettono a questa musica di essere percepita in modi diversi e interessanti. Quindi penso che siano vere entrambe le cose e che entrambe siano fantastiche. Sono davvero curioso di vedere cosa faranno questi artisti in futuro.

Suonerete alla serata di chiusura dell’Unsound a Cracovia. Non è la vostra prima volta al festival: state preparando qualcosa di speciale? E avete qualche ricordo delle precedenti edizioni che porterete con voi in questa nuova esperienza?
Joshua Tarelle Reid:
Penso che l’Unsound rimanga uno dei festival più importanti per la scena della musica elettronica e sperimentale. E anche per il modo in cui presenta la musica a livello internazionale, in senso molto ampio. Questo concerto sarà sicuramente una versione ampliata delle esperienze precedenti. Per questa performance speciale pensata per Unsound, avremo con noi Małgorzata Pawłowska, una straordinaria soprano polacca. Avremo la soprano, il quartetto d’archi, due dei nostri collaboratori abituali.

C’è qualche artista che vi piacerebbe vedere, da fan, tra quelli in programma quest’anno?
Joshua Tarelle Reid:
Mabe Fratti è fantastica. Siamo fan del progetto Blackhaine. Sta espandendo tutte le forme artistiche in cui eccelle, ma sta anche tornando in maniera molto forte sul versante musicale, con uno spettacolo dal vivo. E poi vorrei davvero vedere Cities Aviv. Non sono sicuro che riuscirò per via dei nostri impegni, ma non l’ho mai visto dal vivo. Comunque il programma è incredibile. E penso che quest’anno ci siano anche incontri e discussioni pubbliche interessanti, credo che oggi queste cose siano molto importanti. I festival devono creare questi spazi e trovare dei modi, quasi delle strutture, per permettere alle persone di pensare insieme e di analizzare quello che sta succedendo.