Dove mangiare e dormire a Londra | Rolling Stone Italia
the food diaries

Storie (di cibo) da Londra

Un giro per la capitale britannica, alla ricerca di qualcosa che, nel piatto e oltre, si smuove

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Permit Room, Dishoom, Notting Hill, Londra

Foto press

Fare una mappa di Londra è impossibile: quando le si avevano, era il 1666, un fuoco devastò l’intero centro storico medievale, fatto evidentemente di legno, a partire dal negozio di un fornaio. Il passato della città fu (dis)perso tra le ceneri e la sua identità (visiva) cominciò a ripensarsi da zero.

Ok, le mappe c’erano, ci sono e ci saranno, ed è evidentemente un’esagerazione. Per dire che a scrive non pare interessante, mettersi in competizione con Lonely Planet, Vittles, New York Times, più autorevoli fonti di raccomandazioni quando si tratta di fornire indicazioni sul bere & mangiare nella capitale del Regno Unito. Specie per un passaggio estemporaneo, vale più il senso dell’esplorazione, e dell’incontro di storie.

Questa è la sorta di psicogeografia qui applicata, per un racconto (e un discorso) parcellizzato dalle sponde del Tamigi. Dimenticavo: si parla di cibo.

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Paola Arenas, cheffe da Decimo, a Londra. Foto press

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La Junior Suite Queen Elizabeth al Gore, a Londra. Foto press

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Un cocktail di Decimo. Foto press

  • Il mondo in una camera con vista

    Permit Room & Lodgings 186 Portobello Road

    Tutte le storie transitano dai crocevia. L’indirizzo di Permit Room & Lodgings by Dishoom, in Portobello Road, non potrebbe cadere meglio. Si tratta di un corpo fatto di contaminazioni, in effetti. Lo racconta bene Kavi Thakrar, Co-Founder di Dishoom, che per i non avvezzi è uno dei grandi popolarizzatoti (se mai ce ne fosse bisogno) della cucina indiana e di Mumbai nello specifico, nel Regno Unito e oltre. «La storia di Dishoom comincia nel 2010 a Covent Garden, nato come lettera d’amore agli “Irani Cafès” di Mumbai e alla cultura gastronomica della città». Primo crocevia: i caffè iraniani della città indiana sono stati aperti durante il Diciannovesimo secolo da immigrati persiani di religione zoroastriana, fuggiti nei territori dell’ex impero coloniale britannico per migliorare le proprie prospettive economiche o scampare alla persecuzione del regime della dinastia Qajar (continuò fino al 1925). Il tè iraniano si mischia alla cucina indiana, distinguere nel “formato” – che nelle architettura riprende tratti dello stile coloniale- non è più possibile. Si beve chai in diverse maniere, si mangiano biryani, panini imburrati, samosa, pulao (per esempio) e diversi tipi di biscotti. «Un ambiente in cui persone di ogni tipo si possono incontrare per mangiare insieme».

    Seconda parte: nel 1949, Mumbai introduce il Proibizionismo. Ma nei salotti delle “zie” indiane si continua a vendere e consumare alcol. Verso gli anni Sessanta, le leggi anti-alcol si allentarono, e così nacquero le Permit Room, luoghi in cui bere in tranquillità. E secondo incrocio: le Permit Room Lodgings, due stanze arredate con gusto incredibile e stile di Mumbai, tra legni, piastrelle e tessuti ricercati (ispirate da luoghi leggendari dell’ospitalità di Mumbai, Kekee Manzil, New Vasantashram Lodging House, Bentley’s Hotel, Sea Green Hotel, unitamente alla curatela artistica di Rajiy Menon, proprietario di una galleria d’arte a Los Angeles con focus sugli artist del Sud Asia), uniscono i primi hotel indiani che, dal 1860 circa, cominciarono ad accogliere viaggiatori da ogni parte del mondo – gestiti da Parsi, rifugiati iraniani nel subcontinente indiano; e 186 Portobello Road, precedentemente Colville Hotel e poi un West Indian pub.

    Terzo e ultimo crocicchio: quello che unisce l’approccio-Dishoom a quello della Permit Room. In quest’ultima, la mixology ha evidentemente un ruolo importante. Il bar punta su Highball, classici on un twist, on the rocks (watch out per il Mango Lassi Punch), e una bella selezione No/Low. La carta di piatti è una gioia per gli occhi e un dilemma per l’anima: Permit Room Fried Chicken o Garlic Pepper Prawns? Un piatto al grill o un Ruby Murray, selezione di curry speziati e profumati? Il menu della Permit Room non lesina nei termini: seductive, rich and silky… ed è tutto vero. La puntata si chiude con l’inaspettato capitolo colazione: bevande bottomless, Naan Rolls serviti con uova, bacon, burro e diversi, buonissimi ripieni, ma anche French Toast e tutti i classici dell’approccio continentale. Once you go Naan, you never go back. Ve lo dico…

  • Londra, da un tavolo messicano

    Decimo 10 Argyle Street

    Nella Vecchia Europa, accomodarsi al tavolo di un ristorante veramente messicano pare una chimera. A Londra cominciano ad arrivare più apertura, spiega Paola Arenas, born and raised in Città del Messico (anzi, a esser precisi, nel vicino sobborgo di Milpa Alta), cheffe oggi alla guida di Decimo, il ristorante al decimo piano dell’albergo The Standard di King’s Cross. Il progetto si colloca nel recupero di un edificio brutalista del 1974, ed è stata la prima apertura nel Regno Unito, era il 2019, per il brand statunitense, già abituato con il suo architetto Shawn Hausman a citare le architetture degli interni Sixties e Seventies.

    La sala di Decimo perde un briciolo di quel razionalismo geometrico e si fa più suadente, non per nulla si fa deputato del piacere all’interno della struttura – con cocktail bar e ristorante – anche se il locale è accessibile anche agli ospiti esterni attraverso un’entrata su strada dedicata. Decimo si raggiunge con un ascensore a forma di pillola rossa, e dalle sue pareti vetrate si gode di una much ricercata vista sullo skyline londinese. Quello che cerco di fare da tutta la vita, dice Arenas, e quello che le persone che nascono nella mia zona cercano di fare, è mantenere vive le tradizioni. Non perdersi dietro l modernità e le cattive interpretazioni a parte dell’esterno, la città che pure imbastardisce nel momento che celebra.

    Decimo, dopo un timone ricevuto dal precedente cuoco responsabile, Peter Sanchez-Iglesias, è quel tentativo. «Dopo il passaggio di testimone ci siamo trasformati. Siamo passati dall’essere un ristorante spagnolo-messicano, a un ristorante messicano e basta». La sala di Decimo è grande e animata, la conversazione procede spedita, chi è qui per un drink si fermerà a cena, e viceversa. Non per nulla sono tre miscelati che aprono il menu della sera: Martini limone e Mezcal, Margarita, Michelada ananas e zenzero. Seguono una sezione di stuzzichini e tre aguachiles, preparazione messicana simile al ceviche peruviano: trota, tonno e polpo. Non possono mancare i tacos (okra fritta, maialino da latte, merluzzo) e gli entremedios, tostadas che potremmo aggiungere all’italico concetto dell’antipasto. I piatti principali si dividono per pesce, carne e vegetali, più portate di contorno. Le porzioni non sono eccessive, il sapore verace c’è tutto, e una notte da Decimo è meglio spesa all’insegna della condivisione, così da assaggiarsi pure tutto il menu, magari in quattro persone.

    «Londra è la città dei foodie», continua Arenas, «ma ultimamente ho notato che la volontà di spesa si sta concentrando più sul buon rapporto qualità-prezzo, ma anche servizio-prezzo». Questi gourmand metropolitani stanno diventando sempre più domestici con ciò che significa mangiare messicano. Chissà che non diventi un centro di propulsione come sempre, questa città, anche per questa nuova storia.

  • In questa stanza ha dormito David Bowie

    The Gore 190 Queen's Gate

    The Gore è una bizzarra quintessenza di storia e Storia: quella dei cittadini londinesi che ne frequentano “da sempre” il 190 Bar come polo sociale del quartiere, quella della musica, delle arti, dei reali della Corona, che vive nelle stanze dedicate ai “grandi nomi” e negli aneddoti (magari, nei fantasmi) che si incontrano a ogni angolo dell’albergo.

    Ogi il Gore fa parte della collezione del marchio italiano Starhotels, ma la sua identità è quintessenzialmente britannica e Londoner, e infatti, rispetto ad altre strutturato del gruppo, poco o niente è stato “allineato” ad alcuni tratti di identità comune (a parte la presenza di membri dello staff italiani nell’organico).

    Il Gore nasce nel 1892, anzi, nel 1851, in occasione dell’Esposizione Universale tenutasi nella capitale britannica. All’epoca è una residenza di accoglienza; diventerà poi indirizzo di grido per chi volesse scoprire i punti più esclusivi di South Kensington – le due townhouse che oggi compongono il Gore si trovano a pochi passi, letterali, dal Victoria and Albert Museum – e ancora in seguito, appunto a fine Diciannovesimo Secolo, in struttura d’accoglienza a tutti gli effetti. Il cocktail di personale in livrea, carrozze trainate da cavalli e uno dei primi ascensori idraulici (tutti veri lussi del tempo) garantirono al Gore una frequentazione sempre “interessante”: Judy Garland, André Simon, Sir Malcolm Sargent, Tony Hancock, Lord Miles e Dames Nellie Melba, Dorothy Tutin, Edith Evans, David Bowie (il quale, si dice, abbia dormito nella Queen Elizabeth Room: prendere nota).

    Proprio ad alcuni di questi nomi sono dedicate le Junior Suite della struttura: Dame Nellie in onore di Nellie Melba, soprano australiano che qui soggiornava in occasione die suoi concerti alla vicina Royal Albert Hall, ispirò ad Auguste Escoffier la Pesca Melba, celebre dessert in onore della cantante nato tra le cucine del Savoy e del Carlton. Oppure Judy Garland, in onore dei frequenti soggiorni della cantante e attrice al Gore, che ne custodisce anche le scarpette rubino originali indossate da una Garland bambina sul set de Il mago di Oz. Il letto dorato della camera è un pezzo originale, fatto realizzare e consegnare su misura da Garland stessa all’hotel – la diva l’avrebbe poi donato all’albergo.

    Uscendo dalle camere, la Storia si attarda al bancone del bar. È il 1968 e i Rolling Stones lanciano proprio al Bar 190 del Gore (e nella sottostante Sala degli Arazzi, con un release party leggendario terminato a letterali torte in faccia immortale in diverse fotografie) Beggars Banquet, loro settimo album in studio. Chiedono la creazione di un drink personalizzato, la cui ricetta è conservata ancora oggi nel bar, insieme al disco d’oro vinto dall’album.

  • Maiali medievisti

    The Ginger Pig Borough Market

    Da The Ginger Big tutto è cominciato con le salsicce, e oggi continua con i sausage rolls. Nel caos gastronomico di Borough Market, l’offerta si spreca ed è meglio andare a colpo sicuro. La fila davanti al Ginger Pia scorrerà in fretta, ma attenzione, perché una volta che sono terminati… be’, c’est terminé. Tim Wilson, ex antiquario, comprò dei maiali per riempire il porcile della fattoria medievale in cui era andato a vivere, nel Nottinghamshire. Poi, con l’aiuto di un macellaio di Liverpool e di alcuni libri, si mise a fare salsicce e pancetta, e le persone cominciarono a mettersi in fila anche per ore: da questo impulso umanistico nacque The Ginger Pig. L’occasione per arrivare a Londra fu una Food Lovers’ Fair ideata a Borough Market dalla food writer Henrietta Green. Il furgone partì carico di salsicce e pancetta, e le scorte previste per tre giorni finirono già il venerdì. Quando l’evento diventò un appuntamento ricorrente, Wilson fu tra i primi a essere chiamati. Il sausage roll arriva dopo, quando lo chef Paul Hughes comincia ad avvolgere le salsicce nella sfoglia. Nel 2024 Wilson parlava di circa 5000 rotoli a settimana in tutto, fatti a mano, sfoglia compresa. La regola è sempre la stessa: farli grandi, con la carne protagonista e non la sola pasta. È amore al primo morso.

  • Dacci oggi il nostro brunch quotidiano

    EggBreak 30 Uxbridge St

    A due passi dalla fermata di Notting Hill Gate, EggBreak occupa l’angolo con Farmer Street, tra due botteghe dalle facciate rosa e lavanda, in una delle vie color pastello del quartiere. Aperto nell’estate del 2015, EggBreak è l’ennesima prova che il brunch non è morto, e che forse non morirà proprio mai. Specie se è all day, quindi in poche parole ci si va quando si vuole, nel giorno che si vuole, e si elimina la nozione di fine settimana. Da EggBreak va avanti infatti tutto il giorno, e prima ancora che per la modalità organizzativa, la sua fama è dovuta alla cultura dei social media e del loro massimalismo estetico: uova a ogni ora, tutti i giorni, in qualsiasi modo. Torri di pancake e French Toast, toastie grondanti formaggio, shakshuka e piatti ispirati ad altre cucine del mondo: uova “messicane” e “turche”, e vuoi privarti di un po’ di pollo fritto tra le tue uova? Whatever it works to keep you entertained.

  • Un cinese in cui non entreresti mai (e invece dovresti)

    Tofu Vegan 105 Upper St

    Aperto nel 2021 al 105 di Upper Street, a Islington, Tofu Vegan è il progetto di Zhang Chao, ristoratore e cofondatore di Xi’an Impression a Highbury (celebrato per i suoi biang biang noodles, risaputamente uno degli oggetti di desiderio più erotico della gastronomia cinese). Arrivato a Londra per studiare e poi impiegato in banca, Zhang racconta di aver sempre sentito la mancanza della cucina regionale cinese. L’idea di un ristorante vegano è rimasta nel cassetto per sette-otto anni, mentre lavorava ad altri progetti. Il locale nasce dal desiderio di mettere in un solo menu i piatti più amati delle cucine regionali cinesi, in versione interamente vegetale. Per questo ha assunto tre cuochi di regioni diverse, tra cui Sichuan e Dongbei. Si va dal mapo tofu ai noodle di patata dolce del Dongbei, fino a finte carni come l'”anatra” alla pechinese o l'”agnello” saltato al cumino, con un tofu che, secondo il fondatore, viene prodotto in casa ogni giorno. A fronte di tanta attenzione dietro le quinte, la comunicazione pecca parecchio, ed entrare in questo ristorante senza imbeccate significherebbe aver scientemente googlato “ristorante cinese vegano Londra”. Quante possibilità ci sarebbero? Eppure, dopo Islington il gruppo ha aperto a Golders Green, Spitalfields, Charlotte Street e Gloucester Road, oltre a una sede a Brighton: e oggi, Tofu Vegan è un piccolo culto, quasi sconosciuto all’esterno, della comunità vegana e vegetariana. Ma l’assicurazione è che nessun onnivoro ne uscirà mancante di qualcosa sul palato.

  • Italian-good-sounding

    Vari indirizzi

    Due anni fa era già chiaro: Londra stava impazzendo per la cucina italiana e mediterranea. Non solo: stava impazzendo per i nomi di bar e ristoranti che suonassero italiani; che fossero italiani; e che creassero un filo concreto o limitale con il Belpaese e la sua Dolce Vita. Bizzarro, poter pensare di farsi un giro a Paddington a ritrovarsi a Torino (il locale, non il capoluogo piemontese). Gli esempi, davvero, si sprecano: Osteria Vibrato (SoHo), Tiella (Columbia Road), lacrima apertura di Langosteria a Londra, poi ancora Rosina, Burro, Marrone (tiramisu bar). E ancora ad Hackney, Dalla, Forno e Ombra, mentre in altre parti della città infuria da tempo il Gruppo Big Mamma, francese, impegnato nel dare la sua interpretazione del cibo ma soprattutto della dining culture italiana all’estero. Ci ripromettiamo di frequentare attivamente tutti gli indirizzi elencati, così da poter produrre un po’ esaustivo contenuto a riguardo. Nel frattempo, conviene orientarsi su un detto rivisto: non tutto il francese (dato che pare assodato che Big Mamma e i suoi nomi, spesso di nome proprio femminile, abbiamo seminato una scuola da cui è impossibile tornare indietro) viene per nuocere alla cucina italiana. Ai suoi nomi, però, decisamente sì.

  • Crema, spatola, crema, repeat

    Wave Artisan Gelato 117 Mare St

    Cristian Bonacina e Biagio Di Fiore si conoscono da sempre, nati e cresciuti insieme nella sempre profonda Brianza. I loro percorsi personali si sono uniti in quelli professionali sotto il segno del gelato: tutto nasce da una conversazione a distanza, con Cristian in Australia, di fronte al mare, e Biagio a Londra. Un’onda diventa il loro simbolo, cominciano con una Carpigiani e un carretto ambulante. Scelgono Londra come campo d’azione, e presto le papille dei locali cominciano a chiederne di più, di questa Wave. Il banco cambia con le stagioni: pistacchio siciliano e altre materie prime italiane convivono con prodotti locali, d’inverno spuntano gusti come la stracciatella alla rapa rossa, e coppette e cucchiaini sono compostabili. Dopo l’apertura di una sede fissa ad Hackney, la loro Ape rossa, si può ancora spesso incontrare dalle parti di Broadway Market.

  • L'hype per le bakery non finirà "mai"

    E5 Bakehouse 396 Mentmore Terrace

    Prima della bakery, c’è un forno. Nel 2010 Ben Mackinnon, con un passato nella sostenibilità e un corso di pane a lievitazione naturale alla School of Artisan Food appena alle spalle, lo costruisce in argilla in un angolo di un arco ferroviario di Hackney e lo alimenta con i ritagli dei falegnami della zona. Il primo pane venduto è l’Hackney Wild. Intorno al forno lavora un gruppo di panettieri che imparano strada facendo, mentre i ristoranti locali cominciano a ordinare il pane all’ingrosso. Solo dopo arrivano pranzi, caffetteria e dolci. Oggi E5 Bakehouse occupa tre archi sotto la ferrovia di Mentmore Terrace, a pochi passi dalla stazione di London Fields, ed è unanimemente riconosciuta come capostipite del movimento del lievito madre fittamente presente nell’est di Londra. Oltre a ottimi prodotti da forno e piccoli piatti, E5 ospita anche un angolino di prodotti di qualità da portarsi a casa, incarnando così il non plus ultra della panetteria contemporanea contenzione alla filiera e pasta acida. Entrando da E5, ci si accorge in un battito dell’ottimo stato di salute di questa offerta, almeno nei coacervi urbani. State pur calmi, il plateau delle bakery è ancora a venire. E chissà quando arriverà mai.